PARIGI, 21 febbraio 2011 (IPS) – Mezzo secolo dopo le prime rivelazioni e le denunce del presidente americano Dwight Eisenhower sull’influenza sempre più massiccia dell’apparato militare industriale sulle vicende mondiali, il commercio di armi prospera più che mai. E spesso, gli stati africani sono i principali destinatari.
© Trevor Snapp/Small Arms Survey
© Trevor Snapp/Small Arms Survey
Sebbene siano dati difficili da ottenere, la rete di Ong per lo sviluppo Oxfam stima che, ogni anno, i governi dell’Africa sub-sahariana spendano intorno ai 18 miliardi di dollari in armi e per la difesa, ossia una cifra quasi equivalente a quella degli aiuti internazionali allo sviluppo destinati alla regione.
La maggior parte dei governi ha una legittima necessità di equipaggiamenti per la difesa.
Tuttavia, “molti esportatori non hanno nessuna struttura legale né forma di controllo per regolamentare i trasferimenti di armi verso paesi che sono a loro volta privi di strutture di controllo”, dice Nicolas Vercken, a capo della campagna francese di Oxfam per un trattato sulle armi più esteso.
“Il nostro problema è con alcuni tipi di armi, che vengono utilizzate per violare i diritti umani e il diritto umanitario”, dice. Al momento, solo Olanda e Gran Bretagna chiedono consiglio alle loro agenzie per lo sviluppo, prima di prendere qualsiasi decisione sull’esportazione di armi verso paesi in via di sviluppo.
“Un trattato globale è fondamentale per livellare il campo da gioco per tutti gli esportatori, e per colmare le lacune”, spiega Vercken. “Il principale obiettivo sarebbe bloccare le vendite laddove ci sono rischi evidenti che le armi vengano usate per violare i diritti umani o impedire lo sviluppo di un paese”.
La campagna per un trattato sul commercio di armi si è intensificata grazie alle Nazioni Unite. Nel 2009, una risoluzione dell’Onu ha aperto la strada ai negoziati, che sono stati poi avviati nel luglio 2010. Gli attivisti sperano di avere un trattato entro il 2012.
Ma molti osservatori non sono altrettanto ottimisti.
“Un trattato sarebbe una forma di controllo ragionevole per i nuovi accordi sulle armi”, dice Lauren Gelfand, editor per l’Africa del Jane's Defence Weekly. “Ma richiederebbe un livello di trasparenza che alcuni fabbricanti di armi sarebbero riluttanti ad accettare”.
“Purtroppo, però, non credo che un trattato globale riuscirebbe a contenere la diffusione di armi di piccolo calibro, che sono già in circolazione o in commercio”, aggiunge.
Le armi di piccolo calibro (qualsiasi arma che può essere facilmente trasportata da una sola persona, come il diffusissimo fucile d’assalto AK-47), sono la piaga di molti paesi africani a basso reddito.
“Sono facili da trasportare, contrabbandare e trasferire oltreconfine; è possible che un’arma usata in Liberia o in Sierra Leone venga successivamente portata in Nigeria per poi finire nelle mani dei ribelli del Sudan”, dice Gelfand.
Il Sudan, che si è astenuto dal voto sulla risoluzione 2009 e sta per attuare la secessione tra Nord e Sud dopo decenni di guerra civile, illustra bene il problema della scarsa regolamentazione e le lacune nel controllo sui trasferimenti di armi.
“L’accesso relativamente facile di armi nella regione, unito ai problemi cronici di governance del Sudan, rendono particolarmente facile l’esplodere di rivolte nelle zone più marginali”, commenta Claire McEvoy, responsabile del monitoraggio della sicurezza in Sudan per la Small Arms Survey.
La Small Arms Survey è un progetto di ricerca indipendente dell’Istituto di alti studi internazionali e sullo sviluppo con sede a Ginevra, Svizzera.
“Più armi acquisiscono i governi di Khartoum e Juba, più armi vedremo ‘scivolare’ dalle loro forze armate ad altri attori, armati, loro alleati e gruppi non statali, mediante furti, vendite, corruzione, sconfitte sul campo, e così via”, spiega.
E anche le armi ottenute in modo legittimo e destinate ai governi, ci sono forti rischi che finiscano nelle mani sbagliate.
“Le armi leggere sono particolarmente difficili da rintracciare perché sono molto facili da nascondere”, dice Pieter Wezeman, ricercatore dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (SIPRI), un organismo indipendente che si occupa di armi, controllo degli armamenti, disarmo e altri temi connessi.
“Molti paesi africani hanno una forte cultura di segretezza intorno ai temi della sicurezza e della difesa, e il loro esercito è spesso riluttante a discutere accordi sulle armi”, aggiunge.
Le stime del SIPRI confermano che la spesa militare complessiva in Africa sub-sahariana nel 2009 è stata di circa 18 miliardi di dollari. Una goccia nell’oceano del commercio di armi globale, calcolato a 1.531 miliardi di dollari.
“Ma in diversi casi, quantità relativamente piccole di armi fornite ai paesi dell’Africa sub-sahariana hanno un forte impatto sulle dinamiche dei conflitti regionali”, dice Wezeman.
“È importante essere consapevoli dell’effetto cumulativo di queste importazioni di armi”, aggiunge Corey Pein, editor di WarIsBusiness.com, un sito web che si occupa di accordi sulle armi. “Sul continente si sono accumulate così tante armi da fuoco che spesso i contrabbandieri non devono andare oltre lo stato confinante più vicino”, osserva.
L'Africa potrebbe non essere il mercato più grande per i fabbricanti di armi, ma è senz’altro il più soggetto alle importazioni di armi.
Un trattato globale di regolamentazione sull’approvvigionamento di armi potrebbe beneficiare i paesi meno sviluppati, e questo spiega perché un solo paese dell’Africa sub-sahariana, lo Zimbabwe, ha votato contro la risoluzione Onu sui negoziati per un trattato globale.
Tuttavia, “un trattato significativo è ancora lontano, se mai verrà raggiunto”, dice Wezeman.
“È un processo importante se può portare a più accordi regionali e nazionali sulle esportazioni di armi, ma porterà anche ad un vero e proprio trattato che limiti davvero le esportazioni? Diversi grandi paesi esportatori hanno opinioni molto diverse al riguardo”, sostiene l’esperto.
Eppure, gli attivisti pensano che molto può ancora cambiare. “Certo, non tutti gli stati sono favorevoli”, dice Vercken, “ma una volta fissati degli standard universali, chi non è a favore del trattato sarà giudicato politicamente in funzione di questi principi”.
“Un trattato aumenterà le pressioni sugli esportatori riluttanti, come è successo con il trattato di Ottawa sul bando delle mine terrestri: gli Usa non hanno firmato, ma di fatto applicano molti dei suoi principi”, conclude. © IPS