JOHANNESBURG, 9 aprile 2009 (IPS) – Lo Statuto di Roma, adottato nel luglio 1998, ha permesso la formazione della Corte penale internazionale (CPI) nel 2002. Da allora, il tribunale dell’Aia ha emesso 12 mandati d’arresto, tutti contro africani.
Proprio per la sua attenzione sull’Africa, la CPI è stata accusata di prendere di mira solo i paesi emarginati. Le critiche sono aumentate negli ultimi mesi, dopo la condanna del capo di stato del Sudan Omar al-Bashir, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui omicidi, stupri e torture, perpetrati nella regione del Darfur.
Richard Dicker, direttore del dipartimento giustizia internazionale dell’Ong Human Rights Watch (HRW), che ha promosso la creazione CPI negli anni ’90, ha parlato della realtà che sta dietro al tribunale e di come le accuse al leader africano abbiano cambiato il panorama della CPI.
D: Nonostante le critiche contro la CPI, lei la considera importante per l’Africa. Perché?
RD: Alcune critiche puntano in realtà a distogliere l’attenzione da crimini efferati e dal tentativo di consegnare alla giustizia i responsabili di uccisioni di massa di civili, stupri e intimidazioni come arma di guerra, sfollamenti coatti di intere popolazioni per le loro differenze etniche o razziali. La Corte vuole fare giustizia per le popolazioni africane, vittime di crimini orrendi, che resterebbero impuniti se la CPI non esistesse.
D: Lei è tra coloro che hanno difeso la CPI nonostante esistesse già la Corte internazionale di giustizia (CIG).
Sono tribunali molto diversi, che si occupano di leggi e di questioni diverse. La CIG risolve controversie come questioni di confine, diritti di pesca, che riguardano il diritto civile tra gli stati.
La CPI lavora sulla responsabilità individuale per delitti più gravi: genocidi, crimini contro l’umanità e di guerra. Non hanno lo stesso compito. Data l’impunità associata a questo tipo di delitti nell’ultima parte del XX secolo, serviva un tribunale permanente che si occupasse di questi casi, dove l’autorità nazionale non era in grado di farlo.
D: Dalla sua creazione nel 2002, crede che la CPI abbia risposto al suo mandato?
RD: Ha fatto molti progressi. Dopo soli sei anni dalla sua apertura, ha avviato indagini in quattro paesi; emesso 12 ordini di arresto, e sta considerando di indagare in altri paesi come Colombia, Afghanistan, Georgia, Kenya e un altro paio.
È stato molto attiva, ha impiegato molte energie. I testimoni si sono presentati perché confidavano nella protezione della CPI. Le vittime si sono presentate spontaneamente per partecipare, non solo come testimoni ma come partecipanti veri e propri. Penso che la Corte abbia avuto molti risultati positivi.
Human Rights Watch però vede anche alcune lacune nel suo lavoro.
D: Per la prima volta la CPI ha emesso un mandato contro un capo di stato in carica. A quali rischi va incontro la Corte, soprattutto visto il sostegno dei paesi vicini nei confronti di Omar al-Bashir?
RD: Chiariamo una cosa: questo mandato ha cambiato il panorama. Ha suscitato molta attenzione e molte critiche, quasi tutte, credo, scorrette e guidate da interessi personali; che però hanno senz’altro scatenato una dura controversia intorno alla Corte penale. Mi ricorda la polemica scoppiata negli Usa, quando nel 2003-2004 l’amministrazione Bush aveva cercato di impedire che la Corte potesse fare il suo lavoro.
In altre parole, la Corte è sotto attacco da parte di alcuni stati arabi e africani in particolare, che non fanno parte dello Statuto di Roma, che sono praticamente portavoce di Al-Bashir e che con la loro propaganda distorcono enormemente l’immagine reale della Corte. In fin dei conti, per quanto questo attacco sia serio, fallirà.
D: Possono essere utilizzati gli stessi principi che portarono alle accuse contro Al-Bashir, di fronte a governi e figure molto potenti, come per l’ex presidente Usa George Bush sul tema della tortura?
Negli ultimi cinque anni, HRW ha fatto continue pressione per creare negli Usa una commissione indipendente che indagasse su accuse di tortura da cui potrebbero emergere responsabilità di Bush e di altri.
Noi pensiamo sia giusto che le autorità Usa cerchino di indagare, e se le prove porteranno a dover presentare accuse penali, vorremmo che almeno ci sia la possibilità di giudicarle nei tribunali di quel paese. Non sto dicendo che Bush sia responsabile perché non ho tutte le prove, ma bisogna aprire un’inchiesta. E se le indagini dimostreranno che ci sono le basi per accusarlo, e se i tribunali statunitensi non si daranno da fare per aprire un processo, allora dobbiamo guardare oltre gli Usa.
Ma gli Usa non fanno parte dello Statuto di Roma, perciò non ci sono basi giuridiche perché la CPI abbia autorità su un ex presidente e funzionario di quel paese.
Questo dimostra l’ineguaglianza che esiste sul panorama della giustizia internazionale: una realtà che non voglio negare. Il punto è che i leader dei governi potenti sono più tutelati dalla giustizia internazionale.
È vergognoso. Dobbiamo lavorare per ridurre questa disparità, così che se i tribunali dei paesi più potenti, come Usa e Russia, non indagheranno sulle accuse per crimini di massa, i suoi funzionari possano essere giudicati dalla CPI.
Non siamo ancora a questo punto. Abbiamo il modo per farlo, ma è questo il senso di tutto il processo, portare giustizia e avere legittimità.
D: Si accusa la CPI di prendere di mira solo i governi deboli e emarginati dell’Africa. La preoccupa che questa visione possa compromettere il sostegno alla corte nel continente?
RD: Sì, ovviamente mi preoccupa. Penso sia una visione nociva. Ancora di più perché il tribunale è stato creato con la partecipazione attiva e vigorosa di stati africani, latinoamericani, europei e anche asiatici.
È sarebbe piuttosto grave che questa unità si rompesse a causa di accuse distorte. Il motore che muove tutto questo è il governo del Sudan e altri governi che hanno spinte e orientamenti simili: temono la giustizia internazionale e faranno qualunque cosa per fermarla. Penso che questo finirà, ma la questione è seria e non dovrebbe essere presa troppo alla leggera.