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SVILUPPO: Roma, capitale mondiale del cibo (Prima parte)

ROMA, 5 ottobre 2009 (IPS) – Ai tempi dell’Impero, tutte le strade portavano a Roma. Oggi sono i solchi dei campi di grano, granoturco e riso a condurre alla capitale, dove risiedono le più grandi organizzazioni mondiali che si occupano di lotta alla fame e dove è stato organizzato il Vertice Mondiale sulla sicurezza alimentare (16-18 nov).

Il momento non poteva essere più opportuno.

“La carenza di cibo continua ad essere una seria minaccia per l’umanità”, si legge sul sito del summit. Secondo le ultime proiezioni dell’ONU, la popolazione mondiale aumenterà da 6,8 a 9,1 miliardi di persone nel 2050 – un terzo di bocche in più da sfamare. E la crescita interesserà soprattutto i paesi in via di sviluppo.

Gli alti prezzi dei generi alimentari nei paesi in via di sviluppo, la crisi economica mondiale, l’aumento della povertà e della fame sono gli elementi di un quadro poco rassicurante.

Quali sono quindi le aspettative delle organizzazioni a Roma?

Secondo Kostas Stamoulis, capo dipartimento del settore agricoltura e sviluppo economico della FAO, il summit “non è una raccolta fondi… L’idea originale è eliminare la fame, preferibilmente entro il 2025, anche se non sono ancora certo che questo sarà l’obiettivo, poiché i paesi non si sono ancora accordati.”.

Uno dei temi centrali, continua, sarà “la riforma dell’autorità mondiale per la sicurezza alimentare. Deve essere più coordinata, perché finora ogni crisi si è trasformata in un disastro. Nonostante l’aumento del benessere mondiale, il fenomeno della fame cronica è aumentato dal 1996”.

Un recente comunicato della FAO segnala che “aumentare la produzione alimentare del 70 per cento per sfamare 2,3 miliardi di persone in più entro il 2050, insieme alla lotta contro povertà e fame, utilizzando in modo più efficiente le scarse risorse naturali e adattandosi ai cambi climatici, saranno le principali sfide dei prossimi decenni”.

Secondo Stamoulis, per produrre più cibo “dobbiamo assicurare un adeguato sostegno agli agricoltori nei paesi sviluppati e in via di sviluppo, senza che nessuno ne faccia le spese”. Per ora non stiamo facendo un buon lavoro, dice. “I paesi sviluppati offrono un forte sostegno al settore agricolo, mentre i paesi in via di sviluppo non ne hanno i mezzi”.

“Uno degli obiettivi è far capire ai diversi paesi che bisogna investire molte più risorse nell’agricoltura. Non necessariamente durante il summit…questo non è il luogo per le promesse. Le promesse sono state fatte a luglio, quando il G8 ha assicurato 20 miliardi di dollari per l’agricoltura. Questo vertice serve a riconfermare gli impegni presi, ai più alti livelli”.

Al G8, tenutosi lo scorso luglio a L’Aquila, i partecipanti avevano deciso di mobilitare 20 miliardi di dollari in tre anni per combattere la crisi alimentare, e si era detto che i fondi potevano essere utilizzati per lo sviluppo agricolo invece che per gli aiuti d’emergenza. Ma persone come Paolo di Croce, segretario generale di Slow Food International, erano scettiche. “Dobbiamo cambiare il modello che ha portato a questa situazione (di crisi alimentare), non riempire i buchi con il denaro destinato alle crisi”, aveva detto in una precedente intervista all’IPS.

Per Stamoulis, dovrebbero essere aiutati innanzitutto i piccoli agricoltori, oltre ad investire nelle infrastrutture – strade, porti, magazzini. “In termini di tecnologia e di accesso al mercato, dobbiamo essere certi che i piccoli proprietari ricevano la giusta quota dallo stanziamento di fondi, per poter incrementare la produttività”.

Considerando che 30 paesi stanno vivendo un’emergenza alimentare, “un altro obiettivo è creare un miglior sistema di allarme ed un coordinamento migliore in fase di risposta”, aggiunge.

Che cosa c’è di nuovo rispetto alla crisi alimentare degli anni Settanta e la storica World Food Conference del 1974?

“Ora esiste la Commissione per la sicurezza alimentare della Fao (CFS), che ha le caratteristiche per diventare una vera e propria associazione mondiale dal basso verso l’alto”, dice Stamoulis. ”Uno dei temi di cui si parlerà sarà proprio la riforma del CFS, di cui ho l’onore di essere segretario generale”.

Per Stamoulis, il CFS si sta impegnando nel proporre riforme per coinvolgere la società civile nei processi decisionali, divenendo così “un forum globale per la coordinazione delle iniziative nazionali ed internazionali riguardanti la sicurezza alimentare”.

Negli anni Settanta, il summit si svolse sotto la pressione della crisi alimentare. “Ma ora vogliamo creare qualcosa che non affronti solo la crisi, ma anche temi strutturali e la fame cronica. E questo deve essere fatto con la partecipazione di tutti i protagonisti, non solo di un gruppo decisionale. C’è una grande differenza. Questa volta abbiamo maggiori probabilità di successo, perché più gruppi sono stati presi in considerazione”.

Le voci delle organizzazioni intervistate sembrano tradire la tensione su due problemi cruciali: la necessità di risolvere immediatamente le crisi alimentari, e il bisogno di investire in soluzioni strutturali di lungo periodo.

L’organizzazione che ospita il summit, la FAO, è una delle tre agenzie alimentari dell’ONU con sede a Roma. Ognuna di esse ha obiettivi diversi. La FAO agisce come forum neutrale, dove le nazioni si incontrano per negoziare accordi e discutere politiche d’intervento.

Il personale della FAO include agronomi, guardie forestali, guardapesca e specialisti del bestiame, nutrizionisti, scienziati sociali, economisti e statistici, “che raccolgono, analizzano e forniscono dati per aiutare lo sviluppo”.

C’è anche il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (IFAD). A differenza della FAO, l’IFAD è specializzata nel finanziamento di progetti di sviluppo rurale.

Kevin Cleaver, vicepresidente dell’IFAD, afferma che l’IFAD ha visto crescere i fondi per progetti agricoli “con la percentuale più alta di sempre”.

“La crisi economica iniziata nel 2008 ha influito negativamente sulla produzione alimentare dei paesi in via di sviluppo”, osserva. “Le statistiche lo confermano: nel 2008 e 2009, il numero di persone che soffrono per la fame e la malnutrizione nel mondo è cresciuto di circa 100 milioni”.

“Le cose stavano migliorando nei cinque anni precedenti…ma il 2008 è stato un punto di svolta – continua – per la concomitanza di diversi fattori: la crisi finanziaria, meno rimesse, meno entrate, meno soldi per comprare cibo. “Il credito è diminuito nei paesi sviluppati, si può quindi dedurre cosa sia accaduto nei paesi ad alto rischio d’investimento in Africa o in Asia. Il credito è semplicemente scomparso. E questo ha avuto un impatto fortemente negativo sull’agricoltura”.

Poi c’è stato il G8 a L’Aquila. “Uno dei motivi per cui l’IFAD si è detta soddisfatta dei risultati è stato perché i leader mondiali hanno ammesso che la crisi alimentare stava devastando i paesi in via di sviluppo e generando insicurezza alimentare”, afferma Cleaver. “L’aumento della fame nel mondo era inaccettabile, ma era anche una minaccia alla sicurezza. Se gli affamati si arrabbiano, è più facile che prendano una pistola, o emigrino in Europa o negli Stati Uniti..Il G8 ha ammesso l’esistenza di un problema di sicurezza, ed è la prima volta che ciò accade”.

I soldi non sono stati l’unica promessa fatta, “alcuni paesi stanno iniziando ad agire, a dare”, aggiunge. “In passato ci sono state spesso solo parole. Ora iniziamo a vedere dei fatti”.

L’IFAD è stata creata come istituzione finanziaria internazionale nel 1977 e rappresenta uno dei maggiori successi della Conferenza alimentare mondiale del 1974. Possiamo dire che oggi ci sia lo stesso spirito e la stessa volontà di creare ed agire?

“L’IFAD è stata parte della risposta data dalla comunità internazionale a simili crisi”, segnala. “I prezzi dei principali prodotti alimentari e del bestiame erano aumentati enormemente nel 1974 e 1975. C’era carenza di cibo, carestia. La comunità internazionale si riunì, e creò l’IFAD.

“Fece altre cose, come investire più soldi nella ricerca. Molte agenzie di aiuti bilaterali fecero grandi investimenti nell’agricoltura. L’effetto fu, alla fine degli anni Settanta, l’enorme calo dei prezzi del cibo. Negli anni Ottanta ci furono abbondanti riserve di cibo anche nei paesi in via di sviluppo”.

“Il valore reale del cibo rispetto a quello di altre merci continuò a scendere. Il mondo sperimentò l’abbondanza. La funzione del Programma alimentare mondiale (PAM) fu quello di prendere alcune di queste eccedenze dai paesi industrializzati e distribuirle ai paesi in difficoltà”, dice. “Ora non c’è più un’eccedenza a livello globale”.

“Le scorte mondiali di cereali sono ai minimi storici”, afferma Cleaver. “Il valore reale del cibo è aumentato drasticamente. Guardando alle statistiche, il tasso di crescita della produttività agricola è diminuita di un terzo rispetto al passato. In altre parole, la scienza e la tecnologia non hanno generato crescita, non sono state al passo rispetto all’aumento della popolazione mondiale. Le riserve di cibo non sono all’altezza della richiesta reale”.

Perché? “Autocompiacimento; avevamo successo. I donatori non si sono più interessati al settore agricolo. Abbiamo anche visto meno investimenti dal settore privato. Istituzioni come la Banca americana di sviluppo e USAID, e quasi tutte le agenzie bilaterali, si sono allontanate dall’agricoltura. Questo ha distrutto la capacità del settore agricolo”.

Per di più, il cambiamento climatico e altri “seri problemi ambientali di lungo termine” hanno contribuito alla “distruzione dell’agricoltura”. Cleaver menziona aree quali il Sud-est asiatico e la Cina, che hanno un settore agricolo legato all’irrigazione naturale e devono ora fare i conti con la mancanza di pioggia.

“In queste aree è avvenuta la salinizzazione del suolo”, aggiunge. “L’acqua è stata estratta in quantità tanto elevate da comportare la scomparsa delle falde acquifere. Per questo, nel mondo ci sono enormi carenze d’acqua nelle zone irrigate. In Messico, il 50 per cento delle falde è ormai prosciugato. Queste aree non sono più produttive. L’Uzbekistan aveva enormi zone ad irrigazione. Ora sembra che ci sia la neve, tanto è spesso lo strato di sale. E niente può crescere nel mezzo di quella ‘neve’, nemmeno le erbacce”.

“Dobbiamo investire massicciamente in un differente tipo di agricoltura, meno dipendente dall’acqua, meno distruttivo, meno basato sul petrolio, meno dipendente dalle macchine; un’agricoltura di conservazione, un’agricoltura complessa”, afferma. “E questo perché se non lo facciamo, distruggeremo il pianeta e tutti moriranno di fame”.

Ecco cosa c’è in gioco qui, a Roma.©IPS

*Miren Gutierrez è editor in chief di IPS.