COPENHAGEN, 16 dicembre 2009 Terraviva COP15* (IPS) – I cambiamenti climatici si ripercuotono su tutti, ma l’onere è più gravoso per le donne. Per questo le attiviste di genere affermano che le donne dovrebbero avere più voce nel coordinamento delle risposte ai cambiamenti climatici.
Dorah Lebelo: “Le donne non dovrebbero essere considerate soltanto vittime dei cambiamenti climatici”
Mantoe Phakathi
Secondo Dorah Lebelo, milioni di donne nel mondo lavorano nell’agricoltura di sussistenza, e le condizioni atmosferiche irregolari hanno ridotto la loro possibilità di produrre a sufficienza per sfamarsi, e ancor più, di ricavare un surplus da vendere. Le donne – spiega Lebelo – dipendono fortemente dalle risorse naturali, quali acqua, legna per il fuoco, frutti selvatici da vendere.
Lebelo è membro del Gender CC, una rete internazionale per i diritti delle donne che sta facendo pressione affinché il documento finale della conferenza sui cambiamenti climatici di Copenhagen includa una prospettiva di genere.
E afferma che “bisogna garantire l’avanzamento delle donne, la loro leadership, una partecipazione significativa, il loro impegno come parti attive paritarie in tutti i processi legati al clima”.
Gender CC si prefigge di evidenziare a chiare lettere i diritti delle donne e dei bambini nel contesto dei cambiamenti climatici.
Gotelind Alber, ricercatrice per l’agenzia delle Nazioni Unite per l’edilizia abitativa, UN-HABITAT, ha studiato le politiche sui cambiamenti climatici di molti paesi, compreso il Sud Africa e il Kenya, riscontrando che le questioni di genere non hanno voce. “In queste politiche le donne – dice Alber – sono classificate semplicemente come gruppi vulnerabili; un concetto piuttosto vago”.
Alber, che ha illustrato i risultati delle proprie ricerche in un workshop su genere, città e cambiamenti climatici, ha rilevato che in seguito a catastrofi ambientali le donne sono più vulnerabili negli slum metropolitani; che le donne spesso sono le ultime a ricevere i segnali di allerta catastrofi, e non riescono a spostarsi rapidamente, perché devono proteggere i figli; infine, sono esposte alla violenza nel disordine che irrompe solitamente in questi casi.
“Dobbiamo riconoscere la particolare vulnerabilità delle donne legata ai cambiamenti climatici” – ha detto Alber.
Gender CC – Women for Climate Justice, vuole che l’accordo finale includa tutte le tematiche di genere sull’adattamento, la mitigazione, la condivisione tecnologica, i finanziamenti e lo sviluppo di capacità.
Secondo la keniota Catherine Mungai, solo così i governi locali e nazionali di ogni paese includeranno nelle proprie politiche sui cambiamenti climatici specifici programmi rivolti a donne e bambini; la loro tutela, sostiene Mungai, oggi brilla per assenza nella maggior parte delle politiche.
“Una dichiarazione che esprima una posizione molto chiara in tema di diritti delle donne e dei bambini aiuterà le Ong a richiamare all’ordine i governi, vincolandoli alle proprie responsabilità”, ha aggiunto Mungai.
Per ora, ha affermato Lebelo, le trattative sui cambiamenti climatici non riflettono i temi che toccano i diritti delle donne e dei bambini, il che è una omissione gravissima. Lebelo ha poi aggiunto che sebbene si discuta della perdita di biodiversità, perdita di possesso delle foreste, aumento delle temperature, malattie, agricoltura, e insicurezza alimentare, nessuno ne riconosce gli effetti su donne e minori.
“Continueremo a fare pressione fino alla fine della conferenza, perché vogliamo giustizia”, ha concluso.
Secondo Lebelo, le donne non dovrebbero essere percepite solo come vittime dei cambiamenti climatici, ma dovrebbero anche essere parte attiva dei processi decisionali su questo fenomeno globale.
“Le donne hanno saputo adattarsi impiegando le conoscenze indigene. Bisogna coinvolgerle a tutti i livelli decisionali – dal più basso al più alto” afferma Lebelo.
Un accordo che non tenga conto del genere, ha concluso l’attivista, non può chiamarsi accordo. © IPS