{"id":878,"date":"2007-11-23T14:50:48","date_gmt":"2007-11-23T14:50:48","guid":{"rendered":"http:\/\/ipsnews.net\/ipsnotizie\/2007\/11\/23\/sviluppo-se-globalizzazione-che-sia-di-tutti\/"},"modified":"2017-11-08T17:52:29","modified_gmt":"2017-11-08T17:52:29","slug":"sviluppo-se-globalizzazione-che-sia-di-tutti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/2007\/11\/23\/sviluppo-se-globalizzazione-che-sia-di-tutti\/","title":{"rendered":"SVILUPPO: Se &egrave; globalizzazione, che sia di tutti"},"content":{"rendered":"<p>LONDRA, 23 novembre 2007 (IPS) &#8211; La &ldquo;guerra al terrore&rdquo; non appartiene alla lingua di tutti, e neanche &ldquo;globalizzazione&rdquo;, secondo il Premio Nobel Amartya Sen. E non ha ragione chi pensa che il radicalismo religioso sia in realt&agrave; un problema islamico, sostiene.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p><div align='center'><div id=\"attachment_1057\" style=\"width: 210px\" class=\"wp-caption alignright\"><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-1057\" class=\"size-full wp-image-1057\" src=\"\/ipsnotizie\/\/imagenes\/images_site\/amartya_sen.jpg\" alt=\"Amartya Sen Tsar Fedorsky\/Getty Images\" width=\"200\"\/><p id=\"caption-attachment-1057\" class=\"wp-caption-text\">Amartya Sen<br \/>Tsar Fedorsky\/Getty Images<\/p><\/div><\/div>\n<p>Queste idee hanno fatto s&igrave; che Sen, un indiano, fosse scelto per guidare la Commissione del Commonwealth sul rispetto e la comprensione (Commission on Respect and Understanding) nella sua ricerca di un cammino civile verso la pace. Il rapporto del gruppo, &ldquo;Percorsi civili per la pace&rdquo;, &egrave; stato lanciato a Londra la scorsa settimana.<\/p>\n<p>Il dossier &egrave; stato presentato al segretario generale del Commonwealth Don McKinnon in occasione del Meeting dei capi di governo del Commonwealth nella capitale ugandese Kampala (23-25 nov.).<\/p>\n<p>Il rapporto fa seguito al mandato dei capi di governo del Commonwealth di guardare alle cause di conflitto, violenza e estremismo nei 53 paesi membri dell&rsquo;organizzazione, che un tempo facevano parte dell&rsquo;Impero britannico.<\/p>\n<p>L&rsquo;editor dell&#039;IPS per l&#039;Europa Sanjay Suri ha intervistato Amartya Sen dopo il lancio del rapporto:<\/p>\n<p>IPS: Quali sono le cause principali di  conflitto secondo il suo rapporto?<\/p>\n<p>Amartya Sen: Credo che cos&igrave; come la Prima guerra mondiale fu alimentata sottolineando le divisioni di nazionalit&agrave;, al momento gran parte dei dibattiti, e il clima di fuoco, sono collegabili alle divisioni e distinzioni religiose. E credo che per superare questo dobbiamo guardare alla ricchezza delle relazioni umane. E siamo molto impegnati in questo senso.<\/p>\n<p>&Egrave; un tema complesso. Ma se non ci impegneremo nella battaglia per aprire le menti delle persone, non sar&agrave; possibile sconfiggere la violenza e il terrorismo nel mondo. Non &egrave; possibile riuscirci solo con il militarismo. Questo non significa che pensiamo che le azioni militari non facciano mai la differenza. Possono fare la differenza, ma di certo l&rsquo;iniziativa civile, l&rsquo;impegno civile e una variet&agrave; di strumenti legati ai media, all&rsquo;educazione, al processo politico e all&rsquo;impegno della societ&agrave; civile, possono fare la differenza. <\/p>\n<p>IPS: Si parla comunemente e in termini generali di un problema religioso, ma moltissime persone lo vedono prima di tutto come un problema islamico.<\/p>\n<p>AS: Non credo che sia un problema di religione in s&eacute;, perch&eacute;, io non sono un credente, ma vedo che per chi crede, la religione pu&ograve; avere un ruolo piuttosto arricchente nella vita. Ma &egrave; un&rsquo;altra cosa usare le divisioni religiose con l&rsquo;obiettivo di una divisione settaria, e con l&rsquo;obiettivo di infliggere violenza contro le persone che non condividono la stessa religione e credono in un&rsquo;altra religione.<\/p>\n<p>Ma questo non si limita all&rsquo;Islam, a ci&ograve; che adesso voi chiamate terrorismo islamico. &Egrave; un piccolissimo gruppo di persone di fede musulmana  con una visione particolare di come questa debba evolversi; credo che la vasta maggioranza dei musulmani non condivida questa visione.<\/p>\n<p>E anche in altri casi assistiamo allo stesso tipo di violenza. In occasione dei disordini nel Gujarat in India, sono state le sette ind&ugrave; ad avere un ruolo negli scontri. Allo stesso modo, sono state le sette buddiste ad avere un ruolo negli scontri in Sri Lanka, e cos&igrave; via. Credo che la confusione riguardi il ruolo arricchente della religione, che &egrave; un&rsquo;identit&agrave; tra una marea di identit&agrave; che gli esseri umani hanno.<\/p>\n<p>IPS: Ma quella che viene chiamata guerra globale al terrorismo &egrave; effettivamente contro la violenza islamica.<\/p>\n<p>AS: Beh, &ldquo;guerra globale al terrorismo&rdquo; non appartiene di certo alla nostra lingua. Quando ne parliamo, la chiamiamo la &lsquo;cosiddetta&rsquo; guerra al terrore. Credo che a prescindere da ci&ograve; che pensiamo delle azioni militari, e molti membri della Commissione ora pensano che i metodi militari fossero pi&ugrave; adeguati in Afghanistan che in Iraq, ma a prescindere da come valutiamo la questione, tutti concordiamo come la comprensione filosofica di base che mette in risalto la &lsquo;guerra al terrore&rsquo; sia di gran lunga troppo limitata. Trascura la battaglia per aprire le menti delle persone. <\/p>\n<p>E cos&igrave; &egrave; successo che concentrandosi su una sola causa specifica delle violenze, &egrave; prevalsa una lettura del mondo in cui lo scontro di civilt&agrave;, in particolare tra la cosiddetta civilt&agrave; occidentale e la cosiddetta civilt&agrave; islamica, ha un ruolo molto importante.<\/p>\n<p>Ma non &egrave; cos&igrave; che il mondo si divide. Diversi individui tra i musulmani, o tra i cristiani, ebrei, ind&ugrave; o sikh possono partecipare alle stesse attivit&agrave; imprenditoriali, possono partecipare agli stessi eventi di lingua e letteratura, apprezzare lo stesso tipo di musica, e sono tutte realt&agrave; in cui sono uniti. Solo che poi si prende un piccolo sottogruppo di un gruppo molto ampio, e si identifica l&rsquo;intero gruppo in base a quel piccolo sottogruppo. E questo non porta a una buona comprensione.<\/p>\n<p>IPS: Quindi l&rsquo;idea dello scontro fra le civilt&agrave; &egrave; mal posta?<\/p>\n<p>AS: &Egrave; un&rsquo;espressione completamente sbagliata. Per almeno tre diverse ragioni.<\/p>\n<p>La prima, che queste divisioni di civilt&agrave; vengono considerate in base alla religione. Ma non abbiamo un&rsquo;identit&agrave; solo religiosa o di civilt&agrave;. Quando parlo con un amico musulmano &#8211; io provengo da un contesto ind&ugrave; &#8211; quando parlo con un amico musulmano, che sia in India o in Pakistan o in Bangladesh, o in Egitto o in Gran Bretagna, non c&rsquo;&egrave; una relazione tra una civilt&agrave; ind&ugrave; e una civilt&agrave; musulmana. Potrebbe essere una conversazione tra due indiani, o tra due subcontinentali; o tra due persone del Sud-est asiatico, o tra due abitanti di paesi in via di sviluppo. Ci sono tantissimi casi in cui si hanno delle cose in comune. Quindi, la divisione tra civilt&agrave; &egrave; un modo molto impoverito di comprendere gli esseri umani. Infatti, classificare la popolazione mondiale in civilt&agrave; e vederla solo cos&igrave;, &egrave; un sistema molto rapido ed efficace per fraintendere assolutamente tutti nel mondo. <\/p>\n<p>Secondo, nell&rsquo;evoluzione di queste culture, ci sono stati grandissimi legami reciproci. Il cibo indiano ha appreso l&rsquo;uso del peperoncino dai conquistatori portoghesi. Il cibo inglese oggi &egrave; profondamente influenzato dalla cucina indiana. Allo stesso modo, la matematica e la scienza e l&rsquo;architettura viaggiano tra le diverse regioni. E lo stesso per la letteratura. Quindi, le civilt&agrave; non sono cresciute in piccole scatole chiuse e isolate. <\/p>\n<p>Il terzo errore &egrave; pensare che in qualche modo si sia arrivati ai ferri corti. &Egrave; solo una divisione tra tante. E ce ne sono altre; ci sono uomini e ci sono donne. La divisione di genere. Poi, se questo porta ad un&rsquo;ostilit&agrave; reciproca, &egrave; un altro discorso. E allora bisogna capire che tipo di retorica ha portato a questo. E se c&rsquo;&egrave; una scarsa giustizia nei confronti delle donne, in che modo uomini e donne possono impegnarsi insieme per superarlo. <\/p>\n<p>&Egrave; la trascuratezza generale di questi temi, la molteplicit&agrave; di identit&agrave;, l&rsquo;emergere interattivo &lsquo;non insulare&rsquo; di civilt&agrave; mondiali che sono sempre pi&ugrave; un tutt&rsquo;uno, e la mancanza di ragioni per una battaglia fatta sulla spinta di classificazioni, sono questi i modi in cui la retorica dello scontro di civilt&agrave; non solo &egrave; fraintesa, ma sta provocando gravissimi danni oggi. <\/p>\n<p>IPS: Il Commonwealth viene spesso definito un microcosmo di diversit&agrave;. Cosa potrebbe fare simbolicamente o concretamente?<\/p>\n<p>AS: Nel Commonwealth non stiamo cercando di arrivare a una posizione in cui ciascuno deve avere la stessa politica. O la stessa identica idea sulle relazioni economiche. C&rsquo;&egrave; una variet&agrave; di punti di vista. Ma abbiamo anche interessi in comune, e un impegno comune per la pace e la prosperit&agrave; e una buona qualit&agrave; di vita. Questi sono gli impegni che vogliamo perseguire, e che possono essere perseguiti senza dover risolvere tutte le nostre differenze.<\/p>\n<p>Perci&ograve; il Commonwealth propone un approccio basato sul dialogo multilaterale nel gestire le differenze reciproche, ed &egrave; questo che abbiamo cercato di fare in passato. Per esempio quando ci siamo battuti con il Sud Africa per superare l&rsquo;apartheid, allo stesso modo quando ci sono differenze religiose e scontri ci impegniamo a superarli. Cos&igrave; il Commonwealth propone un approccio basato sul dialogo multilaterale, in cui le iniziative civili hanno priorit&agrave; su quelle militari. &Egrave; qui che sta il contributo del Commonwealth. <\/p>\n<p>IPS: Ma alla fine di chi &egrave; la globalizzazione? E&#039; quella dell&rsquo;Occidente? Delle merci, del mercato? O delle persone, delle idee?<\/p>\n<p>AS: Dipende da cosa intendiamo per globalizzazione. La globalizzazione delle idee &egrave; stata una delle modalit&agrave; pi&ugrave; importanti con cui &egrave; avvenuto il progresso umano. I popoli hanno imparato le tecniche scientifiche da qualche parte, le tecniche matematiche da altre parti. Al momento il mondo non-occidentale sta imparando molto dai progressi dell&rsquo;Occidente in termini di scienza e ingegneria.<\/p>\n<p>D&rsquo;altra parte, durante il Rinascimento e anche dopo, all&rsquo;epoca dell&rsquo;illuminismo europeo, ci sono state le scienze cinesi che hanno contribuito moltissimo alla comprensione europea. La matematica indiana e araba che ha cambiato il modo in cui si faceva matematica nel mondo dell&rsquo;XI, XII e XIII secolo. E analogamente, l&rsquo;eredit&agrave; araba nel fornire un impegno dialogico interattivo all&rsquo;epoca in cui il mondo arabo era molto potente. <\/p>\n<p>Spesso si ignora oggi che quando Aristotele e Platone furono dimenticati nei cosiddetti &ldquo;secoli bui&rdquo; dopo il periodo classico, &egrave; stato solo grazie alla traduzione araba che i due filosofi sono sopravvissuti. E furono ritradotti in latino per far rivivere quella parte di civilt&agrave; occidentale. Perci&ograve; la globalizzazione delle idee &egrave; stata una cosa enormemente costruttiva.<\/p>\n<p>E lo stesso per la globalizzazione delle relazioni economiche. Ma non si tratta di essere contro la globalizzazione; si tratta di assicurarsi che le diverse comunit&agrave;, le diverse parti del mondo possano beneficiare tutte del processo di globalizzazione, e che non vi sia una distribuzione impari dei benefici, diretti prevalentemente ad alcuni e non ad altri.<\/p>\n<p>&Egrave; proprio la condivisione, e l&#039;eliminazione delle disuguaglianze, di cui ci stiamo occupando. Non si tratta di essere contrari alla globalizzazione. E non credo che il punto sia di chi &egrave; la globalizzazione. Se c&rsquo;&egrave; globalizzazione, allora la globalizzazione &egrave; di tutti. <\/p>\n<p>Ma lei ha ragione, &egrave; una buona domanda, bisogna assicurarsi che la globalizzazione sia davvero quella dell&rsquo;intero globo. E non solo di una parte del globo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LONDRA, 23 novembre 2007 (IPS) &#8211; La &ldquo;guerra al terrore&rdquo; non appartiene alla lingua di tutti, e neanche &ldquo;globalizzazione&rdquo;, secondo il Premio Nobel Amartya Sen. 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