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POVERTA’: Il costo delle guerre dimenticate

NEW YORK, 7 ott (IPS) – Dal nuovo rapporto dell'Onu, intitolato “La situazione sociale del mondo nel 2003”, emerge che i conflitti armati in Asia, Africa e America Latina hanno ulteriormente aggravato i problemi dei paesi più poveri del mondo. Lo studio, di 90 pagine, indica che “i conflitti tendono a concentrarsi nei paesi più poveri. Sin dal 1990, oltre la metà dei paesi a basso reddito ha subito conflitti importanti”.

Negli ultimi vent'anni del XX secolo, ci sono stati 164 conflitti violenti nel mondo, che hanno colpito 89 paesi per una durata media di oltre 6 anni.

Il rapporto, che sarà presentato prossimamente all'Assemblea generale dell'Onu, indica che “il maggiore impatto è stato in Africa, dove in media ogni paese, o un suo vicino, ha subito un conflitto importante negli ultimi dieci anni”.

Tra gli Stati africani colpiti da conflitti violenti vi sono Angola, Eritrea, Liberia, Mozambico, Sierra Leone, Somalia, Sudan e Repubblica Democratica del Congo (RDC).

Nei paesi che subiscono conflitti violenti lo sviluppo economico risulta compromesso poiché le strutture industriali vengono distrutte e i servizi sociali abbandonati, le aree agricole restano incolte e popolazioni già povere rischiano la carestia.

“Negli ultimi decenni – si legge nello studio dell'Onu – ci sono anche stati cambiamenti nella natura dei conflitti, con una maggiore incidenza di conflitti all'interno degli Stati piuttosto che tra gli Stati”.

In paesi come Liberia, Sierra Leone e RDC, le fazioni in guerra si finanziano assumendo il controllo di proprietà civili e risorse naturali, come diamanti e legname.

Cinque eserciti stranieri (di Angola, Namibia, Ruanda, Uganda e Zimbabwe) sono rimasti coinvolti nella guerra civile nella RDC e nello sfruttamento illegale di risorse minerarie del paese, come oro, rame, diamanti, coltan (il materiale usato per la costruzione dei telefoni cellulari), legname e cobalto. Il ricavato illegale di queste attività viene poi utilizzato per l'acquisto sia di armi leggere sia di armamenti sofisticati.

Secondo lo studio dell'Onu, “la nuova economia di guerra ha portato a un proliferare di gruppi armati organizzati in linee di comando e di controllo deboli. In questo modo, combattenti non addestrati hanno sostenuto gran parte delle ultime guerre, violando – probabilmente a loro stessa insaputa – le Convenzioni di Ginevra che prevedono tra l'altro l'assistenza ai civili”.

“I civili – prosegue il rapporto – sono stati utilizzati come strumenti di guerra in diversi modi, tramite l'espulsione o il massacro di popolazioni e la violenza contro le donne, allo scopo di controllare territori ricchi di risorse, costringere alla resa o semplicemente acquisire vantaggi sul nemico”.

Le crisi militari tra India e Pakistan e tra le due Coree hanno costretto i paesi asiatici ad aumentare la spesa militare, a scapito dello sviluppo economico.

Lunedì 6 ottobre, l'ambasciatore sudafricano presso l'Onu, Dumisani Kumalo si è rivolto al Comitato per il Disarmo e la Sicurezza internazionale, dichiarando che i conflitti militari alimentano la corsa agli armamenti in tutto il mondo, ed ha aggiunto che “quest'anno la spesa militare mondiale dovrebbe aumentare fino ad un miliardo di dollari, mentre metà della popolazione mondiale subisce privazioni ed è in condizioni di povertà cronica”.

Lo scorso giugno, l'Istituto internazionale per la Pace di Stoccolma riferiva che la spesa militare mondiale è aumentata, da 741 miliardi di dollari nel 2001 a 784 miliardi nel 2002.

Il rapporto dell'Onu analizza inoltre l'impatto della guerra sui diversi gruppi sociali, come gli anziani, i giovani, i disabili, gli indigeni, gli immigrati e le donne, sottoposti ad un alto grado “di vulnerabilità di fronte ad eventi fuori dalla loro portata, a causa della loro elevata dipendenza sociale ed economica”. Nella relazione si legge: “Per la mancanza di risorse, le persone che vivono intorno alla soglia di povertà non sono in grado di sopportare i forti sconvolgimenti” provocati dalla guerra.