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Rom, storie di successo

BRASOV, Romania, 28 settembre 2010 (IPS) – Il “mercato gitano” di Brasov è fervente di attività. È uno dei pochi luoghi in cui i pensionati e le famiglie rumene a basso reddito possono comprare abiti decenti a prezzi modici. Qui, le dinamiche di potere tra i rom e il resto della popolazione cominciano lentamente a cambiare.

Claudia Ciobanu
Claudia Ciobanu

“Tre pezzi a soli dieci Lei (tre euro)!”, gridano alcuni venditori. “Comprate, comprate”, fanno eco altri. “Rovistate pure nel mucchio!”, gridano con le loro voci acute e melodiche, mentre i clienti esaminano pile di scarpe e vestiti usati, cercando di negoziare il miglior prezzo.

I venditori sono uomini e donne della comunità rom, soprattutto gabori, ossia rom di origine ungherese e appartenenti a famiglie di artigiani. Gli uomini indossano cappelli a falda larga, considerati un simbolo di onore, abiti scuri e sfoggiano folte barbe e baffi. Le donne hanno abiti lunghi e colorati, grandi orecchini e, se sono sposate, fazzoletti dai colori vivaci sul capo.

“Sono nel commercio da 20 anni”, dice Matei Gabor, mentre invita i clienti a provare i suoi giacchetti di pelle all’entrata del mercato. “Abbiamo sempre avuto buoni rapporti con i rumeni perché siamo persone oneste che lavorano duramente”, aggiunge.

Come indica il cognome, Matei è un gabori. Il padre realizzava oggetti di artigianato in stagno. Le famiglie gabori sono tradizionaliste e tendono a rispettare i vecchi codici di comportamento (Legge romaní), oltre ad essere fedeli della Chiesa cristiana avventista, protestante. Sono i gruppi rom più benestanti, e si distinguono con orgoglio dal resto della comunità.

Alle domande sulla recente ondata di espulsioni dei rom in Francia, Matei si affretta a rispondere: “Noi siamo diversi, siamo gabori. Non rubiamo mai, a volte esercitiamo il commercio sul mercato nero, ma nient’altro”.

In realtà, è da poco che gli scambi sul mercato nero sono considerati un crimine in Romania. Durante il periodo comunista, questo sistema era uno strumento di sopravvivenza al quale tutti ricorrevano.

Il mercato Traian di Brasov adesso è completamente regolamentato, e i venditori pagano le tasse. Gli affari vanno bene e i rom possono offrire prezzi migliori rispetto ai negozi di seconda mano gestiti dai rumeni.

“Se non fosse per i gitani, io non potrei comprare nessun vestito”, dice Emilia Ciolan, un’operatrice sociale che sta cercando una giacchetta invernale per la figlia. “Quando questo mercato era chiuso, nel 2008 (per l’adeguamento delle norme igieniche), ho semplicemente smesso di comprare vestiti”.

L’interazione tra venditori e clienti in questo mercato mostra un’inversione di rotta rispetto alle relazioni abituali tra rumeni rom e non-rom. Spesso, i rumeni considerano i rom più poveri e meno “civilizzati” degli altri. Ma nel mercato, i venditori sono generalmente più ricchi dei compratori, e sono loro a dettare i termini dello scambio.

Ciolan guadagna 200 euro (270 dollari) al mese e vive in un appartamento di tre camere con il marito, la madre e due figli adulti. Gabor, invece, vive nella via Carierei, a poche fermate di autobus dal centro città, in una lussuosa casa su due piani. A Carierei, rom e non-rom vivono insieme, a differenza che in altre zone del paese, dove la “segregazione spaziale” è un fatto noto.

Un altro venditore da cui Traian fa acquisti è Gabriel, 47 anni, che vende scarpe usate e ha una casa anche più grande di quella di Matei a Carierei. Ha le pareti di colore arancione, è grande il doppio rispetto a una casa comune, e ha un’ampia terrazza dove la famiglia mangia durante l’estate.

Nelle vicinanze di Carierei ci sono un asilo, una scuola media e un liceo, e una chiesa. Gabriel spiega che i suoi tre figli hanno frequentato le scuole.

“Se non ne valesse la pena non staremmo qui, a sudare dalla mattina alla sera. E gli affari vanno un po’ meglio di uno o due anni fa, con la crisi economica”, dice.

Secondo il ministro delle Finanze, il commercio di seconda mano in Romania ha registrato un incremento annuale tra il 10 e il 25 per cento negli ultimi anni. Le aziende più grandi fanno profitti di decine di migliaia di euro.

Il commercio di abiti usati è in aumento a livello mondiale, per un valore di 1,5 miliardi di dollari all’anno. In Romania, l’attività si è sviluppata dopo il 1989, quando l’industria tessile nazionale è crollata, non lasciando altra scelta che le costose marche occidentali o la scarsa qualità delle importazioni asiatiche a prezzi popolari.

I vestiti di seconda mano di buona qualità vengono dati a istituti di beneficienza oppure sono scartati da commercianti all’ingrosso di paesi occidentali, che li reintroducono sul mercato attraverso imprese specializzate per rivenderli nei paesi poveri. In Romania, i rom sono stati tra i primi a occuparsi di questo commercio. Alcuni, vendendo inizialmente gli indumenti ricevuti direttamente dagli istituti di beneficienza occidentali attivi nel paese.

Oggi, i gitani più benestanti, che importano la merce per conto proprio, possono perfino assumere altri rom come venditori al mercato. Lungo la via Traian, i gabori assumono le donne rom più povere – un contributo sociale importante, visto che in alcune città rumene l’occupazione colpisce fino a tre quarti della popolazione rom.

“Adesso vivo in un appartamento in affitto vicino al mercato”, racconta Eva, una donna di 30 anni che lavora a un banco del mercato mentre si occupa della figlia piccola. “Spero di mandarla all’asilo quest’anno”. Il suo datore di lavoro, Adrian Dumitru, di 36 anni, dice di non avere fiducia negli aiuti dall’esterno per i rom, ma insiste che la comunità ce la farà da sola, continuando a lavorare duramente. © IPS