{"id":453,"date":"2005-12-15T01:04:43","date_gmt":"2005-12-15T01:04:43","guid":{"rendered":"http:\/\/ipsnews.net\/ipsnotizie\/2005\/12\/15\/speciale-wto-libero-commercio-o-commercio-equo\/"},"modified":"2005-12-15T01:04:43","modified_gmt":"2005-12-15T01:04:43","slug":"speciale-wto-libero-commercio-o-commercio-equo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/2005\/12\/15\/speciale-wto-libero-commercio-o-commercio-equo\/","title":{"rendered":"SPECIALE WTO: Libero commercio o commercio equo?"},"content":{"rendered":"<p>ROMA, 15 dicembre 2005 (IPS) &#8211; Il movimento internazionale del commercio equo chiede nuove regole per tutelare i produttori emarginati. Prima, per&ograve;, vuole spiegare cosa si intenda davvero per commercio equo.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Il rappresentante Usa per il commercio Robert Zoellick, durante la sua visita in Cina ad ottobre, ha parlato della necessit&agrave; di &ldquo;commercio equo&rdquo;. &ldquo;L&rsquo;economia e i consumatori cinesi trarranno vantaggio da una maggior apertura ai prodotti americani&rdquo;, ha dichiarato. &ldquo;Fornitori di servizi, produttori e agricoltori americani sono pronti a misurarsi con la Cina, ma per farlo, hanno bisogno di un accesso totale ed equo&rdquo;.<\/p>\n<p>Tuttavia, il commercio equo cui si riferiva Zoellick &egrave; anni luce distante da quello che il movimento internazionale sostiene da quarant&rsquo;anni. <\/p>\n<p>Libero scambio e commercio equo sembrano due visioni incompatibili. <\/p>\n<p>Sostenitori del commercio equo dichiarano che gli scambi tra paesi sviluppati e meno sviluppati non sono alla pari, e che diventerebbero pi&ugrave; equilibrati solo se i paesi pi&ugrave; deboli venissero tutelati.    Chi opera nel libero scambio sostiene che a lungo termine i mercati colmeranno il divario, e sia i paesi ricchi che quelli poveri beneficeranno del pieno accesso ai mercati degli altri, affermando, in quest&rsquo;ottica, che il libero mercato equivale al commercio equo. <\/p>\n<p>In una dichiarazione congiunta rilasciata dai ministri del commercio al recente incontro di Hong Kong, quattro importanti reti di commercio equo e solidale hanno presentato le loro raccomandazioni sulle questioni fondamentali del giro di consultazioni di Doha: agricoltura, materie prime, accesso al mercato non agricolo, trattamento speciale e differenziale. <\/p>\n<p>&rdquo;Un principio chiave nelle politiche commerciali &#8211; attualmente assente in ambito OMC &#8211; &egrave; che ogni paese dovrebbe avere diritto alla sicurezza e sovranit&agrave; alimentare, ed essere autorizzato a proteggere i settori strategici della propria economia&rdquo;, ha dichiarato Monica Di Sisto, co-autrice della dichiarazione di intenti comuni. <\/p>\n<p>&rdquo;Il movimento per il commercio equo sostiene inoltre che i paesi ricchi hanno l&rsquo;obbligo morale di fermare ogni forma di sussidio distorsivo della concorrenza e che provochi dumping sui mercati mondiali, ricordando come l&rsquo;impatto di queste pratiche sui pi&ugrave; poveri sia stato devastante&rdquo;, prosegue la dichiarazione. <\/p>\n<p>Le quattro associazioni hanno sede per lo pi&ugrave; in Europa, ma i loro membri rappresentano molti produttori e distributori del sud. <\/p>\n<p>Sono l&rsquo;Associazione internazionale del commercio equo (IFAT, International Fair Trade Association), con sede in Olanda, la Fair Trade Labelling Organisations International (FLO-I), con sede in Germania, la Network of European Worldshops (NEWS!) che rappresenta all&rsquo;incirca 2.500 negozi di commercio equo e solidale, e l&rsquo;Associazione europea del commercio equo (EFTA, European Fair Trade Association), con un ufficio speciale di difesa pubblica a Bruxelles. <\/p>\n<p>Secondo la FLO-I, tra il 2002 e il 2003 le vendite con l&rsquo;etichetta di commercio equo sono cresciute fino al 42,3 per cento; secondo l&rsquo;EFTA, tali vendite superano oggi mezzo milione di euro all&rsquo;anno in tutto il mondo. <\/p>\n<p>I mercati che stanno crescendo pi&ugrave; rapidamente sono Belgio, Francia, Italia e Stati Uniti, con percentuali di crescita tra l&rsquo;80 e il 700 per cento. <\/p>\n<p>Si stima che pi&ugrave; di 4.000 gruppi di piccoli produttori emarginati, e centinaia di migliaia di lavoratori in pi&ugrave; di 50 paesi in via di sviluppo partecipino alle catene di rifornimento per il commercio equo e solidale. <\/p>\n<p>Pi&ugrave; di cinque milioni di persone in Africa, America Latina e Asia traggono vantaggio dal commercio equo, dichiarano i sostenitori. La maggior parte riguarda merci tradizionali prodotte da piccoli agricoltori o artigiani. <\/p>\n<p>Con una mossa ambigua, anche alcune multinazionali hanno intrapreso una produzione con l&rsquo;etichetta di commercio equo. L&rsquo;industria svizzera Nestl&eacute; ha lanciato un caff&egrave; certificato come prodotto equo e solidale dal nome &ldquo;Partners&#039; Blend&rdquo;, realizzato da cinque piccole cooperative in Etiopia e Salvador. <\/p>\n<p>Questo caff&egrave;, riporta l&rsquo;etichetta, &ldquo;aiuta gli agricoltori, le loro comunit&agrave; e l&rsquo;ambiente&rdquo;. La certificazione &egrave; stata rilasciata dalla Fairtrade Foundation, con sede in Gran Bretagna, membro della FLO-I, malgrado molti gruppi boicottino la compagnia accusata di incoraggiare le madri all&rsquo;uso di latte artificiale durante l&rsquo;allattamento. <\/p>\n<p>I gruppi dichiarano che il latte artificiale serve solo a far s&igrave; che le donne smettano di allattare, provocando indirettamente la morte di migliaia di bambini per mancanza di acqua pulita e di denaro per acquistare il latte. <\/p>\n<p>Paolo Pastore, direttore di Transfair Italia (certificatore di prodotti destinati al commercio equo, e membro della FLO-I) &egrave; contrario alla certificazione di un singolo prodotto, che pu&ograve; portare alla riabilitazione di una compagnia altrimenti non verificata. <\/p>\n<p>&rdquo;Non abbiamo paura di lavorare con le multinazionali su questioni di commercio equo, ma solo se dimostreranno che si stanno davvero muovendo verso la responsabilit&agrave; sociale, rispettando le norme internazionali dell&rsquo;Organizzazione mondiale della sanit&agrave; (OMS) e dell&rsquo;Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), e se permetteranno ad altri di monitorare il loro operato&rdquo;, ha detto Pastore all&rsquo;IPS. <\/p>\n<p>&rdquo;Ci&ograve; significa che serve un cambiamento a 360 gradi, e non su un unico prodotto o settore&rdquo;, ha proseguito il dirigente. &ldquo;Lo stesso deve accadere a livello governativo: per favorire un commercio davvero libero e globalizzato, le regole devono riguardare non solo gli aspetti economici e commerciali, ma anche una migliore distribuzione delle risorse, la cancellazione del debito ai paesi pi&ugrave; poveri, e il benessere della gente che vive in quei paesi&rdquo;.<\/p>\n<p>Il movimento per il commercio equo tiene una &ldquo;fiera del commercio equo e solidale&rdquo; ad un isolato di distanza dal Centro espositivo di Hong Kong, dove si riuniscono gli intermediari commerciali dell&rsquo;OMC. <\/p>\n<p>L&rsquo;evento di tre giorni &egrave; organizzato da un gruppo che comprende l&rsquo;Istituto per le politiche agricole e commerciali (Usa), &Eacute;quitterre (Canada), Gerster Consulting (Svizzera), Oxfam Hong Kong, e Asia Fair Trade Forum (Filippine). L&rsquo;avvenimento &egrave; sponsorizzato dai governi svizzero e canadese.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>ROMA, 15 dicembre 2005 (IPS) &#8211; Il movimento internazionale del commercio equo chiede nuove regole per tutelare i produttori emarginati. 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