{"id":891,"date":"2007-12-31T12:45:30","date_gmt":"2007-12-31T12:45:30","guid":{"rendered":"http:\/\/ipsnews.net\/ipsnotizie\/2007\/12\/31\/sfide-2008-il-cambiamento-climatico-impone-un-nuovo-ordine-mondiale\/"},"modified":"2007-12-31T12:45:30","modified_gmt":"2007-12-31T12:45:30","slug":"sfide-2008-il-cambiamento-climatico-impone-un-nuovo-ordine-mondiale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/2007\/12\/31\/sfide-2008-il-cambiamento-climatico-impone-un-nuovo-ordine-mondiale\/","title":{"rendered":"SFIDE 2008: Il Cambiamento Climatico impone un nuovo ordine mondiale"},"content":{"rendered":"<p>RIO DE JANEIRO, 30 dicembre 2007 (IPS) &#8211; Ancora una volta, l&rsquo;umanit&agrave; rischia la catastrofe. Dal terrore della distruzione con missili nucleari pronti per essere lanciati semplicemente premendo un bottone, si &egrave; passati all&rsquo;inquietante scenario che il riscaldamento globale arrivi al punto di non ritorno, sconvolgendo le coalizioni tra i governi e l&rsquo;ordine geopolitico tradizionale.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Bench&eacute; la gravit&agrave; della minaccia posta alla sopravvivenza umana sia stata riconosciuta nella retorica diplomatica, i poteri internazionali non hanno ancora dato alla crisi climatica la priorit&agrave; assoluta che merita. Continuano a prevalere le vecchie dispute e divisioni sulle questioni strategiche, economiche, commerciali e ideologiche. <\/p>\n<p>Il Brasile, ad esempio, dovrebbe unirsi all&rsquo;Unione europea (Ue), per &ldquo;formare un&rsquo;alleanza virtuosa e responsabile&rdquo;, e prendere le distanze dalla Cina, il paese che oggi emette il maggior volume di gas serra ed ha un atteggiamento &ldquo;irresponsabile&rdquo; verso il clima, ha dichiarato all&rsquo;IPS Eduardo Viola, professore di relazioni internazionali presso l&rsquo;Universit&agrave; di Brasilia.<\/p>\n<p>Secondo questo pioniere negli studi sulla sicurezza climatica globale, solo la cooperazione tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra potr&agrave; creare le condizioni per evitare un cambiamento climatico pericoloso, che si verificher&agrave; se la temperatura del pianeta aumenter&agrave; di oltre due gradi nel corso di questo secolo. <\/p>\n<p>Questo dipender&agrave; in larga misura dalla possibilit&agrave; che, a novembre 2008, gli elettori americani scelgano un presidente che sia in grado di assumere un ruolo di leadership di fronte a questa sfida. <\/p>\n<p>Il Brasile, il sesto maggiore responsabile delle emissioni nel mondo dopo Cina, Stati Uniti, Unione europea, India e Russia, potrebbe accelerare questo processo di attenzione al clima alleandosi con i governi europei e il Giappone, per &ldquo;una transizione verso un&rsquo;economia a bassa intensit&agrave; di carbonio&rdquo;, assumendosi impegni seri e recuperando il livello di leadership ambientale che aveva negli anni &rsquo;90, secondo Viola. <\/p>\n<p>Il fatto che il 60 per cento dei gas emessi in Brasle derivino dalla deforestazione, significa che questo paese potrebbe ridurre le emissioni a un costo minore rispetto ai maggiori responsabili delle emissioni, ha segnalato. <\/p>\n<p>Le sue emissioni di un miliardo di tonnellate metriche di carbonio nel 2004 sono gi&agrave; scese di oltre il 30 per cento, dal momento che il tasso di deforestazione dell&rsquo;Amazzonia ha rallentato di oltre la met&agrave; negli ultimi tre anni. <\/p>\n<p>Ma l&rsquo;atteggiamento ambiguo del governo brasiliano di Luiz In&aacute;cio Lula da Silva gli impedisce persino di approfittare di questo risultato per rafforzare la sua posizione nei negoziati sul clima, ha lamentato Rubens Born, coordinatore dell&rsquo;istituto non governativo Vitae Civilis.<\/p>\n<p>&ldquo;Un Brasile pi&ugrave; indipendente dal Gruppo dei 77 (G-77) pi&ugrave; la Cina, potrebbe fare la differenza nel futuro del cambiamento climatico&rdquo;, ha commentato Born all&rsquo;IPS.<\/p>\n<p>Il G-77, composto oggi da 130 paesi, fu creato nel 1964 per difendere gli interessi economici comuni dei paesi in via di sviluppo. Ma non &egrave; funzionale rispetto al problema climatico, a causa della presenza della Cina e dei paesi esportatori di petrolio, che hanno interessi in conflitto, ha osservato l&rsquo;attivista. <\/p>\n<p>Born &egrave; tornato &ldquo;deluso&rdquo; dalla Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (UNFCC) tenutasi a Bali, Indonesia (3-15 dicembre).    Il &ldquo;gioco politico&rdquo; ha impedito l&rsquo;adozione dello specifico obiettivo di ridurre dal 25 al 40 per cento le emissioni entro il 2020, e ha relegato le conclusioni della Commissione intergovernativa di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) ad una nota a pi&eacute; di pagina, &ldquo;indebolendo l&rsquo;obiettivo&rdquo; dell&rsquo;incontro, ha spiegato. <\/p>\n<p>(La Commissione, insignita del Premio Nobel e composta da 2.500 scienziati, ha riferito nel rapporto finale di quest&rsquo;anno che questo traguardo di riduzione delle emissioni rispetto ai livelli del 1990 &egrave; necessario per evitare la peggiore delle catastrofi climatiche). <\/p>\n<p>A Bali sono stati fatti alcuni passi avanti, come includere la deforestazione nella &ldquo;roadmap&rdquo; sul clima, l&rsquo;approvazione di un fondo per l&rsquo;adattamento al cambiamento climatico per aiutare i paesi poveri a proteggere le loro popolazioni dai disastri del clima, e la richiesta che il G-.77 adotti iniziative nazionali &ldquo;misurabili, comunicabili e verificabili&rdquo; per mitigare il cambiamento climatico, anche se i paesi in via di sviluppo non sono obbligati a farlo sotto il Protocollo di Kyoto.<\/p>\n<p>Ma questi progressi sono comunque insufficienti per assicurare che i negoziati procedano al ritmo necessario, e &ldquo;abbiamo solo due anni&rdquo; per concludere un accordo difficile, ha segnalato Born. <\/p>\n<p>La nuova realt&agrave; esige &ldquo;altre forme di raggruppare i paesi&rdquo;, con criteri distinti da quelli tradizionali, economici o militari. Le questioni ambientali e climatiche devono passare in cima alle agende politiche nazionali e internazionali, ha sostenuto. <\/p>\n<p>Il Brasile si sta battendo per ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell&rsquo;Onu, ma ampliare la composizione di questo organismo non risolver&agrave; niente, ha osservato. Sarebbe piuttosto necessario &ldquo;aggiornare le sue funzioni e la sua agenda, per includervi la sicurezza alimentare e climatica&rdquo;.<\/p>\n<p>La diplomazia brasiliana si trova a dover affrontare un crescente movimento che unisce ambientalisti e oppositori politici nella critica ai &ldquo;rinvii&rdquo; delle loro istanze ambientali e commerciali. La ragione di questa rabbia &egrave; la &ldquo;scelta ideologica a favore del Terzo mondo&rdquo; del governo brasiliano, secondo Viola. <\/p>\n<p>Una posizione condivisa da diplomatici e imprenditori che si oppongono all&rsquo;avvicinamento di Brasilia all&rsquo;Africa, Medio Oriente e Asia, nell&rsquo;intento di creare legami commerciali che, ritengono, potrebbero andare a discapito degli scambi con i mercati ricchi. Queste alleanze hanno dato al Brasile un ruolo di leadership nel negoziare un nuovo accordo nell&rsquo;Organizzazione mondiale del commercio (OMC). <\/p>\n<p>Ma nel quadro del cambiamento climatico, queste alleanze fanno s&igrave; che il Brasile continui a &ldquo;togliere le castagne dal fuoco alla Cina&rdquo;, secondo Jos&eacute; Goldemberg, ministro dell&rsquo;ambiente nel 1992, quando il Brasile ospit&ograve; il Vertice mondiale di Rio de Janeiro, dove vennero approvate le Convenzioni Onu sul Clima e la Biodiversit&agrave;. <\/p>\n<p>&Egrave; assurdo paragonare la Cina, oggi potenza economica e tecnologica, a paesi africani come il Burundi, in termini di bisogni di aiuti finanziari e trasferimento di tecnologie per aiutare i paesi in via di sviluppo a mitigare il cambiamento climatico e ad adattarsi ad esso, ha commentato il fisico, esperto di energia, in un dibattito televisivo. <\/p>\n<p>La crisi richiede la cooperazione di tutti, perch&eacute; altrimenti la nave affonder&agrave; comunque, e poco importa chi sar&agrave; storicamente responsabile dei buchi, ha proclamato.<\/p>\n<p>La Cina ha emesso 5.700 milioni di tonnellate di anidride carbonica nel 2006, superando i 5,6 miliardi di tonnellate emessi dagli Stati Uniti; ma &egrave; pi&ugrave; allarmante la differenza nella crescita annuale delle loro emissioni, dell&rsquo;8 e dell&rsquo;1 per cento rispettivamente, ha spiegato Viola, in base ai dati di diversi organismi istituzionali e indipendenti. <\/p>\n<p>Insieme, i due paesi sono responsabili del 43 per cento delle emissioni globali. La Cina ha adottato una crescita economica &ldquo;ad alto impatto ambientale e climatico&rdquo;, ha avvertito, collocando entrambi nel &ldquo;gruppo degli irresponsabili&rdquo;. <\/p>\n<p>La sicurezza climatica del pianeta dipende da un &ldquo;Grande accordo&rdquo; tra i 13 grandi responsabili delle emissioni, che emettono pi&ugrave; dell&rsquo;1,5 per cento del totale mondiale ciascuno, per una riduzione sostanziale delle emissioni globali di carbonio, ha segnalato Viola.<\/p>\n<p>L&rsquo;accademico ha disegnato altri due possibili scenari futuri: quello &ldquo;hobbesiano&rdquo;, in cui gli Stati-nazione controllano le loro popolazioni, mentre nello scenario internazionale la nazione pi&ugrave; potente controlla l&rsquo;ordine mondiale, che sarebbe catastrofico, date le attuali tendenze; e quello del &ldquo;Kyoto approfondito&rdquo;, pi&ugrave; mitigato, ma insufficiente ad impedire l&rsquo;aumento delle temperature globali di oltre due gradi entro il 2100. <\/p>\n<p>Il Grande accordo prevederebbe &ldquo;una volont&agrave; di cooperazione profonda e a lungo termine&rdquo;, ma l&rsquo;impegno di alcuni paesi leader aiuterebbe a persuadere gli altri ad aderire, ha sostenuto Viola. L&rsquo;Ue si &egrave; gi&agrave; impegnata, e anche gli Usa potrebbero diventare partner dopo le elezioni del prossimo anno. <\/p>\n<p>Il &ldquo;primo circolo&rdquo; si completerebbe con la Cina e l&rsquo;India (responsabile per quasi l&rsquo;11 per cento delle emissioni), ma sarebbe difficile per questi due paesi invertire la forte crescita delle loro emissioni, data la loro dipendenza dai combustibili fossili.<\/p>\n<p>Nel &ldquo;secondo circolo&rdquo; dei maggiori responsabili, composto da Russia, Brasile, Giappone e Indonesia, la principale difficolt&agrave; potrebbe venire dalla Russia, grande esportatrice di petrolio e gas, e la cui &eacute;lite spera di guadagnare pi&ugrave; terre coltivabili con il riscaldamento globale.    Il Giappone &egrave; tra le economie a minore intensit&agrave; di carbonio, emettendo solo 0,15 tonnellate di anidride carbonica per ogni mille dollari di prodotto interno lordo (PIL), rispetto alle 0,40 tonnellate degli Usa. Ma non &egrave; confrontabile con gli Stati Uniti quanto al cambiamento climatico, dal momento che dipende dalla protezione militare Usa. Un fattore che invece non vincola pi&ugrave; l&rsquo;Europa, dopo la dissoluzione dell&rsquo;ex-Unione sovietica. <\/p>\n<p>Si tratta di un&rsquo;equazione complessa, con molti ostacoli, ma l&rsquo;alleanza tra Usa, Unione europea e Giappone, con la possibile adesione del Brasile, potrebbe rappresentare una combinazione molto convincente, e offrire un maggiore contributo nel mitigare il cambiamento climatico rispetto a tutti gli altri paesi messi insieme, ha detto Viola in uno slancio di ottimismo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>RIO DE JANEIRO, 30 dicembre 2007 (IPS) &#8211; Ancora una volta, l&rsquo;umanit&agrave; rischia la catastrofe. 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