{"id":908,"date":"2008-02-05T11:50:19","date_gmt":"2008-02-05T11:50:19","guid":{"rendered":"http:\/\/ipsnews.net\/ipsnotizie\/2008\/02\/05\/kenya-i-media-non-sono-innocenti\/"},"modified":"2008-02-05T11:50:19","modified_gmt":"2008-02-05T11:50:19","slug":"kenya-i-media-non-sono-innocenti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/2008\/02\/05\/kenya-i-media-non-sono-innocenti\/","title":{"rendered":"KENYA: I media non sono innocenti"},"content":{"rendered":"<p>NAIROBI, 5 febbraio 2008 (IPS) &#8211; I media devono essere ritenuti in parte responsabili del genocidio avvenuto 14 anni fa in Ruanda, che provoc&ograve; quasi un milione di morti in 100 giorni. &ldquo;Morte agli Inkotanyi! [l&rsquo;esercito ribelle Tutsi]&rdquo;, gridava una radio locale ai suoi ascoltatori all&rsquo;epoca dei fatti.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>&ldquo;30 Giorni in parole e immagini: La risposta dei media in Kenya durante la crisi elettorale&rdquo;. Questo il titolo di un workshop organizzato a Nairobi la scorsa settimana dalla lobby californiana Internews, dove i professionisti dei media si sono riuniti per una &ldquo;auto-analisi&rdquo; sul ruolo dei media locali nelle violenze post-elettorali. Da qui &egrave; emerso che i media &#8211; in particolare le stazioni radio in lingua locale &#8211; sarebbero in parte responsabili per le violenze scoppiate dopo l&rsquo;annuncio della vittoria di Mwai Kibaki alle elezioni del 27 dicembre.<\/p>\n<p>Gli scontri avrebbero provocato finora pi&ugrave; di mille vittime e 250mila sfollati.<\/p>\n<p>David Ochami, commissario del Consiglio dei media del Kenya, ha detto all&rsquo;IPS che gi&agrave; molto tempo prima delle elezioni, le radio locali fomentavano le rivalit&agrave; etniche tra gli ascoltatori, &ldquo;portandoli a simpatizzare per i leader della propria trib&ugrave; e alimentando il risentimento per le altre comunit&agrave;&rdquo;. <\/p>\n<p>&ldquo;Era incredibile l&rsquo;odio etnico che la nostra radio diffondeva tra le persone esterne alla comunit&agrave;. Non potrei ripetere nessuna di quelle espressioni in questa sede&rdquo;, ha detto un giornalista di una stazione locale. &ldquo;La cosa peggiore &egrave; che lasciavamo parlare questi &lsquo;vili agitatori&rsquo; e ridevamo di loro&rdquo;. <\/p>\n<p>&ldquo;Ci siamo schierati e siamo diventati &lsquo;di parte&rsquo;, dimenticando i nostri principi professionali di obiettivit&agrave; e neutralit&agrave;. In redazione, questa polarizzazione era talmente forte che alcuni giornalisti si rifiutavano di commentare o riferire notizie che non fossero favorevoli al loro candidato o al loro partito&rdquo;, ha spiegato un giornalista. <\/p>\n<p>Di fatto, prima delle elezioni i media locali hanno diffuso messaggi infuocati attraverso i loro annunci alla radio. <\/p>\n<p>&rdquo;Sia la carta stampata che i programmi radiotelevisivi hanno messo il denaro davanti alle loro responsabilit&agrave;, accettando e trasmettendo questo materiale che incitava all&rsquo;odio etnico&rdquo;, ha detto all&rsquo;IPS Mildred Baraza, una giornalista di Nairobi. &ldquo;Potrebbero aver fomentato gli ascoltatori, che appena hanno potuto si sono vendicati proprio a seguito di questi messaggi pre-elettorali&rdquo;. <\/p>\n<p>Anche Redemtor Atieno, un altro giornalista di Nairobi che ha collaborato all&rsquo;organizzazione del workshop, &egrave; sicuro che siano stati proprio questi messaggi faziosi dei media ad alimentare i tumulti nel paese. <\/p>\n<p>&rdquo;La professionalit&agrave; &egrave; stata data in pasto ai cani, mentre faziosit&agrave; e odio tribale venivano fomentati giorno dopo giorno. Abbiamo fallito con i nostri ascoltatori, trasmettendo gli interessi dei politici senza interrogarci sull&rsquo;impatto che avrebbero avuto i nostri servizi&rdquo;, ha detto Atieno all&rsquo;IPS.<\/p>\n<p>I partecipanti al workshop hanno anche condannato i dirigenti dei media per aver avuto un ruolo determinante nell&rsquo;incoraggiare le violenze. &ldquo;Avevano interessi acquisiti in entrambi i campi degli schieramenti politici&rdquo;, ha commentato un reporter della Kenya Broadcasting Corporation (KBC), aggiungendo che lui e i suoi colleghi volevano raccontare la verit&agrave; dei fatti, ma non potevano, perch&eacute; le storie avrebbero potuto mettere il governo in cattiva luce.<\/p>\n<p>&ldquo;Avevamo raccolto dei bei video e reportage sul campo, ma siamo tornati in redazione sapendo che non sarebbero mai stati usati&rdquo;, ha detto. <\/p>\n<p>Anche i media privati che appoggiavano i diversi partiti politici hanno avuto una parte nei servizi che venivano trasmessi. Se il loro partito ne usciva bene, esageravano la storia e tendevano a dipingere l&rsquo;opposizione in modo negativo. <\/p>\n<p>&rdquo;Le organizzazioni dei media hanno rinunciato a raccontare al mondo la verit&agrave; su ci&ograve; che sta accadendo&rdquo;, ha detto Ochami all&rsquo;IPS. &ldquo;C&rsquo;&egrave; stata una tendenza a dipingere la crisi keniana come un problema tra due gruppi etnici &#8211; dove uno dei due [i Kikuyu di Kibaki] viene presentato come la vittima dall&rsquo;altro (i Luo del leader dell&rsquo;opposizione Raila Odinga). Qualsiasi altra cronaca che dica il contrario viene minimizzata o ignorata&rdquo;, ha spiegato Ochami.    C&rsquo;&egrave; chi crede che i media siano innocenti, e che le violenze che scuotono oggi il paese erano comunque destinate a scoppiare; che le ineguaglianze storico-economiche tra le comunit&agrave; keniane avrebbero fatto esplodere la situazione prima o poi. <\/p>\n<p>&rdquo;La gente covava da tempo una rabbia inespressa. Era destinata ad esplodere, che i media la incoraggiassero o no&rdquo;, ha affermato un giornalista presente al workshop. &ldquo;Molte persone l&rsquo;anno scorso hanno votato per il cambiamento, ed &egrave; stato un voto di protesta contro anni di ineguaglianze. Quando hanno capito che non sarebbe cambiato niente con l&rsquo;elezione di Kibaki, sono esplosi&rdquo;. <\/p>\n<p>Secondo Mitch Odera, moderatore del workshop e esperto di media, una delle cause del malcontento in Kenya risiederebbe in una democrazia ancora immatura. &ldquo;Non c&rsquo;&egrave; stata una democrazia concorrenziale nel nostro paese. &Egrave; questo il problema&rdquo;, ha detto Odera ai partecipanti all&rsquo;incontro. <\/p>\n<p>Anche al governo sono state attribuite delle responsabilit&agrave; in questo caos, per il divieto che ha applicato sulle trasmissioni in diretta poco dopo lo scoppio delle violenze nel paese. <\/p>\n<p>&rdquo;Il divieto non &egrave; stato esteso ai media internazionali, compreso Internet, cui molti keniani hanno avuto accesso, e hanno poi diffuso quei messaggi. Questo ha portato ad un&rsquo;informazione deviata e perci&ograve; al panico, a sempre pi&ugrave; distruzione e morti&rdquo;, ha detto il giornalista di un media online. <\/p>\n<p>Editors Guild &#8211; organizzazione di cui fanno parte editor di tutti i media &#8211; &egrave; andata in tribunale questa settimana per fare ricorso contro il divieto sulle trasmissioni. <\/p>\n<p>I partecipanti al workshop hanno anche ascoltato le esperienze dirette dei giornalisti che si sono occupati delle violenze post-elettorali, che hanno denunciato le minacce di morte ricevute, lamentando di essersi sentiti isolati dal resto del paese. <\/p>\n<p>E&#039; emerso in modo chiaro che diversi scrittori e analisti politici hanno ricevuto minacce di morte per aver scritto reportage considerati sconvenienti per il governo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>NAIROBI, 5 febbraio 2008 (IPS) &#8211; I media devono essere ritenuti in parte responsabili del genocidio avvenuto 14 anni fa in Ruanda, che provoc&ograve; quasi un milione di morti in 100 giorni. &ldquo;Morte agli Inkotanyi! 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