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SVILUPPO: Una grande sfida (Seconda parte)

ROMA, 6 ottobre 2009 (IPS) – “Sull’attuale popolazione mondiale di 6,5 miliardi di persone, un miliardo non ha cibo a sufficienza. Trasponendo questo dato al 2020, si intuisce quanto questo non sia solo un problema morale, ma anche di sicurezza nazionale, legato a guerre civili, terrorismo e immigrazione… Il problema va ben oltre il cibo”.

“Questa una delle questioni sul tavolo del Forum mondiale sulla sicurezza alimentare” (16-18 nov.), afferma Kevin Cleaver, vicepresidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD).

E i risultati del summit non possono essere solo economici, come solitamente accade.

“Non sono un tipo da Ong”, dice. “Ma concordo sul fatto che l’attuale sistema alimentare non sia sostenibile. Un milione di persone va a letto senza aver mangiato a sufficienza. Qualcosa è andato terribilmente storto. Nei paesi sviluppati, c’è il problema dell’obesità. Allo stesso tempo i poveri (nelle nazioni ricche) soffrono di malnutrizione”.

Cosa bisognerebbe fare?

Per Cleaver, la risposta è chiara, ma non semplice. “E’ necessaria una ricollocazione delle risorse pubbliche per la produzione agricola nei paesi in via di sviluppo, dove c’è l’epicentro della crisi. L’azione deve partire dai paesi stessi, delle agenzie donatrici dei paesi industrializzati, dalle istituzioni multilaterali come IFAD e Banca Mondiale…Una scelta difficile: significa incanalare le risorse nell’agricoltura, sottraendole ad altri settori”.

“Inoltre, molto deve essere fatto nell’area della politica”, afferma.

“Abbiamo visto che con lo scoppio della crisi alimentare nel 2008 molti paesi in via di sviluppo hanno fatto le scelte sbagliate, cercando di imporre il controllo dei prezzi ai contadini. L’Argentina, ad esempio, ha imposto moltissime tasse. Il risultato è che i contadini smettono di produrre o cominciano a contrabbandare. Una reazione molto poco efficace e miope”.

“Altri paesi hanno fatto cose stupide. Le Filippine hanno cominciato a comprare enormi quantità di riso stipandole in magazzini; nel frattempo i prezzi sono saliti alle stelle… In questo modo i paesi poveri sono stati schiacciati”, aggiunge.

“Nei paesi industrializzati abbiamo le più stupide forme di sussidio… Circa 200 miliardi di dollari all’anno sono riservati ai sussidi per compagnie europee e statunitensi, una somma superiore agli aiuti di tutte le istituzioni messe insieme. Stanziamo cifre incredibili per sovvenzionare un ristretto gruppo di aziende agricole, e che tipo di agricoltura praticano? Quella criticata dal movimento Slow Food. Non è questo che vogliamo fare con i soldi”.

Perciò cosa accadrà durante il summit?

“Sarà una grande sfida per la FAO: riconoscono la crisi, e vogliono discutere a livello globale per risolverla”, dice Cleaver. “Ma il problema di questi grandi incontri dell’Onu è che, nonostante le migliori intenzioni, di fatto non riescono a cambiare molto”. Nel 1974 ci sono stati alcune novità istituzionali. Io spero che questa conferenza porti a risultati analoghi, ma il mio timore è che non ci saranno grossi cambiamenti”.

“Il massimo che si possa sperare – aggiunge – è che accresca la consapevolezza generale circa la posta in gioco. La stampa veicola solo una parte dei problemi. Non viene colta la dimensione globale del dilemma. Questo summit potrebbe riuscire ad andare oltre le parole di pochi burocrati”.

Altri sperano di ottenere di più da questo vertice?

La terza grande agenzia Onu con sede a Roma, il Programma alimentare mondiale (PAM), si occupa di fornire cibo alle persone coinvolte in crisi umanitarie quali siccità, alluvioni o guerre. “In parole povere, impedisce che le persone muoiano di fame”, si legge sul sito del PAM.

Il problema più urgente per il PAM è ora rispondere allo scoppio di emergenze alimentari in circa 30 paesi.

“ I prezzi del cibo nei mercati internazionali hanno raggiunto il picco verso la metà del 2008 e da quel momento hanno iniziato a scendere. Ma i prezzi del cibo su molti mercati dei paesi in via di sviluppo nei quali lavoriamo sono rimasti costantemente alti”, dice Greg Barrow, addetto stampa del PAM.

“Ad esempio, la FAO ha scoperto che nell’Africa Sub-sahariana, i prezzi dell’80, 90 per cento dei cereali, monitorati in 27 paesi, sono più alti del 25 per cento rispetto all’inizio della crisi dei prezzi cominciata due anni fa”, afferma.

“In Kenya i prezzi del cibo sono saliti del 120 per cento durante lo scorso anno”, secondo Interfais, l’organizzazione che controlla il flusso degli aiuti alimentari. “Questo rende estremamente impegnativo il lavoro del PAM, in un frangente in cui il numero di persone affamate sta aumentando… e quando il flusso internazionale di aiuti alimentari è indietro di 20 anni”.

Come può essere, se Kevin Cleaver di IFAD afferma che i soldi per i progetti agricoli sono oggi aumentati “con la più alta percentuale di sempre”?

“È importante fare una distinzione tra le donazioni di cibo in natura e le donazioni monetarie per l’acquisto del cibo”, osserva Barrow. “La scomparsa delle eccedenze di cibo fa parte del quadro della situazione, ma non è la risposta”.

“Non posso fare commenti sui fondi dell’IFAD, ma il PAM riscontra un deficit senza precedenti nel budget del 2009. Abbiamo a malapena un terzo dei fondi che abbiamo richiesto all’inizio dell’anno, ed è possibile che il nostro budget di 6,7 miliardi di dollari risulterà inadeguato per sfamare 108 milioni di persone in 74 paesi nel 2009”.

Il PAM riceve circa metà del cibo che usa per le donazioni. Il resto arriva sotto forma di denaro per l’acquisto di generi alimentari. Delle 2,8 tonnellate di cibo ( per un valore di 1,4 miliardi di dollari) che ha acquistato nel 2008, il 78 per cento è stato comprato nei paesi in via di sviluppo.

E il denaro promesso durante il G8 a L’Aquila?

“Il PAM ha sempre promosso un approccio bilaterale, con investimenti nello sviluppo agricolo a lungo termine e allo stesso tempo assistenza in caso di emergenze alimentari, rispondendo ai bisogni urgenti”, dice Barrow. “Ma è importante notare che se anche la produzione di cibo aumentasse, le persone più povere al mondo avrebbero comunque difficoltà ad avere accesso al cibo che necessitano, e i loro bisogni non possono essere dimenticati”.

Barrow fa una distinzione tra le emergenze (alluvioni, siccità, uragani, terremoti e conflitti) che richiedono assistenza alimentare, e la “questione dell’accesso al cibo”, ossia la “difficoltà per le persone più povere al mondo di accedere ad alimenti nutritivi e a prezzi abbordabili per rispondere alle esigenze quotidiane. È una sfida che potrebbe continuare ad esistere anche se la produzione alimentare aumentasse”.

Questi temi saranno dimenticati nel summit?

“Qualsiasi incontro che riunisca i leader mondiali, i politici e la comunità umanitaria nello sforzo di risolvere il tema della sicurezza alimentare è il benvenuto”, afferma. “Perché abbia successo, i partecipanti devono concordare un programma concreto d’azione… Allo stesso tempo, i governi devono impegnarsi a fornire le risorse necessarie per raggiungere il primo Obiettivo del Millennio dell’Onu, di dimezzare il numero delle persone affamate entro il 2015”.

Cosa dicono gli altri?

La concentrazione delle tre grandi agenzie alimentari Onu a Roma determina la presenza di altri soggetti. L’Alleanza internazionale contro la fame (IAAH) – nata durante la Giornata Alimentare Mondiale del 2003 – è uno di questi. L’IAAH riunisce agenzie internazionali, corpi governativi e organizzazioni della società civile “in una partnership volontaria” per un’azione concertata contro la fame.

“Il fatto che il numero di persone affamate continui ad aumentare nonostante gli impegni presi nei summit… è interessante. È come se i leader presenti agli incontri credessero che bastano le parole perché i problemi scompaiano”, commenta Andrew MacMillan, consigliere speciale per l’IAAH. “Quasi tutte le nazioni del mondo hanno promesso di eliminare la fame globale, ma solo una piccola parte di esse si è impegnata finanziando programmi nazionali”.

“Anche il più eloquente impegno per un obiettivo globale è in gran parte senza significato”, aggiunge. “Ogni governo che sostiene questo obiettivo dovrebbe tornare a casa e assumere un impegno nazionale per fare la sua parte, e accettare di essere responsabile del suo adempimento. Allora vedremmo qualche risultato serio”.

Il solo “aspetto positivo” della crisi è che “ha spinto la questione della fame in cima all’agenda internazionale, anche se per ragioni sbagliate”, dice MacMillan.

MacMillan afferma che esistono due pericoli per il Summit mondiale sul cibo.

“Il primo, è che verrà usato come una scusa dalla comunità internazionale per imporre la soluzione sbagliata al problema. Possiamo vederlo ora, nell’enfasi senza precedenti data agli incentivi all’acquisto nelle piccole comunità agricole, senza tener conto della sostenibilità ambientale e delle conseguenze nutrizionali”.

“Il secondo pericolo è che temi importanti, come il cambio climatico, entrino a far parte dall’agenda allontanando l’attenzione dal problema del cibo, alimentando nelle persone l’illusione che sia una questione risolta. Il G8 potrebbe essere tentato di concludere che, avendo assegnato 20 miliardi di dollari in tre anni per risolvere il problema della fame, abbia assolto al proprio compito”.

“Se i 20 miliardi di dollari saranno davvero disponibili e verranno spesi nelle cose giuste, dovremmo vedere dei miglioramenti, ma questo va visto in prospettiva. La somma equivale a circa sei dollari all’anno per ogni affamato. Può davvero fare la differenza?”.

“Anche se FAO, PAM e IFAD agissero insieme – secondo MacMillan – non sarebbe sufficiente”. Sradicare la povertà e la malnutrizione entro il 2025 è assolutamente possibile, ma è necessario un contesto politico globale di supporto, e questo dipende dall’impegno di ogni paese ad assolvere interamente la propria parte”, afferma. Le agenzie di Roma “devono imparare a lavorare in un clima di genuina collaborazione” con le altre istituzioni, specialmente l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia), UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.

Nella politica, “ogni istituzione riformata che li riunisce” deve avere l’autorità per affrontare temi globali riguardanti il cibo e la sicurezza alimentare”, aggiunge. Questo significa avere “l’ultima parola” su questioni come accordi commerciali sui prodotti alimentari; stabilire i livelli minimi per le scorte alimentari globali; salvaguardare le risorse naturali per la produzione alimentare futura e impostare un programma per la ricerca in agricoltura.

L’IAAH sta lavorando con le organizzazioni della società civile per sollecitare i governi ad impegnarsi nel summit di novembre. “Ma li spingiamo anche ad andare oltre, creando una loro ‘dichiarazione di intenti’ nazionale, depositando il documento e il loro piano nazionale sulla sicurezza alimentare e la nutrizione verso l’obiettivo dello sradicamento della fame entro il 2025, in un ‘registro pubblico degli impegni’ internazionale, consultabile da tutti”, aggiunge.

Bioversity International è la più grande organizzazione internazionale per la ricerca dedicata alla conservazione e all’utilizzo della biodiversità in campo agricolo. Anch’essa ha sede a Roma. Nasce nel 1974 come programma sul campo all’interno della FAO, come spiega Ruth Raymond, a capo dell’unità di pubblica consapevolezza di Bioversity. “Non ci siamo separati dallo FAO fino al 1994… Una volta indipendenti, abbiamo deciso di restare a Roma perché volevamo continuare a lavorare a stretto contatto con la FAO, il nostro principale alleato”.

“Sono lieto che le agenzie a Roma che si occupano di alimentazione stiano esprimendo un rinnovato interesse per la sicurezza alimentare, e l’impegno a combattere la fame è forte”, afferma a proposito del summit Emile Frison, Direttore Generale di Bioversity.

“Mi preoccupa la possibilità che, nonostante i nostri sempre più cospicui investimenti nella ricerca agricola e nello sviluppo, potremmo non riuscire a risolvere i problemi a lungo termine sulla sicurezza alimentare sostenibile, continuando ad avere bisogno di soccorsi emergenziali”, dice Frison.

“Le risposte dei donatori alle carestie acute sono state esemplari”, afferma Frison. “Ma di fronte al cambiamento climatico, alla crescita della popolazione, alla scarsità d’acqua e ad altre minacce, abbiamo bisogno di investire in soluzioni intelligenti e sostenibili”. © IPS

*Miren Gutierrez is IPS Editor-in-Chief.