LIMA, 17 novembre 2008 (IPS) – Il diritto degli indigeni a disporre del proprio territorio è sacro nella maggior parte dei paesi latinoamericani, anche se spesso è soggetto a interpretazioni controverse.
Donne in un campo di patate nelle Ande peruviane
Milagros Salazar/IPS
Negli ultimi vent’anni, l’America Latina ha fatto progressi nella ratifica di strumenti internazionali e nazionali per il riconoscimento e la tutela dei diritti dei popoli indigeni; il problema è che non vengono rispettati, e questo riaccende la fiamma della protesta.
Per gli indigeni, il territorio è associato al nutrimento vitale, ma anche al loro modo di vedere il mondo, alla cultura e al retaggio dei loro antenati, oltre all’eredità che lasceranno alle generazioni future.
I paesi con un’alta percentuale di popolazione aborigena, Messico, Colombia, Ecuador e Perù, hanno ratificato la Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del lavoro (OIL), adottata nel 1989 per garantire i diritti territoriali, sociali, culturali ed economici dei popoli indigeni e tribali.
Tutti, tranne la Colombia, hanno votato nel 2007 la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei popoli indigeni. “In teoria, si tratta di un riconoscimento importante, ma in pratica non esiste”, ha segnalato a IPS-Tierramérica il senatore colombiano Jesús Enrique Piñacué, della Alianza Social Indígena.
Il problema in Colombia è che lo Stato non consulta gli indigeni su norme e misure che possono avere una ricaduta sulle stesse comunità, come l’approvazione di investimenti privati nei loro territori, benché sia una clausola prevista dall’articolo sesto della Convenzione 169, segnala Piñacué.
Dal 12 ottobre, alcune organizzazioni indigene colombiane hanno promosso un’inconsueta mobilitazione sfidando apertamente le politiche del presidente Álvaro Uribe, e reclamando i propri diritti collettivi.
In questo paese di 44,6 milioni di abitanti, di cui 1,6 milioni indigeni, la guerra interna uccide un indigeno ogni 53 ore, e dal 2002 almeno 54mila indigeni sono stati espulsi dalle loro terre ancestrali, secondo l’Organizzazione Nazionale indigena della Colombia. La Costituzione colombiana del 1991 ha riconosciuto l’autonomia delle popolazioni native, con il diritto alla proprietà collettiva dei loro territori, e la conservazione della loro lingua, tradizioni e forme di giustizia.
La Colombia votò contro la Dichiarazione dell’ONU, adducendo problemi di sicurezza nazionale, visto che nel documento si raccomanda di non praticare attività militari nei territori indigeni; o, se già praticate, di consultare le comunità.
Anche nell’Amazzonia peruviana, gli aborigeni hanno organizzato lo scorso agosto massicce proteste per chiedere la deroga di diversi decreti che promuovono l’investimento privato nelle loro terre.
Il Congresso ha accettato di derogare due dei decreti più controversi approvati nel quadro del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti.
Ma il governo sostiene che la Convenzione 169 della OIT, ratificata nel 1994, non dà diritto alle comunità di porre il veto su attività realizzate nelle loro terre, perciò ha istituito laboratori informativi “di consultazione” con i popoli indigeni su concessioni minerarie e petrolifere già attuate.
”Molti funzionari non conoscono neanche il contenuto delle convenzioni, mentre altri le interpretano erroneamente”, ha segnalato a IPS-Tierramérica Graham Gordon, dell’organizzazione non governativa Asociación Paz y Esperanza, che ha partecipato all’elaborazione del rapporto alternativo della società civile sull’osservanza della Convenzione.
Il Perù, che era stato tra i principali promotori della Dichiarazione dell’ONU, adesso pone l’accento sul suo carattere non vincolante.
L’articolo 42 del documento afferma che le Nazioni Unite e gli Stati “promuoveranno il rispetto e la piena applicazione delle disposizioni”, che è ben lungi dall’essere una disposizione giuridica vincolante.
La Costituzione peruviana del 1993 riconosce la diversità culturale e la partecipazione politica degli aborigeni in quote, ma si riferisce a comunità native e contadine, che occupano il 55 per cento delle terre agricole, e non ai popoli indigeni, il che significherebbe riconoscerli al di là di una delimitazione territoriale.
L’Ecuador ha realizzato importanti progressi per conto proprio. Dopo le mobilitazioni dell’Inti Raymi, nel giugno 1990, guidate dalla Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (Conaie), il movimento indigeno ha adesso un ruolo di primo piano.
I deputati entrati nel Congresso legislativo attraverso il Movimento Unidad Plurinacional Pachakutik – Nuevo País, hanno ratificato nel 1997 la Convenzione 169 e, l’anno dopo, il riconoscimento costituzionale della previa consultazione con le comunità in caso di sfruttamento delle risorse naturali nei loro territori.
Quest’anno, con la nuova Costituzione approvata il 28 settembre, l’Ecuador si è dichiarato Stato plurinazionale e interculturale, e non più solo multietnico. Il 35 per cento della popolazione è aborigeno, secondo le organizzazioni dei popoli nativi.
Ma il leader indigeno Luis Macas, ex presidente della Conaie, ha spiegato a Tierramérica che nella nuova Costituzione si sarebbe dovuta stabilire non la previa consultazione con le comunità, ma il previo assenso, perché solo così il governo si sarebbe visto costretto ad adempiere agli obblighi previsti.
Le comunità hanno annunciato mobilitazioni in caso di sfruttamento minerario su larga scala dei loro territori, ma il presidente Rafael Correa assicura che i progetti permetteranno di ottenere risorse per lo sviluppo sociale dei popoli indigeni.
Nel 1990, il Messico è stato uno dei primi paesi a ratificare la Convenzione 169, ma le sue misure “non si sono tradotte in realtà di fronte ai problemi immensi e ancestrali” rimasti aperti, ha spiegato l’indigeno nahua Matías Trejo, sociologo dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM).
In seguito alle pressioni della guerriglia zapatista nel sud del paese, nella Costituzione del 2001 è stata riconosciuta “la composizione multiculturale del paese”, con popoli indigeni “che conservano le loro istituzioni sociali, economiche, culturali e politiche, o parte di esse”.
Ma è ancora lo Stato a stabilire come disporre dei territori delle 62 etnie del Messico, dove 11 dei 104 milioni di abitanti del paese sono indigeni.
A differenza di altri paesi, in Messico non ci sono segnali di mobilitazioni massicce. Il quaranta per cento degli indigeni messicani di almeno 15 anni di età non ha concluso l’istruzione primaria, e tra questi, il 18 per cento non ha ricevuto nessun grado di istruzione.
In oltre il 40 per cento dei casi, le abitazioni hanno pavimenti di terra e non sono protette dai fenomeni naturali come sismi e inondazioni.
In Perù, il distretto più povero è Balsapuerto, nella selva amazzonica. Più del 90 per cento delle popolazioni native di questa zona è priva dei servizi di base.
* Con contributi di Helda Martínez (Bogotá), Kintto Lucas (Quito) y Diego Cevallos (Città del Messico).