NEW YORK, 25 marzo 2009 (IPS) – Un tribunale britannico ha decretato lunedì scorso che le autorità Usa avrebbero promesso di concedere la libertà a un detenuto di Guantanamo in cambio del silenzio sulle torture subite.
Secondo la sentenza di due giudici della Corte suprema britannica, lo scorso ottobre gli Stati Uniti avrebbero offerto a Binyam Mohamed un patteggiamento. Mohamed avrebbe però rifiutato l’accordo, e alla fine dell’anno scorso gli Usa avrebbero infine fatto cadere ogni accusa contro di lui.
Mohamed è un etiope emigrato in Gran Bretagna durante l’adolescenza. Fu arrestato in Pakistan nel 2002, e secondo quanto ha dichiarato avrebbe subito torture sia nel paese asiatico che in Marocco. È stato poi trasferito a Guantanamo nel 2004, per fare ritorno in Gran Bretagna alla fine del febbraio 2009, dopo che era stata ritirata ogni accusa contro di lui.
Mohamed ha fatto causa al governo britannico, sostenendo che i loro servizi di intelligence sarebbero stati complici della CIA nel favorire la sua “extraordinary rendition”, il trasferimento illegale, e la tortura sotto custodia.
Secondo la corte, la proposta di patteggiamento prevedeva che Mohamed si dichiarasse colpevole di due accuse e accettasse di non parlare pubblicamente della sua terribile esperienza.
Zachary Katznelson, responsabile legale di Reprieve, una associazione per la difesa dei diritti umani che da quattro anni si occupa della difesa legale di Mohamed, ha spiegato che “nel caso di Binyam Mohamed, gli Stati Uniti chiaramente preferiscono la segretezza alla giustizia. Semplicemente non vogliono che la verità venga a galla”. “Questo – ha aggiunto – non c’entra niente con la sicurezza nazionale, ma piuttosto rischia di essere fonte di imbarazzo nazionale. Se davvero vogliamo combattere il terrorismo, dobbiamo utilizzare gli strumenti della democrazia – apertura, trasparenza, giustizia – non rinunciarvi, per poi cercare disperatamente di nascondere le nostre colpe”.
Nella sentenza di lunedì, i giudici britannici hanno rivelato come il governo Usa abbia tentato di far firmare a Mohamed un accordo in cui doveva dichiarare di non aver mai subito torture, promettere di non parlare con i media del suo rilascio, e dichiararsi colpevole come condizione per essere liberato e tornare in Gran Bretagna – e tutto senza che i suoi avvocati avessero accesso alle prove che potevano dimostrare la sua innocenza.
In un primo momento, questa parte della sentenza era stata tenuta segreta dalla corte Britannica a causa delle norme della commissione militare Usa, che proibivano di rendere pubblico il materiale.
I giudici britannici hanno anche dichiarato che l’esercito Usa voleva che Mohamed rinunciasse ad ogni diritto di risarcimento da parte del governo Usa. Insistevano che accettasse una condanna a 10 anni – benché l’esercito non gli avesse comunicato quali sarebbero state le accuse contro di lui.
A Mohamed è stato anche chiesto di rinunciare a ogni diritto di accedere alle prove in grado di discolparlo, individuate dai giudici britannici. “Se Mohamed avesse chiesto di vedere queste prove, l’‘accordo’ sarebbe saltato”, ha riferito un portavoce di Reprieve. “I fatti hanno rivelato come il governo Usa abbia ripetutamente tentato di nascondere la verità sulle torture nei confronti di Binyam Mohamed”, ha detto il direttore di Reprieve Clive Stafford Smith. “Gli è stato detto che non avrebbe mai lasciato Guantanamo se non avesse promesso di non parlare mai delle torture, e che non avrebbe mai intentato causa contro gli americani o i britannici per costringerli a rivelare i maltrattamenti subiti”. Durante il suo periodo di detenzione a Guantanamo, l’esercito Usa ha tentato di accusarlo attraverso le commissioni militari, definite dall’ex giudice della Corte d’appello Johan Steyn un vero e proprio “tribunale clandestino”.
Secondo Reprieve, “questa proposta discussa dalle corti britanniche è stata avanzata dall’esercito militare in un momento in cui l’uomo non aveva ricevuto ancora nessuna accusa. È arrivata anche dopo gli infiniti tentativi di portare Mohamed a dichiararsi colpevole di crimini che lui assicura di non aver mai commesso”.
“Avrebbe voluto dichiarare di ‘non aver commesso il fatto’ – che in sostanza significa negare la colpa, ma andare al patteggiamento perché riconosci che è l’unico modo per risolvere il caso – a condizione di essere condannato ‘time served’ (quando il tempo già passato in prigione equivale, o supera, quello della condanna, o condannato a pena già scontata), e immediatamente rimandato in Gran Bretagna”.
All’inizio del 2009, accusa Reprieve, “l’esercito Usa stava ancora cercando di dichiarare Mohamed colpevole di qualcosa – qualsiasi cosa – per salvare la faccia. L’ultima ‘offerta’ che gli venne fatta era che l’uomo, in origine ritenuto un pericolosissimo terrorista, si riconoscesse colpevole con una pena di soli dieci giorni di carcere, meno di quanto ci si possa aspettare per un reato di guida.
Mohamed ha rifiutato l’offerta, continuando a ribadire la sua innocenza. “Proporre di concedere la libertà ad un uomo che si professa innocente solo a condizione di dichiararsi colpevole di qualcosa, e scontare una pena di 10 giorni di carcere, è chiaramente solo per salvare la faccia, a livelli scandalosi”, ha dichiarato il direttore esecutivo di Reprieve Clare Algar.
Il caso ha fatto scalpore in Gran Bretagna, e ha creato un grosso problema al Dipartimento di Stato Usa. La Corte Suprema britannica si è rifiutata di diffondere sette paragrafi redatti in una precedente sentenza, in cui si dava credito alle accuse di tortura di Mohamed. La corte avrebbe preso la sua decisione per ciò che ha definito una minaccia ricevuta dagli Usa di riprendere in considerazione lo scambio di informazioni con i britannici.
Esprimendo una critica quanto mai inusuale, la Corte suprema si è però detta sgomenta per il fatto che una democrazia “governata dalla legge” avrebbe tentato di nascondere le prove “relative alle accuse di tortura e di trattamento crudele, disumano o degradante, per quanto politicamente imbarazzante potesse essere”.
La corte ha ammesso che l’amministrazione di George W. Bush avrebbe avanzato la minaccia con una lettera rivolta al ministero degli Esteri lo scorso settembre; e la stessa Corte ha dichiarato di aver chiesto all’amministrazione Obama di cambiare posizione.
Il segretario degli Esteri britannico David Miliband ha negato che fosse stata avanzata qualsiasi minaccia dagli Usa.
Dopo la cattura di Mohamed, l’allora procuratore generale John Ashcroft aveva sostenuto la complicità di Mohamed con Jose Padilla nell’elaborazione di un piano per far scoppiare una “bomba radioattiva” negli Stati Uniti. Padilla non è mai stato accusato del complotto, ma è stato condannato per terrorismo da una corte federale nel 2007. Lo scorso anno, il Dipartimento di giustizia ha fatto cadere le accuse relative al piano della bomba contro Mohamed, e lo scorso ottobre l’uomo è stato completamente scagionato.
Mohamed ha attualmente fatto richiesta d’appello ad un altro tribunale Usa, a nome suo e di altri quattro sospetti terroristi. In questo caso, gli avvocati dell’amministrazione Obama hanno cercato di prendere una decisione per non riaprire un caso che era stato già respinto lo scorso anno da una corte minore, perché a loro parere portare avanti il caso avrebbe compromesso la sicurezza nazionale Usa. Per opporsi alla riapertura del caso, gli avvocati di Obama sono ricorsi allo stesso privilegio del “segreto di stato” utilizzato dagli avvocati di Bush nel primo caso. La corte d’appello non ha ancora preso una decisione sul caso, in cui si accusa una filiale dell’impresa Boeing, la Jeppesen Dataplan, di aver volutamente fornito veicoli e servizi logistici per favorire il trasferimento forzato di Mohamed da parte della CIA verso carceri d’oltremare.