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DONNE-DIRITTI: Tra due estremi lo status delle donne arabe

NAZIONI UNITE, 8 marzo 2010 (IPS) – Lo status delle donne in un mondo arabo prevalentemente maschilista continua a fluttuare da un estremo all’altro.

Alcune donne con il tradizionale copricapo hijab, si recano alla conferenza della Commissione sullo status delle donne, Onu.
Bomoon Lee/IPS

La vita politica e culturale nella regione è sempre caratterizzata dal “buono, il brutto e il cattivo”.

Da una parte, matrimoni tra minori e delitti d’onore (una pratica ormai considerata barbarica) nei paesi fortemente conservatori, e dall’altra, le nomine e/o elezioni di donne alle alte cariche (accolte come storie di enorme successo), nei paesi relativamente liberali.

“Si possono già vedere molte donne nel nostro parlamento, nei ministeri, nei tribunali, nelle forze armate e nella polizia, e occupano anche posizioni di alto rilievo sia negli incarichi pubblici che nel settore privato”, dice Hala Latouf, a capo della delegazione giordana presso la Commissione Onu sullo Status delle donne.

La donna osserva poi orgogliosa come la Giordania abbia donne governatori, sindaci, giudici e ambasciatori, oltre che direttori generali di industrie e di imprese chiave, di organi consultivi e delle camere di commercio e industria.

“E si prevede che la nuova proposta di legge elettorale assegnerà alle donne un numero ancora maggiore di seggi (parlamentari)”, ha osservato.

In una dichiarazione altrettanto ottimista, Jouhaina Sultan Seif El-Issa, vicepresidente del Consiglio supremo del Qatar per gli affari della famiglia, sottolinea che le donne d’affari in Qatar rappresentano oltre il 50 per cento del totale degli investitori e operatori di borsa del mercato azionario di Doha.

E oggi le imprese guidate da donne in Qatar sono circa 1.500.

Nel paese, segnala, sono state create due Fondazioni: una per la tutela di donne e minori; l’altra, per combattere il traffico di esseri umani.

Eppure, spiega Nadya Khalife di Human Rights Watch, la maggior parte dei governi della regione discrimina le donne nelle leggi sullo status personale che governano la vita di tutti i giorni, su temi quali matrimonio, divorzio, custodia e tutela legale, eredità.

Intervistata, Khalife ci ha detto che alcuni provvedimenti del codice penale prevedono sentenze più lievi per i responsabili dei cosiddetti delitti d’onore, o addirittura nessuna pena, per l’“onore della famiglia”.

“Questi delitti vengono commessi tipicamente nei casi di adulterio o sesso fuori dal matrimonio”, osserva.

E alcuni paesi della regione, sottolinea, non hanno leggi per tutelare le donne dalla violenza domestica.

“Spesso le donne non vengono incoraggiate a denunciare gli abusi alla polizia, e hanno difficoltà a chiedere un risarcimento”, aggiunge.

L’Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu Navi Pillay ha dichiarato la settimana scorsa che la maggior parte dei 5mila delitti d’onore denunciati ogni anno nel mondo non fa notizia, così come le altre infinite forme di violenza inflitte contro donne e ragazze da mariti, padri, figli, fratelli, zii e altri uomini, e talvolta anche dalle donne della famiglia.

“In nome dell’onore della famiglia, donne e ragazze vengono uccise, lapidate, bruciate, sepolte vive, strangolate, soffocate e accoltellate a morte con raccapricciante regolarità”, dice.

Pur non facendo il nome di nessun paese in particolare, Pillay ha dichiarato che il problema è aggravato dal fatto che in alcuni paesi i sistemi giuridici nazionali, anche mediante leggi discriminatorie, non prevedono nessuna pena o quasi per i colpevoli di delitti d’onore.

“I responsabili vengono perfino trattati con ammirazione e acquisiscono un ruolo speciale nelle loro comunità”, aggiunge.

Uno studio pubblicato la settimana scorsa dalla Freedom House di Washington evidenzia 15 paesi nella regione che avrebbero ottenuto “alcune conquiste nel campo dei diritti delle donne” negli ultimi cinque anni.

Kuwait, Algeria e Giordania hanno visto progressi significativi, mentre Iraq, Yemen e i territori palestinesi occupati da Israele – afflitti dai conflitti interni e/o dall’estremismo religioso – sono i soli paesi a registrare un declino generale.

Nadia Hijab, analista indipendente che si occupa di tematiche di genere, diritti umani, e conflitto arabo-israeliano, ci segnala che le donne arabe fanno continuamente progressi quanto a diritti politici, economici e diritti sociali – ma sono lenti e progressivi.

Gli ostacoli sono enormi: i diritti delle donne sono connessi ad altri grossi temi quali la lotta per la democrazia, la definizione del ruolo della religione nello stato e la spinta per uno sviluppo equo, dice.

“I progressi sono il risultato innegabile degli sforzi sempre più sofisticati e determinati dei gruppi delle donne, che ampliano i confini del dibattito in tutti questi campi”, osserva.

Hijab sostiene che in molte altre parti del mondo, il punto chiave è il riconoscimento che le donne sono partner alla pari all’interno della famiglia e per legge.

Per questo è un grande successo che le donne sposate con cittadini stranieri acquisiscano il diritto di concedere la propria nazionalità ai mariti e ai figli, come in Algeria: è un riconoscimento del loro status uguale nel nucleo familiare e nella sfera pubblica.

Analogamente, la presenza in Marocco e in Libano di donne magistrato lancia un messaggio molto forte alla regione, dove alcuni paesi continuano a considerare le donne legalmente inferiori, afferma Hijab.

Nella regione, spiega, c’è anche il forte impatto dei conflitti interni e transfrontalieri, che rappresentano un ostacolo per le donne.

Proprio di recente, in Libano, i progressi raggiunti dai gruppi delle donne si sono fermati in seguito alla situazione di stallo in cui il paese si è trovato in occasione delle elezioni presidenziali e la formazione di un governo.

Nei territori palestinesi occupati, le conquiste realizzate dalle donne nella sfera dello sviluppo e dell’empowerment politico ed economico hanno fatto dei passi indietro, a causa della lotta palestinese contro l’invasione da parte delle forze d’occupazione israeliane delle loro terre e dei loro diritti, conclude Hijab. © IPS