{"id":1391,"date":"2012-05-15T16:33:20","date_gmt":"2012-05-15T16:33:20","guid":{"rendered":"http:\/\/ipsnews.net\/ipsnotizie\/2012\/05\/15\/editoriale-un-medio-oriente-denuclearizzato\/"},"modified":"2012-05-15T16:33:20","modified_gmt":"2012-05-15T16:33:20","slug":"editoriale-un-medio-oriente-denuclearizzato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ipsnews.net\/italiano\/2012\/05\/15\/editoriale-un-medio-oriente-denuclearizzato\/","title":{"rendered":"EDITORIALE: Un Medio Oriente denuclearizzato"},"content":{"rendered":"<p>TOKYO, 15 maggio 2012 (IPS) &#8211; Negli ultimi mesi la disputa sulla natura e gli intenti del programma di sviluppo nucleare iraniano ha generato crescenti tensioni in tutto il Medio Oriente. Considerando l&rsquo;enorme portata della posta in gioco, mi tornano alla mente le parole dello storico britannico Arnold Toynbee (1889-1975) che parlava dei pericoli dell&rsquo;era nucleare come di &#8220;un nodo gordiano che deve essere sciolto da dita pazienti e non tagliato con la spada&#8221;.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p><div align='center'><div id=\"attachment_1879\" style=\"width: 210px\" class=\"wp-caption alignright\"><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-1879\" class=\"size-full wp-image-1879\" src=\"\/ipsnotizie\/\/imagenes\/images_site\/DrIkeda212.jpg\" alt=\"Daisaku Ikeda, filosofo giapponese, presidente del movimento buddista Soka Gakkai International (www.sgi.org) SGI\/Seikyo Shimbun\" width=\"200\" \/><p id=\"caption-attachment-1879\" class=\"wp-caption-text\">Daisaku Ikeda, filosofo giapponese, presidente del movimento buddista Soka Gakkai International (www.sgi.org)<br \/>SGI\/Seikyo Shimbun<\/p><\/div><\/div>\n<p>Mentre crescono le preoccupazioni che queste tensioni possano sfociare in un conflitto armato, voglio esortare i leader politici di tutti gli stati coinvolti a riconoscere che &egrave; giunto il momento di raccogliere il coraggio della moderazione e cercare un terreno comune sul quale risolvere l&rsquo;attuale impasse.<\/p>\n<p>L&rsquo;uso della forza militare o di altre forme di potere duro non potr&agrave; mai portare a soluzioni durature. Anche se pu&ograve; apparire praticabile per eliminare una minaccia specifica, ci&ograve; che lascia dietro di s&eacute; &egrave; un&rsquo;eredit&agrave; di odio e di rabbia ancora pi&ugrave; mortale.<\/p>\n<p>&Egrave; una triste costante della politica internazionale: quando sale la tensione, crescono anche i livelli di minacce e invettive scambiate. Quando il presidente John F. Kennedy e il premier sovietico Nikita Krusciov si incontrarono a Vienna nel pieno della crisi di Berlino del 1961 il secondo disse: &ldquo;La forza si scontrer&agrave; con la forza. Se gli Stati Uniti vogliono la guerra &egrave; un loro problema. Le calamit&agrave; generate dalla guerra saranno condivise in egual misura&rdquo;.<\/p>\n<p>Ma non dobbiamo perdere di vista il fatto che, quando scoppia una guerra, a pagare lo scotto di indicibili sofferenze &egrave; un numero inaudito di cittadini comuni. &Egrave; qualcosa che le generazioni che hanno vissuto le guerre del ventesimo secolo conoscono bene per dolorosa esperienza personale. Nel mio caso, persi uno dei miei fratelli maggiori in battaglia e fummo costretti per due volte ad abbandonare la nostra casa perch&eacute; venne bruciata.<\/p>\n<p>Ho ancora impresso il ricordo di quando stringevo per mano mio fratello, che allora era un bambino, mentre scappavamo fra i bombardamenti di un raid aereo. Qualsiasi uso di armi di distruzione di massa ingigantirebbe al di l&agrave; di ogni immaginazione questo tributo di morti e di caos. In particolare, le armi nucleari andrebbero riconosciute come armi della massima disumanit&agrave;.<\/p>\n<p>Sia nella crisi di Berlino del 1961 che in quella dei missili di Cuba del 1962, i capi delle due superpotenze, giunti sull&rsquo;orlo del conflitto, decisero di fare un passo indietro. In mezzo a tensioni insostenibili, senza dubbio si resero conto della devastazione che sarebbe seguita se non fossero riusciti a disinnescare la situazione. Nella circostanza attuale sappiamo che un attacco militare contro gli impianti nucleari iraniani sarebbe fortemente destabilizzante. Una rappresaglia sarebbe inevitabile ed &egrave; impossibile predire quali ripercussioni avrebbe in una regione che sta subendo vaste trasformazioni politiche.<\/p>\n<p>Anche quando le dinamiche delle politiche internazionali sembrano imprigionate in una spirale di minacce e di sfiducia, non dobbiamo ignorare la voce degli innumerevoli individui che vivono in quelle regioni e che desidererebbero vedere la loro terra libera dalle armi nucleari.<\/p>\n<p>Possiamo sentirla, per esempio, leggendo le ricerche che ha divulgato la Brookings Institution nel dicembre scorso, dalle quali risulta che due israeliani su tre sarebbero favorevoli a un accordo che rendesse il Medio Oriente, Iran e Israele compresi, una zona denuclearizzata.<\/p>\n<p>La conferenza internazionale per istituire una zona libera dalle armi di distruzione di massa in Medio Oriente, prevista per quest&rsquo;anno, &egrave; un tentativo di rispondere alle aspirazioni delle popolazioni locali, e va compiuto ogni sforzo possibile perch&eacute; sia un successo. L&rsquo;eliminazione di tutte le armi di distruzione di massa dalla regione rappresenta una strada verso la realizzazione dei comuni interessi di sicurezza di Iran, Israele e dell&rsquo;intera regione. Gli sforzi della Finlandia per ospitare questa conferenza sono lodevoli e spero che il Giappone, un paese che ha sperimentato su di s&eacute; gli effetti delle armi nucleari durante la guerra, svolger&agrave; un ruolo positivo nel creare le condizioni per il dialogo.<\/p>\n<p>Il presidente Kennedy, che si era trovato per due volte in una crisi potenzialmente apocalittica, afferm&ograve;: &#8220;Le nostre speranze devono essere temprate dal monito della storia&#8221;. Fino a oggi, le aspirazioni a un mondo senza armi nucleari sono state alimentate e forgiate attraverso gli sforzi incessanti di coloro che hanno incontrato e superato le difficolt&agrave; dei momenti di crisi.<\/p>\n<p>Per esempio, il processo che condusse a stipulare il trattato di Tlatelolco, col quale si istitu&igrave; la prima zona denuclearizzata in una regione popolata, fu accelerato dall&rsquo;emergenza creata della crisi missilistica cubana. Nonostante le dichiarazioni ciniche che definivano tali sforzi una perdita di tempo, perch&eacute; non si sarebbe mai raggiunto l&rsquo;accordo su un trattato del genere, i negoziatori insistettero, e oggi tutti i 33 stati dell&rsquo;America latina e dei Caraibi, cos&igrave; come i cinque stati nucleari dichiarati, hanno aderito al trattato di Tlatelolco.<\/p>\n<p>Per risolvere la crisi che attualmente incombe sul Medio Oriente occorre una rinnovata determinazione da parte della societ&agrave; internazionale a non abbandonare mai il dialogo, ad approfondire la convinzione che ci&ograve; che ora appare impossibile pu&ograve; veramente diventare possibile. Indipendentemente da quanto sia scoraggiante la realt&agrave; presente e da quanto insidioso sia il cammino per uscirne, dobbiamo ricordare che la speranza si alimenta soltanto grazie a sforzi tenaci e incessanti verso la pace.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>TOKYO, 15 maggio 2012 (IPS) &#8211; Negli ultimi mesi la disputa sulla natura e gli intenti del programma di sviluppo nucleare iraniano ha generato crescenti tensioni in tutto il Medio Oriente. 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