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EDITORIALE: I rischi di una nuova crisi del debito

GINEVRA, 14 agosto 2009 (IPS) – L’attenzione dei politici è ora concentrata sulla politica fiscale e sulle questioni finanziarie, nel tentativo di fermare la stretta creditizia e sbloccare i flussi finanziari, in particolare gli investimenti.

Supachai Panitchpakdi, segretario generale della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD)
UNCTAD/IPS

È comprensibile che governi e ministri delle finanze si concentrino sui flussi finanziari: hanno subito enormi pressioni per assicurarsi risorse economiche aggiuntive e risolvere i bisogni immediati: stimolare l’economia di fronte alla contrazione del reddito, delle esportazioni, delle rimesse, degli aiuti e dei flussi di investimento. È un quadro deprimente per le economie emergenti e altri paesi in via di sviluppo che necessitano di nuove iniezioni di fondi per la ripresa della crescita economica.

La situazione può spingere infatti i governi a chiedere prestiti dai mercati internazionali – ed eventualmente grossi finanziamenti – preparando il terreno per una nuova crisi del debito, nonostante si sia cominciato ad uscire dalla crisi attuale. La comunità internazionale deve essere pronta a gestire la nuova potenziale crisi. Questa situazione drammatica rischia di aggravarsi ulteriormente, a causa dell’aumento dei prezzi di cibo e carburante, come dimostrano i recenti movimenti di prezzo.

Alcune delle lezioni apprese dalla crisi finanziaria asiatica cominciata a metà del 1997 possono aiutarci a trovare soluzioni per alleviare o scongiurare l’imminente crisi dello sviluppo e del debito: contrarre meno prestiti in modo da accumulare meno debiti; accumulare riserve attraverso il risparmio; e migliorare la correttezza delle politiche. Durante la crisi degli anni ’90, queste azioni hanno coinciso con svalutazioni monetarie che hanno finito per migliorare la competitività, e hanno coinciso con un clima commerciale globale favorevole, grazie alla creazione nel 1995 dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC); al lancio dei negoziati commerciali mondiali del Doha Round nel novembre 2001; e all’ingresso della Cina nell’OMC nel dicembre 2001.

Quanto all’apertura, bisogna dire che oggi i paesi in via di sviluppo sono tra i più aperti nel mondo. L’apertura – che possiamo misurare dal rapporto esportazioni/PIL – è aumentato dal 26 per cento nel 1995 al 51 per cento nel 2007. Il grado di apertura è anche maggiore per i Paesi meno sviluppati (PMS), dove il rapporto è balzato dal 17 al 45 per cento nello stesso periodo. Sono stati buoni seguaci dell’apertura – eppure sono i paesi che hanno maggiormente sofferto dalla crisi economica globale, attraverso il canale degli investimenti e del commercio internazionale. Tutti i paesi sono rimasti colpiti dalla crisi, ma i più aperti – soprattutto i paesi in via di sviluppo e tra questi i più deboli e vulnerabili in particolare – sono stati i più colpiti.

Questo solleva l’interrogativo su come fare un buon uso dell’apertura. Nella sua risposta, la comunità internazionale non dovrebbe preoccuparsi solo delle tendenze protezionistiche, ma anche dell’intensificarsi del nazionalismo economico e razionale, che può compromettere l’utilizzo dell’apertura. Può essere utile menzionare alcune priorità per il futuro:

Primo, servirebbe una ripresa del Doha Round. Tutti i paesi dovrebbero seguire fermamente l’agenda dello sviluppo e anche raccogliere alcuni elementi, come un trattamento libero da quote e dazi per le esportazioni dei PMS, aiuti al commercio, la questione del cotone, della banana, e agevolazioni commerciali, che sono di importanza chiave, soprattutto per i paesi in via di sviluppo privi di sbocco sul mare. In questo senso, bisognerebbe eliminare le barriere non tariffarie, in particolare gli standard non giustificati sui prodotti, che sconvolgono il mercato.

Secondo, gli scambi tra i paesi in via di sviluppo continuano ad aumentare, ma ad un ritmo più lento, a causa della crisi. E questo perché gli scambi commerciali si basano su prodotti relativamente economici, che sono accessibili a popolazioni con livelli di reddito tipici dei paesi in via di sviluppo – una media annuale di 2.700 dollari, a fronte della media dei paesi sviluppati, di 38mila dollari. Perciò, rafforzare il commercio Sud-Sud, compreso i processi di integrazione economici regionali, può essere la strada per una soluzione sostenibile alla crisi globale. A questo proposito, vale la pena menzionare gli accordi di partnership economica attualmente in fase di negoziato tra Unione europea (Ue) gli stati di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP). Queste partnership dovrebbero aiutare a promuovere, e non a minare, l’integrazione regionale tra i paesi ACP.

Terzo, i finanziamenti al commercio sono di importanza cruciale per rendere scorrevole il flusso commerciale. Nell’incontro del G20 ad aprile si è stabilito di assegnare 250 miliardi di dollari per rispondere ai bisogni di finanziamenti per il commercio emersi con la stretta creditizia. Un punto chiave è secondo quali criteri assegnare i finanziamenti tra i diversi paesi in via di sviluppo in Africa, Asia e America Latina e Caraibi. Secondo il principio di chi arriva primo? Anche nei periodi di normalità, l’accesso ai finanziamenti per il commercio può essere difficoltoso, perciò bisogna risolvere il problema di un migliore accesso ai fondi promessi per i paesi che ne hanno bisogno.

Infine, le reti di sicurezza sociale devono rivolgersi urgentemente alle persone e ai settori più emarginati e vulnerabili colpiti dalla crisi, per esempio le donne che lavorano nell’industria tessile.

Per pianificare un’uscita strategica dalla crisi economica mondiale e dall’attuale fase negativa del commercio bisogna tenere conto delle realtà dei paesi in via di sviluppo, per capire quale risposta adottare. Questo è fondamentale per individuare delle misure che abbiano un impatto sostenuto e significativo.©IPS