DOHA, 2 dicembre 2008 (IPS) – La richiesta è semplice, apparentemente. “Votate per uno sviluppo democratico, centrato sulla persona”. Lo chiede la società civile all’incontro intergovernativo di riesame del Consenso di Monterrey in corso a Doha, Qatar.
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In attesa di conoscere i risultati dell’incontro, e di sapere quale sarà la nuova agenda dei finanziamenti per lo sviluppo, la società civile ha rivolto l’attenzione ai governi, riuniti rigorosamente a porte chiuse per negoziare il documento finale.
”È un’assemblea generale delle Nazioni Unite, e il G192 dovrà votare chi sarà a definire il documento”, spiega Roberto Bissio di Social Watch, mentre interroga delegati e partecipanti nei corridoi del Doha Sheraton, sede della Conferenza internazionale di follow-up sugli aiuti allo sviluppo (29 nov-2 dic).
I rappresentanti della società civile, che si sono incontrati in una due giorni a margine del meeting ufficiale nella capitale di questo stato del Golfo, hanno commentato con sgomento la bozza del documento finale, ancora sul tavolo, che non sembra orientata verso nessuna proposta decisiva e concreta da parte dei 192 paesi membri, come ci si sarebbe aspettato.
”L’amministrazione Bush sta cercando di bloccare la bozza di documento (che ha il sostegno dell’Unione europea e della maggioranza dei membri)”, osserva Sylvia Borren, della Global Call to Action against Poverty (GCAP) che domenica scorsa ha organizzato insieme ad altri gruppi della società civile un “meeting d’emergenza” per elaborare una strategia.
È stata quindi inviata una lettera firmata online per “ignorare (il) gioco di potere anti-democratico dell’amministrazione Bush”; tra i primi cinque firmatari: Social Watch di Bissio, GCAP di Sylvia Borren, la rete di Ong arabe per lo sviluppo (ANND), UBUNTU, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale e Stamp out Poverty (Gran Bretagna).
La maggior parte dei leader mondiali riconosce l’urgenza della crisi, che colpirà i paesi e le persone più vulnerabili, in particolare donne e bambini, se non verrà intrapresa un’azione immediata, sottolinea la campagna. Circa 30 capi di governo e ministri sono intervenuti all’assemblea plenaria nei primi due giorni.
I negoziati di Doha arrivano in un momento di grave crisi finanziaria e di paura di un deficit delle risorse che metta a repentaglio la vita e la sussistenza di centinaia di milioni di persone, nel Sud e nel Nord, e minacci i traguardi concordati a livello mondiale, come gli Obiettivi di sviluppo del millennio (MDG).
Gli attivisti denunciano da tempo che mentre i governi dei paesi più ricchi tentano di salvare banche e istituzioni finanziarie private con più di tre trilioni di dollari americani in fondi e garanzie pubbliche, non riescono a dare una risposta decisiva all’aggravamento della crisi di cibo, carburante e finanza che affligge la maggioranza delle persone nel mondo.
L’attuale crisi comporterà entro la fine del 2009 la perdita di 20 milioni di posti di lavoro; altre 100 milioni di persone verranno spinte nell’economia informale, oltre ai 200 milioni di disoccupati e a 1,3 miliardi di lavoratori sottoccupati.
”E molte saranno donne – fa notare Borren – ma nessuno qui sta parlando di ‘femminizzazione’ della povertà!”.
Finora, la comunità internazionale si è dimostrata incapace di raccogliere fondi per i poveri e gli svantaggiati. “Le organizzazioni mondiali per le donne devono andare avanti con 100 milioni di dollari Usa l’anno”, ha segnalato Borren all’IPS. Pochi punti percentuale dei trilioni di dollari stanziati per salvare le istituzioni finanziarie potrebbero portare a ridurre di due terzi la mortalità infantile nei paesi più poveri.
Oltre 250 organizzazioni e reti della società civile si sono riunite a Doha per parlare di “investimenti nello sviluppo centrato sulla persona”. “Mettere le persone e i loro bisogni al centro dello sviluppo”, è ciò che chiedono.
”I paesi in via di sviluppo dovrebbero poter assumere una effettiva leadership e un controllo democratico del proprio spazio politico nazionale, che consenta di attuare politiche sociali ed economiche nazionali e anche programmi per lo sviluppo… senza l’interferenza dei paesi del Nord o delle istituzioni di Bretton Woods”, si legge nella dichiarazione di chiusura del forum della società civile del 28 novembre.
Ai governi è stato chiesto di “prendere le parti di donne e uomini, lavoratori, agricoltori, giovani e bambini per promuovere la sostenibilità ambientale, puntando ad una via economica alternativa”, per promuovere la creazione di un lavoro decente per tutti, uguaglianza di genere e crescita equa, politiche di investimento e commercio equo, per un passo decisivo verso lo sradicamento della povertà.
Ma gli appelli per un riesame complessivo, sotto l’egida dell’Onu, delle strutture mondiali della governance economico-finanziaria, mediante “una grande conferenza internazionale a livello di summit” sono diventati lettera morta nel documento finale di Doha in fase di negoziazione.
L’appello alla riforma è stato svuotato nel dossier, lamenta Nuria Molina di Eurodad, per includere le istituzioni di Bretton Woods, che sono tra i principali responsabili dell’attuale crisi globale. ”Non hanno legittimità né credibilità (per avviare un processo di auto-riforma). La liberalizzazione degli scambi, come quella perseguita dal Doha round, ha contribuito ad aumentare la vulnerabilità dei paesi in via di sviluppo in settori chiave”, ha detto Molina all’IPS.
“L’Onu ha un ruolo essenziale da svolgere”, afferma Ariane Arpa di Oxfam International. “Finora la conferenza sta deludendo le nostre aspettative. Un fallimento nel far fronte alle questioni fondamentali… significa che non verrà prodotto il risultato concreto e decisivo che era stato promesso ai paesi poveri”.