{"id":932,"date":"2008-03-12T12:52:25","date_gmt":"2008-03-12T12:52:25","guid":{"rendered":"http:\/\/ipsnews.net\/ipsnotizie\/2008\/03\/12\/sviluppo-africa-orientale-partire-o-restare-fra-rischi-e-speranze\/"},"modified":"2008-03-12T12:52:25","modified_gmt":"2008-03-12T12:52:25","slug":"sviluppo-africa-orientale-partire-o-restare-fra-rischi-e-speranze","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/2008\/03\/12\/sviluppo-africa-orientale-partire-o-restare-fra-rischi-e-speranze\/","title":{"rendered":"SVILUPPO &#8211; AFRICA ORIENTALE: Partire o restare, fra rischi e speranze"},"content":{"rendered":"<p>DAR ES SALAAM, 12 marzo 2008 (IPS) &#8211; Justina Bkole, 38 anni, era appena una bambina quando i suoi genitori sono scappati nella Tanzania occidentale nel 1972, per sfuggire agli scontri etnici nel vicino Burundi. Come migliaia di altri rifugiati uniti nello stesso destino, &egrave; rimasta nel paese dell&rsquo;Africa orientale, dove oggi ha molti legami, ma le sue radici restano in Burundi.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p><div align='center'><div id=\"attachment_1137\" style=\"width: 210px\" class=\"wp-caption alignright\"><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-1137\" class=\"size-full wp-image-1137\" src=\"\/ipsnotizie\/\/imagenes\/images_site\/SarahMcGregor100308Edited.jpg\" alt=\"Ultimo addio dei rifugiati burundesi in treno a Katumba, 9 marzo. Sarah McGregor\/IPS\" width=\"200\"\/><p id=\"caption-attachment-1137\" class=\"wp-caption-text\">Ultimo addio dei rifugiati burundesi in treno a Katumba, 9 marzo.<br \/>Sarah McGregor\/IPS<\/p><\/div><\/div>\n<p>&rdquo;Qui i miei bambini vanno a scuola e abbiamo da mangiare&rdquo;, racconta Bkole, madre di cinque figli che coltiva a tabacco e mais in un piccolo appezzamento di terra. &ldquo;Per&ograve; mi sento sempre profuga, perch&eacute; la mia casa &egrave; in Burundi e sono stata costretta a lasciarla&rdquo;.<\/p>\n<p>Ora il Burundi sar&agrave; nuovamente la casa di molti profughi, ma non per Bkole. <\/p>\n<p>Il presidente della Tanzania Jakaya Kikwete ha detto che &egrave; arrivato il momento di scrivere il capitolo conclusivo di una delle pi&ugrave; prolungate situazioni di esilio nel mondo: i tre insediamenti di profughi del Burundi nella Tanzania occidentale &#8211; Ulyankulu, Katumba e Mishamo &ndash; saranno chiusi entro il 2010. I campi sono gestiti dall&rsquo;Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e dal governo della Tanzania. <\/p>\n<p>I 218 mila esuli, noti come &ldquo;i profughi del Burundi del 1972&rdquo;, si ritrovano con i loro discendenti di fronte alla scelta di tornare alla terra d&rsquo;origine o chiedere la cittadinanza tanzanese.<\/p>\n<p>Circa l&rsquo;80 per cento di essi ha espresso la volont&agrave; di diventare cittadini della Tanzania, riferisce un sondaggio dell&rsquo;Onu, mentre 45 mila di loro desiderano tornare in Burundi (alcuni sono gi&agrave; partiti). Un numero ridotto potrebbe chiedere il trasferimento in un terzo paese. <\/p>\n<p>Bkole pensa che chieder&agrave; la naturalizzazione: &ldquo;Qui sono felice&rdquo;, ha detto, rispondendo alla domanda sul perch&eacute; vuole restare. <\/p>\n<p>Chi chiede di rimanere in Tanzania, lo fa malgrado la realt&agrave; di confine vissuta dai rifugiati nei campi, che devono chiedere un permesso speciale per uscire, isolati dagli abitanti locali, e privi di un vero senso di appartenenza al paese che li ospita. <\/p>\n<p>Stenti quotidiani<\/p>\n<p>La vita per la maggior parte delle persone in Tanzania &egrave; misera, e lo stesso pu&ograve; dirsi per gli insediamenti. &Egrave; difficile trovare lavoro, il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 30 per cento e solo un quarto della popolazione frequenta la scuola. <\/p>\n<p>I rifugiati riescono a procurarsi qualcosa con impieghi particolari, come lavori di sartoria, allevamento d&rsquo;api o vendita dei prodotti di giornata su bancarelle e negozi dismessi. <\/p>\n<p>Circa la met&agrave; &egrave; costituita da piccoli agricoltori che producono e vendono diverse colture, come tabacco, mais, manioca, arachidi, riso, patate e simili. <\/p>\n<p>Chi vive negli insediamenti gode di alcuni benefici, per esempio pu&ograve; usufruire di cure mediche migliori rispetto ai vicini tanzanesi. <\/p>\n<p>&rdquo;L&rsquo;UNHCR &egrave; come una famiglia. Ci d&agrave; amore, ma chiede anche il rispetto delle regole&rdquo;, racconta Thomas Mabruck, 44 anni, insegnante volontario a Ulyankulu e padre di cinque figli, fra uno e 19 anni. <\/p>\n<p>&rdquo;Il rifugiato &egrave; una persona fuggita a causa della guerra, ma io oggi voglio poter dire &lsquo;Sono cittadino di qualche luogo&rsquo;&rdquo;.<\/p>\n<p>L&rsquo;idea di tornare in Burundi &egrave; una prospettiva spaventosa per qualcuno, che si vede sottrarre quella rete di sicurezza fino a oggi garantita. <\/p>\n<p>&rdquo;La vita qui va bene&rdquo;, racconta Ananas, un anziano agricoltore. &ldquo;Se non mi danno la cittadinanza (in Tanzania), dove andr&ograve;? Potrei anche morire, non ho scelta&rdquo;.<\/p>\n<p>Sono stati comunque compiuti molti sforzi per assicurare almeno una possibilit&agrave; a tutti: coloro che torneranno in Burundi potranno percepire un&rsquo;indennit&agrave; di circa 42 dollari e una razione alimentare per sei mesi, ma non sar&agrave; loro garantita la terra. <\/p>\n<p>Altro problema potrebbe essere la lingua: la maggior parte dei rifugiati parla correntemente la lingua nazionale della Tanzania, il kiswahili, mentre in pochi capiscono il francese, lingua nazionale del Burundi. <\/p>\n<p>Fondi necessari<\/p>\n<p>L&rsquo;Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Ant&oacute;nio Guterres, in una recente visita in Tanzania ha chiesto 34 milioni di dollari per trasferire questa popolazione di rifugiati, un gruppo quasi ignorato dalla comunit&agrave; internazionale. Secondo il funzionario, sarebbero necessari anche ulteriori fondi per insediare altrove la popolazione e offrire a tutti i servizi sociali di base. <\/p>\n<p>Domenica, Guterres ha accompagnato alla partenza il primo gruppo di 252 rifugiati dell&rsquo;insediamento di Katumba, tra cui molti figli di chi aveva lasciato il Burundi oltre 35 anni fa.  <\/p>\n<p>&rdquo;Non c&rsquo;&egrave; nessun posto come la propria casa&rdquo;, ha detto, incoraggiato da artisti e simpatizzanti riuniti alla stazione ferroviaria da cui partivano gli esuli per dare a tutti un allegro addio. &ldquo;Non si pu&ograve; restare profughi per sempre&rdquo;.<\/p>\n<p>Cassian Benedict, padre ventiseienne di due bambini, ha detto di avere in programma per ottobre il ritorno in Burundi, terra d&rsquo;origine dei suoi genitori. <\/p>\n<p>Quando gli &egrave; stata mostrata la mappa della nazione dell&rsquo;Africa centrale non ha saputo indicare esattamente la sua destinazione, ma non &egrave; sembrato intimorito. <\/p>\n<p>&rdquo;Sono nato rifugiato e cos&igrave; anche i miei figli, ma non &egrave; mai troppo tardi&rdquo;, ha detto Benedict, in una chiesa di Katumba. &ldquo;La nostra vita migliorer&agrave; laggi&ugrave;, non sono affatto preoccupato&rdquo;.<\/p>\n<p>La Tanzania ospita altri 206.500 rifugiati fuggiti dal Burundi e dalla Repubblica democratica del Congo a causa di conflitti pi&ugrave; recenti. Kikwete ha chiesto anche ai rifugiati nei campi del nord-ovest della Tanzania di partire volontariamente entro la fine dell&rsquo;anno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>DAR ES SALAAM, 12 marzo 2008 (IPS) &#8211; Justina Bkole, 38 anni, era appena una bambina quando i suoi genitori sono scappati nella Tanzania occidentale nel 1972, per sfuggire agli scontri etnici nel vicino Burundi. 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