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CAMBIAMENTI CLIMATICI: Un fatto scientifico, non un problema politico

RIO DE JANEIRO, 22 dicembre 2009 (IPS) – “Entro un anno, l’arcipelago giapponese sarà completamete sommerso”. Questo annuncio ufficiale arrivò dopo una violenta eruzione del monte Fuji e una serie di devastanti terremoti che sconvolsero il paese costringendo il mondo ad affrontare la pesante sfida di accogliere in tempi brevissimi 110 milioni di rifugiati.

Dopo un’aspra battaglia diplomatica, il governo giapponese riuscì ad assicurarsi il fragile sostegno delle nazioni alleate e ad evacuare 65 milioni di persone. Venti milioni affondarono insieme alle isole, molti di loro volontariamente, per amor di patria o per dare ai giovani maggiori possibilità di fuga. Gli altri sarebbero morti prima che le isole affondassero, vittime di terremoti, tsunami e altri disastri naturali.

È il tragico lo scenario catastrofico di un libro di fantascienza, pubblicato in Giappone nel 1973 e tradotto in inglese con il titolo “Il Giappone affonda” (Sinking of Japan). Il suo autore, il romanziere giapponese Komatsu Sakyo, immagina la catastrofe sulla base di potenziali fenomeni naturali, come l’intensificazione e l’alterazione dei movimenti delle placche tettoniche sotto l’Oceano Pacifico.

Ma al di là della fantascienza, il pianeta oggi è colpito sempre più spesso da inondazioni e catastrofi naturali, e tanti piccoli stati insulari e città costiere affrontano realmente la possibilità di affondare in un imminente futuro. E tutto questo è il risultato delle azioni dell’uomo.

Il pericolo viene dal cielo, più che dalla terra, ma le conseguenze sono ugualmente tragiche, anche se appaiono meno catastrofiche perché più dilatate nello spazio e nel tempo.

Forse abbiamo davvero bisogno di un cataclisma come quello descritto da Sakyo per raggiungere un accordo mondiale effettivo ed evitare un riscaldamento globale suicida.

Alcuni cambiamenti, specialmente quelli che si abbattono contro la marea economica, sono possibili solo dopo eccezionali tragedie o disordini sociali. La crisi finanziaria globale dello scorso anno, per esempio, non è stata abbastanza drammatica per apportare cambiamenti strutturali.

L’entità del disastro immaginato da Sakyo non sta unicamente nel numero delle vittime, ma nel fatto che spazza via una nazione ricca come il Giappone, un paese che molti negli anni ’70 videro come un rivale per la potenza economica degli Stati Uniti. Il romanzo è anche critico nei confronti dell’arroganza mostrata dal Giappone nel periodo di ricostruzione alla fine della guerra.

Il fatto che i paesi tropicali, in particolare le nazioni più piccole e povere, soffriranno i peggiori effetti a causa del riscaldamento globale non favorisce quella cooperazione che dovrebbe essere naturale in simili circostanze, essendo una minaccia per il mondo intero.

L’attuale crisi climatica sottolinea le molteplici dimensioni dell’ineguaglianza tra le nazioni, che ostacolano i negoziati. I temi principali – ad esempio, obiettivi giuridicamente vincolanti per le emissioni e il finanziamento di programmi per fronteggiare il cambiamento climatico – dividono il mondo, con le nazioni ricche da una parte e il resto del mondo dall’altra, e nel mezzo un gruppo di nazioni emergenti, la cui volontà di essere ancora considerati alla stregua dei paesi poveri (in termine di tagli di emissioni etc.) viene respinta con forza dai paesi ricchi.

Questa ineguaglianza rappresenta un grosso ostacolo nei dibattiti multilaterali, in tutte le questioni che riguardano il mercato, gli aspetti finanziari, i brevetti o la sanità.

Sono tutte opportunità per i paesi in via di sviluppo di annullare la distanza che li separa dalle nazioni ricche e ottenere più aiuti per lo sviluppo, con l’argomento inconfutabile che il mondo industrializzato è il vero responsabile dell’accumulo di gas serra nell’atmosfera.

Ma quando si parla di cambiamento climatico, le alleanze non contano. Il Brasile, ad esempio, subisce le continue pressioni degli ambientalisti per uscire dal gruppo G77 dei 130 paesi in via di sviluppo, contribuendo così a raggiungere un accordo riconquistando il ruolo di leader che ha avuto nei negoziati per la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Cliamatico del 1992, e nel Protocollo di Kyoto nel 1997.

Secondo gli ambientalisti, infatti, proprio per i mezzi concreti che ha a disposizione per ridurre le emissioni di gas serra – frenando la deforestazione e incrementando la produzione di energia pulita, già ampiamente sviluppata – sarebbe solo un vantaggio per il Brasile impegnarsi nel raggiungimento di obiettivi ambiziosi.

La Cina, che fa parte del G77, si è allontanata dalla coalizione avvicinandosi agli Stati Uniti quanto al volume di emissione di gas serra, grazie alla costruzione di centrali elettriche alimentate a carbone (una alla settimana), e con gli oltre duemila miliardi di dollari di riserve di cui dispone.

È spaventoso pensare che 1,3 miliardi di cinesi stanno portando avanti a folle velocità quello che è ormai noto come un processo insostenibile di industrializzazione e consumo.

La posizione dei paesi ricchi dotati di ricche riserve di combustibili fossili è completamente diversa da quella dei paesi che dipendono dalle importazioni di petrolio. Latitudini e altitudini, abbondanza o mancanza di foreste, la minaccia della desertificazione o la dipendenza dai ghiacciai sono solo alcuni dei tanti aspetti che fanno la differenza quanto all’impatto del cambiamento climatico su ogni singolo paese.

Molti piccoli stati insulari stanno già combattendo per la sopravvivenza, per questo hanno unito le loro forze a quelle delle nazioni africane colpite dalla desertificazione e dai mancati raccolti e hanno chiesto di fissare il limite di innalzamento della temperatura a 1,5 gradi centigradi entro questo secolo. Il superamento di questa soglia significherebbe quasi certamente condannare intere nazioni a massicci sfollamenti di popolazione o ad andare incontro alla morte certa.

Ma che potere hanno questi paesi nel contrastare il limite di due gradi già adottato?

Non si tratta dei paesi ricchi che impongono la loro volontà sui paesi poveri, né di una lotta di classe tra stati. Gli obiettivi da raggiungere sono dettati da valutazioni e studi scientifici. Il cambiamento climatico ha affermato un nuovo potere assoluto: quello della scienza, le cui scoperte sono ora determinanti per l’esistenza dell’intera popolazione mondiale.

Migliaia di scienziati che hanno contribuito alle relazioni del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), concordano sul fatto che un innalzamento della temperatura di due gradi centigradi entro il 2100 sia un limite plausibile e tollerabile. Sopra questo limite, sarebbe il caos.

Gli scettici non contano. Sono una piccola minoranza e, in molti casi, hanno perso credibilità perché sospettati di difendere gli interessi dell’industria dei combustibili fossili, o di sentirsi attaccati dai tentativi di impedire il grande disastro climatico.

Si sono già alzate diverse voci contro il verdetto emesso dagli esperti del clima, voci che chiedono una maggiore partecipazione della società nei processi decisionali, suggerendo perfino la possibilità di referendum. Ma questo è un campo che esula dalle dinamiche della “democrazia”. Il cambiamento climatico è un dato, non un problema.

I politici possono solo decidere come gestire il fenomeno. Metterlo in discussione o stabilire eventuali variazioni è esclusivo appannaggio della scienza.

Questa nuova dimensione di ciò che molti chiamano “l’era della conoscenza” detterà le regole che governano diverse attività, richiedendo efficienza energetica, e costringendo a cambiamenti di abitudini e di modelli di consumo, come già è successo con il tabacco, ad esempio, nel campo della salute. ©IPS

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