ROMA, 30 ottobre 2009 (IPS) – Il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi di produzione fissati dall’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) per far fronte alle crescenti richieste di cibo non sfamerà il mondo, e una produzione agricola eccessiva potrebbe addirittura essere dannosa, avvertono gli esperti.
All’inizio di ottobre, l’agenzia delle Nazioni Unite con sede a Roma ha segnalato che la produzione alimentare dovrà aumentare del 70 per cento entro il 2050, per sostenere una popolazione mondiale che potrebbe aver raggiunto quota 9,1 miliardi. E questo sarà possibile se i paesi in via di sviluppo – dove presumibilmente si concentrerà la maggiore crescita, su un aumento totale di 2.3 miliardi di persone – aumenteranno i propri investimenti agricoli di circa 83 miliardi di dollari all’anno.
Tuttavia, secondo stime della FAO, oltre un miliardo di persone (circa un sesto dell’umanità) soffre la fame, in un mondo che già oggi sarebbe in grado di sfamare l’intera popolazione del pianeta. La questione pare mal posta dunque.
“Ci chiediamo come sfamare l’umanità nel 2050, ma dovremmo chiederci anche come debellare la povertà, entro quella data”, ci ha detto Hasan Sahin, funzionario della Economic Cooperation Organisation, con sede a Teheran.
Anche Marco Contiero, esperto di ingegneria genetica e agricoltura sostenibile presso l’unità europea di Greenpeace, ritiene pericoloso restringere la prospettiva alla produzione. “Il ‘dogma’ secondo cui basta aumentare la produzione è sbagliato”, ci ha detto l’esperto.
“Ovviamente, dove è a livelli minimi, dobbiamo aumentare la produzione – ha aggiunto Contiero -. Ma anche se produciamo già moltissimo cibo, un miliardo di persone soffre la fame, mentre 1,6 miliardi è in sovrappeso e 500 milioni di persone sono obese. I dati parlano chiaro: il problema è più complesso”.
Alcuni analisti temono che la smania di raggiungere gli obiettivi quantitativi faccia diffondere le grandi colture industriali in un numero limitato di colture; questi metodi hanno garantito la pancia piena al Primo mondo, ma potrebbero non essere idonei ai paesi in via di sviluppo.
Il rischio di aggravare ulteriormente lo stato di indigenza delle persone povere che vivono nelle zone rurali più colpite dalla fame, dove spesso la situazione diviene irrisolvibile, è uno dei motivi che rende inadatti i metodi intensivi.
“Quando i prezzi si abbassano troppo, gli agricoltori non hanno denaro. Se il prezzo limite diventa perfino insufficiente a ripagarli delle calorie consumate arando i campi, la situazione non ha senso. I poveri, tuttavia, sono vulnerabili anche quando i prezzi sono alti”, ci ha spiegato Roberto Ridolfi, direttore dell’ufficio di cooperazione della Commissione europea Europe Aid F3. “Sia come sia, le notizie non sono buone per i poveri”.
Aiutare i piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo a uscire dalla povertà potrebbe comunque creare un circolo virtuoso, trasformandoli da parte del problema in parte della soluzione.
“Sono gli agricoltori che sfamano il mondo, non noi. Il nostro compito è incoraggiarli a incrementare la produttività; gli agricoltori devono diventare una nostra priorità”, ha dichiarato Benyamin Lakitan, segretario del Ministero indonesiano per la ricerca e lo sviluppo.
“Nei paesi in via di sviluppo il problema è che da decenni la prosperità degli agricoltori non aumenta. Dobbiamo fare uno sforzo ulteriore per farla crescere. Solo così gli agricoltori ci aiuteranno ad aumentare la produzione alimentare. Il punto chiave per questo cambiamento sono gli incentivi economici per gli agricoltori”.
Secondo Ridolfi, responsabile dello strumento europeo Food Facility, che stanzia 1 milione di euro per aiutare le persone più colpite dall’impennata dei prezzi alimentari del 2007-08, è necessario agire su tre livelli.
“Per prima cosa bisogna stimolare la produzione nei paesi poveri, non ovunque. In secondo luogo, bisogna garantire che i piccoli investimenti confluiscano nella comunità: piccole dighe, piccoli sistemi di irrigazione, piccoli raccordi, che sono molto importanti, perché permettono agli agricoltori disagiati di produrre e poi portare i prodotti al mercato. Il terzo aspetto sono le reti di sicurezza, che servono a garantire che per i gruppi vulnerabili delle zone rurali coltivare la terra non diventi impossibile”.
Secondo Warwick Easdown del World Vegetable Centre di Taiwan, un’eccessiva attenzione alla produzione potrebbe andare a discapito di alcuni altri fattori cruciali. “Ci si concentra solo sulla produzione e sulle tecnologie per la produzione”, ha affermato Easdown. “Così facendo, però, a mio avviso tralasciamo alcuni punti chiave; uno fra tutti è il fatto che negli ultimi 30 anni circa il 95 per cento della ricerca si è concentrato sull’aumento della produzione, anziché sul contenimento delle perdite”.
“Se davvero vogliamo sfamare il mondo entro il 2050, dobbiamo mettere il cibo in bocca alla gente. Tra produrre il cibo e portarlo sulla tavola delle persone il passo è ancora lungo”.
“Io mi occupo di ortaggi, un ambito con molti prodotti deperibili, dove il tasso di perdita è davvero molto elevato: solitamente si aggira intorno al 50 per cento. Ma sappiamo che anche nei paesi industrializzati le perdite post-raccolta sono del 15 per cento. La cosa non suscita molto interesse, eppure riducendo le perdite potremmo aumentare notevolmente la quantità di cibo disponibile. Per questo credo che dovremmo andare oltre una prospettiva agronomica che mira solo a incrementare la produzione”.
Easdown è anche preoccupato che la corsa frenetica all’aumento delle derrate di base per sfamare l’umanità comporti una disattenzione alla qualità del cibo, con possibili conseguenze sanitarie molto gravi.
“Il numero di raccolti su cui ci siamo concentrati è davvero esiguo: parliamo di soli 4 alimenti base – ma è evidente che non possiamo nutrirci solo di riso”, ha precisato Easdown.
“Sappiamo bene che in molti paesi il 70 per cento dell’apporto energetico proviene da un solo alimento base, con la conseguenza che si hanno regimi alimentari decisamente malsani. Continuare a produrre solo alimenti base riduce la biodiversità agricola e la qualità dell’alimentazione”.
Secondo Easdown, ridurre il consumo eccessivo di cibo nelle zone più ricche del mondo sarebbe già un buon inizio per ribilanciare l’annosa questione del sistema alimentare planetario.
“Oggi come oggi ci sono più persone in sovrappeso e obese che persone che soffrono la fame, eppure vogliamo continuare ad aumentare la produzione di cibo” – ha osservato Easdwon. “Moltissime persone mangiano troppo, ma a quanto pare non ci facciamo nemmeno caso”. © IPS