{"id":511,"date":"2006-03-03T17:39:06","date_gmt":"2006-03-03T17:39:06","guid":{"rendered":"http:\/\/ipsnews.net\/ipsnotizie\/2006\/03\/03\/diritti-religione-per-paura-o-per-legge-i-limiti-della-stampa-libera\/"},"modified":"2006-03-03T17:39:06","modified_gmt":"2006-03-03T17:39:06","slug":"diritti-religione-per-paura-o-per-legge-i-limiti-della-stampa-libera","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/2006\/03\/03\/diritti-religione-per-paura-o-per-legge-i-limiti-della-stampa-libera\/","title":{"rendered":"DIRITTI-RELIGIONE: Per paura o per legge &#8211; i limiti della stampa libera"},"content":{"rendered":"<p>ROME, 2 marzo 2006 (IPS) &#8211; Il caso delle vignette &egrave; stato affrontato come un dibattito tra la libert&agrave; di espressione e la responsabilit&agrave; di proteggere le sensibilit&agrave; religiose. Questi argomenti meritano, tuttavia, un&rsquo;analisi pi&ugrave; attenta, dal momento che i dubbi non riguardano soltanto il rapporto tra i due, ma ciascuno di essi preso singolarmente.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Per cominciare, &egrave; stato detto proprio tutto a proposito della libert&agrave; di stampa e delle restrizioni editoriali? <\/p>\n<p>Le decisioni editoriali contrarie alla pubblicazione o le scuse per aver pubblicato la vignette non erano motivate necessariamente dalla considerazione verso la sensibilit&agrave; religiosa dei musulmani. In molti casi, il vero editore &egrave; stato la paura, non il rispetto per un&rsquo;altra religione. <\/p>\n<p>&rdquo;Questo &egrave; un caso in cui si esercita la violenza dall&rsquo;esterno per limitare la libert&agrave; di espressione in altro paese&rdquo;, sostiene Bill Kovach, presidente del Comitato dei giornalisti preoccupati (CCJ, Committee of Concerned Journalists) con sede negli Usa, &ldquo;un consorzio di giornalisti, editori e accademici preoccupati per il futuro della loro professione&rdquo;. <\/p>\n<p>La violenza seguita alla pubblicazione delle vignette sembra corroborare le paure degli editori che avevano evitato di riprodurle. <\/p>\n<p>Due di quelli che hanno deciso di pubblicarle si sono scusati: il quotidiano danese Jyllands-Posten che per primo le ha presentate a settembre scorso, e il Norwegian Magazinet. L&rsquo;editore del quotidiano francese France Soir &egrave; stato licenziato; le autorit&agrave; malesi hanno sospeso la concessione del Sarawak Tribune, e il suo direttore ha dato le dimissioni; il settimanale indonesiano Peta &egrave; stato sequestrato; sospesa la pubblicazione di due settimanali yemeniti, Yemen Observer e Al-Ra&iuml; Al-Aam; alcuni giornalisti televisivi algerini sono stati allontanati; e Yihad Momani, del quotidiano giordano Shihan, quando ha cercato di spiegare ai propri connazionali quanto fosse stata eccessiva la reazione, &egrave; stato licenziato. <\/p>\n<p>Senza dubbio questa violenza influenzer&agrave; le decisioni editoriali in futuro. <\/p>\n<p>&rdquo;Vale la pena chiedersi perch&eacute;&#8230;buona parte dell&rsquo;Europa che gode di una cultura liberale abbia mostrato cautela o apatia nella difesa dei suoi valori pi&ugrave; importanti&rdquo;, dichiara lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa in un suo editoriale su El Pais. &ldquo;Il primo ministro danese (Anders Fogh) Rasmussen ha respinto le minacce e il ricatto dei governi islamici che vorrebbero vedere istituite in Danimarca l&rsquo;intimidazione, la censura e le stesse pratiche brutali con cui manipolano i propri mezzi di comunicazione. Tuttavia, questo tentativo di privazione in seno all&rsquo;Unione Europea &egrave; risultato patetico&rdquo;.<\/p>\n<p>La cosa peggiore &egrave; che la violenza e il timore della violenza hanno immediatamente offuscato il dibattito tra libert&agrave; e responsabilit&agrave;. Ed &egrave; forse &egrave; la paura che motiva coloro che si appellano al silenzio come unico atteggiamento responsabile.    Tuttavia, non &egrave; solo la violazione della legge che confonde la questione, ma potrebbe essere la legge stessa. L&rsquo;esempio europeo &egrave; significativo. <\/p>\n<p>Un tribunale austriaco ha condannato lo storico britannico David Irving a tre anni di reclusione per aver negato nel 1989 l&rsquo;esistenza delle camere a gas ad Auschwitz. E se l&rsquo;&egrave; cavata con poco; per una simile affermazione la legge austriaca avrebbe potuto condannarlo a dieci anni di prigione. Oggi Irving dice che le informazioni arrivate dopo le sue dichiarazioni lo hanno convinto che in effetti le camere a gas siano esistite e che milioni di ebrei siano stati uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale; d&rsquo;altra parte considera &ldquo;ridicolo&rdquo; essere stato messo in carcere per aver espresso un&rsquo;opinione.  <\/p>\n<p>Non solo Austria, ma Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Lituania, Polonia, Slovacchia, Svizzera e ovviamente Israele hanno delle leggi secondo cui chi nega l&rsquo;Olocausto pu&ograve; essere arrestato. Nessun paese garantisce l&rsquo;assoluta libert&agrave; di parola, costantemente limitata da proibizioni contro diffamazione, oscenit&agrave;, o privilegio giudiziario o parlamentare. <\/p>\n<p>&rdquo;Ogni paese limita la libera espressione per un motivo o per un altro&rdquo;, ha dichiarato Kovach in un&rsquo;intervista via e-mail da Washington. &ldquo;Pi&ugrave; un paese limita l&rsquo;espressione, meno &egrave; libero&rdquo;. <\/p>\n<p>Se la libert&agrave; viene limitata sia dalla legge che dalla paura della violazione della legge, pu&ograve; esistere un regno universale per la libert&agrave; di espressione? <\/p>\n<p>Secondo Vincent Brossel di Reporter Senza Frontiere (RSF) il limite della libert&agrave; di espressione si ferma dove iniziano le esortazioni alla violenza e all&rsquo;assassinio. Un esempio tristemente famoso &egrave; quello della radio che invita gli Hutu a eliminare i Tutsi. I politici di Francia, Belgio, Stati Uniti e Nazioni Unite &ldquo;non fecero nulla per far tacere la radio che trasmetteva il richiamo alla carneficina&rdquo;, riferisce un rapporto di Human Rights Watch. <\/p>\n<p>Il vignettista John Callahan si scus&ograve; per la sua striscia del che 1995 illustrava Martin Luther King, Jr. all&rsquo;et&agrave; di 13 anni in piedi vicino alle sue lenzuola macchiate che si giustificava con la madre dicendo: &ldquo;Ho fatto un sogno&rdquo;. Come conseguenza di quella vignetta, venne licenziato dal Miami Herald. <\/p>\n<p>Il 13 febbraio l&rsquo;iraniano Hamshahri Daily ha lanciato una gara invitando i lettori a presentare illustrazioni satiriche sull&rsquo;Olocausto, per testare i limiti della libert&agrave; di espressione degli europei. <\/p>\n<p>Prendersi gioco del Profeta Maometto &egrave; diverso dall&rsquo;ironizzare sull&rsquo;Olocausto? Se negare l&rsquo;Olocausto &egrave; proibito, pu&ograve; esserlo anche disegnare vignette di Maometto? Dove sono i confini? Man mano che si va pi&ugrave; a fondo, il dibattito sui diritti da una parte e le responsabilit&agrave; dall&rsquo;altra diventa subito pi&ugrave; complesso. <\/p>\n<p>Sembra, tuttavia, che esista una differenza tra criticare l&rsquo;Islam &ndash; o il Papa, o Buddha, o il clero &#8212;  e negare il massacro di milioni di persone. Non &egrave; una questione di revisionismo storico &ndash; i fatti non possono essere negati &ndash; ma una questione di cattivo gusto. Sembra inoltre che pubblicare caricature dell&rsquo;Olocausto in Iran non sia un gesto tanto audace quanto riportare illustrazioni satiriche di Maometto in Europa. <\/p>\n<p>Alcuni intellettuali, per&ograve;, vedono una relazione tra l&rsquo;Olocausto e le vignette. <\/p>\n<p>In un&rsquo;intervista a El Pais lo scrittore G&uuml;nter Grass, afferma che i tab&ugrave; islamici dovrebbero essere rispettati. &ldquo;Abbiamo perso il diritto di nasconderci dietro il diritto alla libert&agrave; di espressione. Non troppo tempo fa, esisteva il crimine di lesa maest&agrave; (mancanza di rispetto all&rsquo;autorit&agrave;, soprattutto a un capo di stato), e non dovremmo dimenticare che ci sono posti nel mondo in cui non c&rsquo;&egrave; una separazione tra Chiesa e Stato. Da dove viene quest&rsquo;arroganza dell&rsquo;Occidente che impone cosa si pu&ograve; e non si pu&ograve; fare ? Raccomando a tutti di guardare pi&ugrave; da vicino quelle caricature: ricordano un famoso quotidiano dell&rsquo;era nazista, Der St&uuml;rmer, che pubblic&ograve; vignette anti-semitiche in uno stile simile&rdquo;.<\/p>\n<p>Questo dibattito &egrave; tra quelli che preoccupano maggiormente il CCJ, e di fatto tutti i giornalisti nel mondo. &ldquo;Non intendo tracciare i confini della libert&agrave; di parola, ma dire che tutte le limitazioni dovrebbero essere il risultato di una discussione e di un dibattito calmo e razionale nel quale sentimenti, punti di vista e valori di ciascuno vengano ascoltati e presi in considerazione &ndash; non attraverso il terrore o per legge&rdquo;, commenta Kovach. <\/p>\n<p>Non si pu&ograve; negare che la violenza suscitata dalle vignette su Maometto nel mondo islamico abbia portato a quegli atti di violenza. Se il silenzio sulle vignette in Europa &egrave; stato provocato in larga misura dalla paura o dalla legge, piuttosto che dal senso di diritto e di responsabilit&agrave;, allora nemmeno questa provocazione &egrave; stata un gesto facile. <\/p>\n<p>Gli editori che hanno pubblicato le vignette cercavano di stimolare la riflessione? O volevano incitare alla violenza? <\/p>\n<p>&rdquo;Dobbiamo comprendere che ogni societ&agrave; e religione ha i propri tab&ugrave;&rdquo;, scrive Brossel in un&rsquo;intervista via e-mail da Parigi. &ldquo;Quindi &egrave; una questione di rispetto. Non pu&ograve; essere motivo di aspra censura, ma pu&ograve; suggerire una semplice domanda: era necessario pubblicare quelle illustrazioni se potevano generare dolore e rabbia in una popolazione tanto numerosa?&rdquo;.<\/p>\n<p>Secondo Kovach &ldquo;le vignette sono state una provocazione solo per coloro che si sono sentiti provocati&rdquo;. Tuttavia,  egli si interroga anche sul tipo di provocazione. &ldquo;Il giornalista ha un ruolo importante nella comunit&agrave;, ed &egrave; quello di invitare la gente a riflettere su idee e opinioni  nuove rispetto alle questioni importanti legate all&rsquo;attualit&agrave;. In tal caso, un test importante per un giornalista responsabile &egrave; chiedersi: Questa caratterizzazione &ndash; che sia arte visiva o parola &ndash; invita le persone a pensare, o semplicemente le fa arrabbiare? Se provoca semplicemente rabbia, allora non genera riflessione, dibattito o discussione. Il pensiero finisce dove incomincia la rabbia&rdquo;. <\/p>\n<p>Guardando le immagini di violenza per le strade di tutto il mondo, le vignette sembrano aver provocato pi&ugrave; rabbia che riflessione. Tuttavia, potrebbero aver stimolato il ragionamento in coloro che non possono esprimerlo perch&eacute; non hanno la libert&agrave; di farlo. Paura e leggi non   mettono a tacere solo gli editori.<\/p>\n<p>Tuttavia, malgrado la rabbia sia legittima &#8211; anche se la violenza non lo &egrave; &#8211; pu&ograve; il silenzio su questioni sensibili, che siano Maometto o l&rsquo;Olocausto, essere prescritto dalla legge? E dove mai pu&ograve; la legge stabilire i limiti sull&rsquo;espressione delle opinioni?    &ldquo;Le persone crescono nella misura in cui sono disposte ad ascoltare le opinioni altrui&rdquo;, sosteine Kovach. &ldquo;Alcune opinioni possono risultare ripugnanti o spregevoli, o esporre chi le pronuncia al dileggio e al rifiuto pubblico. La bellezza e il valore della verit&agrave; &egrave; che, anche se altri possono negarla, &egrave; sempre l&igrave;. L&rsquo;inutilit&agrave; di una menzogna &egrave; che solo dicendola non le si d&agrave; alcun valore. Resta sempre una menzogna&rdquo;. <\/p>\n<p>*Miren Gutierrez &egrave; caporedattore dell&rsquo;IPS.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>ROME, 2 marzo 2006 (IPS) &#8211; Il caso delle vignette &egrave; stato affrontato come un dibattito tra la libert&agrave; di espressione e la responsabilit&agrave; di proteggere le sensibilit&agrave; religiose. 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