PERUGIA, 15 ott (IPS) – Non sempre gli attivisti sono contro il governo. Quello dell’argentino Néstor Kirchner ha ricevuto vivi elogi al forum europeo di Perugia, per la sua politica dei diritti umani. Ma il suo pari colombiano, Alvaro Uribe, ha suscitato sdegno per le ragioni opposte.
La presidentessa dell’organizzazione umanitaria argentina Nonne della Plaza de Mayo, Estela de Carlotto, si è schierata in netta difesa del proprio paese, guidato da Kirchner, nella terza giornata della V Assemblea dei Popoli dell’Onu (Organizzazione delle Nazioni Unite), tenutasi a Perugia e intitolata “L’Europa e il mondo”.
Perché' “Ciò che più mi motiva è che Kirchner appartiene alla generazione dei nostri figli e incarna i loro stessi ideali di giustizia” ha affermato la Carlotto, madre di una giovane desaparecida durante l’ultima dittatura militare (1976-1983).
“È il riconoscimento a un governo che in pochissimo tempo ha realizzato atti fondamentali per recuperare la fiducia e la giustizia”, ha spiegato a Terra Viva. Kirchner è salito alla presidenza lo scorso maggio.
La Carlotto si riferiva all’espulsione di gran parte delle gerarchie di Forze Armate e polizia, per le loro responsabilità in crimini contro l’umanità o per i loro legami con la delinquenza organizzata.
In particolare, però, parlava della deroga e l’annullamento di leggi e decreti rivolti ad impedire i processi per le violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime militare. “Questa è una cosa che chiediamo da 20 anni”, ha ricordato la donna.
L’organizzazione di Estela de Carlotto vuole mettere fine alla storia di appropriazioni illegali di centinaia di bambini e bambine per mano dei militari durante la prigionia delle loro madri. “Abbiamo recuperato 75 bambini, ma 500 sono ancora desaparecidos; ci rimane un lungo compito”.
Le nuove misure del Parlamento argentino aprono il cammino alla ripresa dei processi contro gli ex militari repressori, rimasti congelati per il riparo legale creato dai governi dopo la dittatura.
L’amministrazione di Kirchner ha anche presentato un progetto in Parlamento sull’imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità, mentre sono in atto processi politici contro alcuni magistrati della Suprema Corte di Giustizia, accusati negli ultimi dieci anni di venalità e corruzione.
La Carlotto ha poi sottolineato la forte relazione delle autorità con le organizzazioni della società civile. “Il governo ci consulta costantemente” ha assicurato, e ha concluso: “Siamo speranzosi”.
Le speranze sono invece messe a dura prova in Colombia, dove da quarant’anni si combatte una guerra – tra guerriglie di sinistra, paramilitari di destra e Forze Armate – cui il governo di Alvaro Uribe vuole mettere fine con la forza.
L’attivista Lucia González, dell’organizzazione non governativa Viva la Ciudadanía, ha dichiarato a Terra Viva: “Uribe sta facendo ciò che aveva promesso: mettere fine alla guerra con la guerra. Questo è evidente nel discorso contro le organizzazioni sociali, nella restrizione dei diritti umani e nelle limitazioni alla giustizia che il presidente sta incoraggiando in Parlamento”.
Uribe, al potere da agosto dello scorso anno, sta facendo pressioni per applicare una legge che garantisce a tutti i membri delle forze paramilitari Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), che decidano di lasciare le armi, di non finire un solo giorno in prigione, seppure abbiano commesso crimini gravi, oltre ad uno statuto antiterrorismo che riduce diritti e libertà della Costituzione del 1991.
Allo stesso tempo, si promuovono iniziative per impedire il controllo della Corte Costituzionale sull’imposizione dello stato di eccezione e per attribuire all’esercito poteri di polizia giudiziaria.
“Ciò è molto doloroso, perché evidenzia che il popolo, stanco della guerra, ha scelto la soluzione estrema; ed evidenzia che la proposta di negoziato per ottenere la pace e approfondire la democrazia non è stata attraente”, ha sostenuto la González.
“L’influenza delle istituzioni e dei settori economici più potenti sui mezzi di comunicazione è così forte che l’unico discorso coerente che arriva alla gente è quello di Uribe”, ha spiegato Lucia González, che ha aggiunto: “Le ragioni del conflitto colombiano sono assai profonde e complesse. La guerra non finirà con la sconfitta o il disarmo di uno dei gruppi”.
Il presidente sta promovendo una campagna che porti la comunità internazionale a dichiarare terroristi i guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie colombiane, e cerca fondi per sostenere la guerra.
Allo stesso tempo, però, ha chiesto all’Onu di fare da mediatrice in un negoziato di pace con la guerriglia.
D’altra parte, sebbene la maggioranza dei paramilitari abbia accettato un cessate il fuoco con il governo, tra dicembre e agosto dello scorso anno sono stati uccisi 693 leader sociali, indigeni e sindacali.
“I paramilitari hanno cambiato la loro strategia, dallo sterminio massiccio agli omicidi selettivi di dirigenti degli oppositori”, ha affermato la González.
D’altra parte, ha fatto notare, nel progetto per assicurare il disarmo dei gruppi armati “non c’è un solo segnale che le terre da loro occupate (le migliori della Colombia) vengano restituite alla popolazione sfollata”.
Solo negli ultimi cinque anni, un milione di persone sono state sgombrate a causa della guerra.