{"id":704,"date":"2007-01-31T11:46:07","date_gmt":"2007-01-31T11:46:07","guid":{"rendered":"http:\/\/ipsnews.net\/ipsnotizie\/2007\/01\/31\/libia-quelle-infermiere-venute-per-curare\/"},"modified":"2007-01-31T11:46:07","modified_gmt":"2007-01-31T11:46:07","slug":"libia-quelle-infermiere-venute-per-curare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/2007\/01\/31\/libia-quelle-infermiere-venute-per-curare\/","title":{"rendered":"LIBIA: Quelle infermiere venute per curare"},"content":{"rendered":"<p>TRIPOLI, 31 gennaio 2007 (IPS) &#8211; &ldquo;Vi prego, non lasciateci qui, o moriremo!&rdquo;, ha gridato Nasya Nenova, la pi&ugrave; giovane delle cinque infermiere bulgare condannate a morte per fucilazione in Libia il 19 dicembre scorso, attraverso le sbarre della sua gabbia.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Stava perdendo ogni speranza di salvezza, nonostante Christiana Vulcheva, che aveva condiviso la stessa cella negli ultimi 8 anni, cercasse di incoraggiarla.<\/p>\n<p>Pochi minuti dopo, il giudice Mahmud Hueysa &egrave; entrato in aula e ha pronunciato la sentenza. Le cinque infermiere, che non capivano l&rsquo;arabo, sono rimaste pietrificate, in silenzio, come se stessero assistendo a un dramma di cui non erano le protagoniste.<\/p>\n<p>Il palestinese Ashraf al-Khadjudi, loro co-difensore, si &egrave; avvicinato a Nasya e Christiana e ha sussurrato loro all&rsquo;orecchio, in inglese: pena di morte, per tutte.<\/p>\n<p>Le altre infermiere hanno immediatamente realizzato che i loro peggiori incubi si stavano avverando. Nell&rsquo;aula di tribunale sono esplose all&rsquo;improvviso le grida di gioia dei genitori dei 400 bambini di Bengasi contagiati dall&rsquo;Hiv: &ldquo;Allah-u Akbar! Dio &egrave; grande!&rdquo;.<\/p>\n<p>Le guardie del tribunale hanno subito portato via le prigioniere, prima che potessero pronunciare una sola parola. Nasya ha lanciato un ultimo sguardo all&rsquo;aula dietro di lei, dove ancora sedevano l&rsquo;avvocato bulgaro, diplomatici e giornalisti. Si poteva vedere l&rsquo;orrore nei suoi occhi, quasi stessero gridando &ldquo;Aiuto!&rdquo;.<\/p>\n<p>Questa era la loro seconda sentenza di morte, con l&rsquo;accusa di aver provocato un&rsquo;epidemia di Aids in un ospedale pediatrico. Le imputate continuano a negare le accuse. Secondo alcuni autorevoli esperti mondiali di Aids, le donne non possono essere responsabili, mentre i gruppi per i diritti umani sostengono che sarebbero state usate come capri espiatori per pratiche antigieniche che avevano diffuso l&rsquo;infezione prima ancora che loro arrivassero. <\/p>\n<p>Cinque anni fa, quando ho incontrato per la prima volta le infermiere nella loro prigione di Tripoli, Nasya era la pi&ugrave; silenziosa. Quasi non parlava. Preferiva fare domande e ascoltare le storie delle altre quattro infermiere rinchiuse insieme a lei.<\/p>\n<p>Appresi che aveva tentato il suicidio per sfuggire agli interrogatori, alla tortura, all&rsquo;elettroshock e agli incessanti tormenti delle guardie. Era chiaro che era rimasta profondamente traumatizzata. <\/p>\n<p>Alla fine dello scorso anno, durante la mia ultima visita al carcere di Judeyda, Nasya era ancora la meno loquace. Ma adesso la conoscevo bene, e sapevo le ragioni della sua sofferenza. Era depressa e piena di rimorsi, distrutta dalle torture.<\/p>\n<p>Le confessioni erano state sottoscritte. Il suo senso di colpa era fortissimo, un peso quasi insopportabile. E reso peggiore dalle accuse reciproche delle infermiere per la loro sorte. In uno scoppio di rabbia, una di loro ha detto a Nasya: &ldquo;Se non avessi firmato, non saremmo qui adesso!&rdquo;.<\/p>\n<p>Sono state proprio le firme, le confessioni firmate di Nasya, Christiana e Ashraf estorte con la tortura, a fornire all&rsquo;accusa della Libia l&rsquo;argomentazione contro di loro. Perch&eacute; il magistrato libico le condannasse a morte.<\/p>\n<p>&ldquo;Volevo morire, non riuscivo pi&ugrave; a resistere all&rsquo;elettroshock&rdquo;, mi ha rivelato Nasya durante uno dei nostri incontri nella sua cella, spiegando come sono riusciti a piegarla. &ldquo;Non appena ho visto entrare il colonnello Djuma Mishri, ho capito che mi avrebbero messo i fili elettrici alle dita. Gli ho detto &lsquo;fate ci&ograve; che volete ma non l&rsquo;elettroshock&rsquo;. Mi hanno dato delle carte in arabo da firmare. Djuma si &egrave; avvicinato e mi ha detto: &ldquo;Sai cosa devi fare, sei una brava ragazza!&rdquo;. Non ce la facevo pi&ugrave;!&rdquo;.<\/p>\n<p>Ognuna delle cinque infermiere mi ha raccontato delle storie terribili sulla tortura praticata nelle celle dei servizi di sicurezza libici. Una volta ottenute le confessioni dalle pi&ugrave; fragili e vulnerabili, i loro inquisitori si sono rivolti alla pi&ugrave; forte del gruppo: Christiana Vulcheva.<\/p>\n<p>Christiana Vulcheva non ha in realt&agrave; mai lavorato nell&rsquo;ospedale contaminato di Bengasi. Ma secondo l&rsquo;accusa, la donna era la coordinatrice del gruppo di Valya Chervenyashka, Snejana Dimitrova e Valentina Siropulo; stabiliva i loro compiti e dava loro le provette di plasma infetto da Hiv. <\/p>\n<p>Fuori, a Bengasi, la gente la descrive come una dura, senza cuore, un&rsquo;agente straniera.<\/p>\n<p>Quando ho incontrato Christiana in prigione, le ho riferito queste voci. &ldquo;Non posso pi&ugrave; piangere&rdquo;, ha replicato. &ldquo;Come potrei piangere, quando le mie lacrime si sono ormai asciugate da tempo. Se fossi stata un agente ben addestrato, probabilmente le torture non mi avrebbero fatto nulla. Mi hanno spogliata e fatta stendere su una graticola di ferro. Mi hanno fissato dei cavi all&rsquo;inguine, alle orecchie e alle dita&rdquo;.<\/p>\n<p>&ldquo;Le convulsioni per l&rsquo;elettroshock erano a volte cos&igrave; violente, che la graticola si ribaltava. A tratti svenivo, e allora mi versavano addosso dei secchi di acqua bollente. Djuma Mishri? S&igrave;, era lui che mi torturava il pi&ugrave; delle volte. Ma le cicatrici sul mio corpo sono di qualcun altro: Abdelmadjid Shaul. In prigione lo chiamavano &lsquo;il chimico&rsquo;&rdquo;.<\/p>\n<p>Valya Chrevenyashka mi ha raccontato del &ldquo;Canile&rdquo;, il centro di addestramento dei cani poliziotto, dove le infermiere sono state rinchiuse per un po&rsquo; di tempo.<\/p>\n<p>&ldquo;Mi hanno afferrato per i capelli, e spinto la testa contro un cane che abbaiava ferocemente. Ero terrorizzata, ma poi ho pensato: &lsquo;Questo &egrave; un animale, ha dei sentimenti, e non mi far&agrave; del male&rsquo;. A Valya &egrave; stato risparmiato l&rsquo;elettroshock, ma racconta che le hanno messo dei grossi insetti sul corpo.<\/p>\n<p>Durante una delle nostre conversazioni, si &egrave; tolta le scarpe e ha mi mostrato gli alluci. Le unghie le si erano staccate, e questo era successo dopo diversi giorni di violenti colpi con un bastone contro le piante dei piedi.<\/p>\n<p>La peggiore tortura subita da Valentina Siropulo, ha raccontato, erano state le percosse con i bastoni e un tubo di gomma.<\/p>\n<p>Snejana Dimitrova, la meno giovane del gruppo, &egrave; stata appesa a dei ganci. Ogni volta che la appendevano, le si strappavano i legamenti delle braccia. <\/p>\n<p>Queste sono le storie terribili che stanno dietro alle confessioni accettate dalla Corte libica. Sono le storie che hanno sconvolto l&rsquo;intera Bulgaria, e galvanizzato il paese da cui provengono le infermiere.<\/p>\n<p>Rossen Markov incarna lo spirito del crescente affetto e della solidariet&agrave; nazionale.<\/p>\n<p>Per mesi, &egrave; rimasto accampato in una tenda davanti all&rsquo;ambasciata libica di Sofia. &Egrave; a capo di un&rsquo;associazione di sostegno alle infermiere e alle loro famiglie, ed &egrave; sempre in prima linea ad ogni raduno anti-libico che si svolge nella capitale bulgara.<\/p>\n<p>Attaccato alla sua giacca, un nastro con i colori della bandiera nazionale, con la scritta: &ldquo;Non siete sole&rdquo;.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>TRIPOLI, 31 gennaio 2007 (IPS) &#8211; &ldquo;Vi prego, non lasciateci qui, o moriremo!&rdquo;, ha gridato Nasya Nenova, la pi&ugrave; giovane delle cinque infermiere bulgare condannate a morte per fucilazione in Libia il 19 dicembre scorso, attraverso le sbarre della sua&hellip; <a href=\"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/2007\/01\/31\/libia-quelle-infermiere-venute-per-curare\/\" class=\"more-link\"> <span class=\"meta-nav\">&rarr;<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":217,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"amp_status":"","footnotes":""},"categories":[2,11,15,1,27,25,31],"tags":[],"class_list":["post-704","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-africa","category-columnas","category-diritti-umani","category-headlines","category-le-citta-i-cittadini-e-gli-obiettivi-di-sviluppo","category-obiettivi-di-sviluppo-sostenibile","category-pena-capitale"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/704","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/wp-json\/wp\/v2\/users\/217"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=704"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/704\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=704"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=704"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=704"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}