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MEDIO ORIENTE: Quando spari al messaggero

CITTA’ DI GAZA, 4 luglio 2008 (IPS) – L’aggressione del corrispondente dell'IPS Mohammed Omer dovrà essere chiarita dal personale della sicurezza israeliano. Che però non sembra intenzionato a farlo.

Mohammed Omer

Omer è stato aggredito e umiliato dal personale della sicurezza israeliano presso il confine di Allenby tra Israele e Giordania, mentre tornava a casa nella striscia di Gaza la scorsa settimana.

Omer era di ritorno dall’Europa, dove aveva contattato alcuni parlamentari europei per aggiornarli sulla situazione a Gaza. A Londra aveva ritirato il premio giornalistico Martha Gellhorn 2008 (insieme ad un altro corrispondente dell’IPS, Dahr Jamail).

Omer, che collabora anche con The Washington Report, ha raccontato all’IPS di essere stato insultato verbalmente, perquisito dopo essere stato costretto a spogliarsi e picchiato, e infine ricoverato in ospedale con le costole rotte e conseguente trauma.

Parlando all’IPS a Gerusalemme, i funzionari israeliani negano che il vincitore del premio sia stato maltrattato. Hanno riferito che il giornalista di Gaza aveva “perso l’equilibrio” dopo essere stato perquisito per “sospetto contrabbando di merci illegali”.

I funzionari non hanno saputo spiegare come Omer, che è ancora in ospedale molto sofferente, abbia potuto “perdere l’equilibrio” riportando fratture alle costole e un braccio pieno di lividi in seguito alla “caduta”.

Gli israeliani non hanno saputo spiegare quali merci illegali sospettavano che Omer avesse cercato di introdurre illegalmente. È stato aggredito dopo essere passato ai raggi X e dopo una perquisizione completa di tutto ciò che aveva con sé. I funzionari si sono limitati a dire che volevano vederci più chiaro.

Il caso di Omer non è né unico né raro. Le organizzazioni per i diritti umani sia israeliane che internazionali hanno accusato Israele di maltrattare e insultare sistematicamente i palestinesi sia presso i confini che durante gli arresti.

L’organizzazione internazionale per la libertà di stampa Reporter Senza Frontiere (RSF) ha “condannato il comportamento offensivo degli agenti della sicurezza israeliani nei confronti dei giornalisti palestinesi che viaggiano nei Territori o tornano da un viaggio all’estero”.

RSF ha detto di aver “registrato cinque episodi di arresti illegittimi negli ultimi dieci giorni. Un giornalista è ancora trattenuto, mentre un altro è dovuto ricorrere a cure ospedaliere dopo aver subito umiliazioni e brutalità presso un checkpoint israeliano da parte di alcuni membri dello Shin Bet (i servizi di sicurezza interni di Israele).

Ma ciò che ha messo particolarmente in imbarazzo l’astuta macchina delle pubbliche relazioni israeliane è stata la particolare attenzione che ha suscitato il caso di Omer nei media sia nazionali che internazionali. The Guardian e l’Independent di Londra tra i tanti hanno riportato nei dettagli il trattamento subito da Omer. E il coinvolgimento del ministero degli Esteri olandese e la sua richiesta di indagare sui fatti hanno creato ancora più tensioni nel governo di Israele, che mantiene buone relazioni con i Paesi Bassi.

Nonostante le legittime preoccupazioni sulla sicurezza di Israele, dovute ai recenti attacchi missilistici dai territori palestinesi, la lotta per la sopravvivenza dello Stato ebraico passa chiaramente anche per gli sforzi evidenti e diffusi per vincere la battaglia della propaganda, per conquistare i cuori e influenzare le menti dell’opinione pubblica internazionale e ancor di più dei suoi governi, in particolare gli Stati Uniti. Qui la lobby israeliana è tra le più attive nel mondo.

Per questo Israele non appare troppo benevola verso organizzazioni o individui che mettano lo Stato ebraico sotto una luce critica. Proprio di recente Israele ha proibito ad una delegazione Onu per i diritti umani di visitare alcune aree palestinesi per una missione di inchiesta, ha riferito il leader del gruppo martedì.

“Le autorità israeliane non ci hanno permesso di visitare i territori palestinesi”, ha segnalato Prasad Kariyawasam, capo della delegazione Onu, aggiungendo che “Israele non ha dato nessuna spiegazione sul perché non abbia riconosciuto il nostro mandato”.

E non è la prima missione Onu ad essere bloccata dal governo israeliano. Richard Falk – professore emerito di diritto internazionale alla Princeton University (e ebreo americano), e special rapporteur dell’Onu per i diritti umani nei territori occupati – ha visto di recente rifiutarsi l’accesso nel paese.

Anche il suo predecessore, il professore di diritto sudafricano John Dugard, ex attivista contro l’Apartheid, è stato definito “persona non gradita”. Dugard ha visto delle analogie tra il comportamento di Israele nei confronti dei palestinesi e il vecchio sistema dell’Apartheid nel suo paese d’origine.

Un altro noto attivista sudafricano anti-Apartheid, il vescovo Desmond Tutu, è stato costretto a entrare a Gaza dall’Egitto per condurre un’indagine per conto dell’Onu sull’uccisione israeliana di una famiglia palestinese in circostanze poco chiare. Anche lui è stato ritenuto un “problema”.

Omer rappresenta chiaramente una minaccia per gli sforzi di pubbliche relazioni di Israele, per via dei suoi resoconti vividi e rivelatori scritti per l’IPS sulla situazione politica e umanitaria della parte palestinese, che gli sono valsi il premio Gellhorn. Omer è stato particolarmente efficace nel dare “una voce a chi non ha voce”, che è la sua stessa missione, e quella dell’IPS.

Ciò che Omer ha dovuto sopportare fa parte di uno sistema più ampio e immutabile. L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha segnalato all’IPS che le forze di sicurezza israeliane sono sistematicamente coinvolte nell’uccisione indiscriminata di civili palestinesi.

”Abbiamo presentato una petizione alla Corte Suprema israeliana in cui si chiede alle forze di sicurezza di indagare sulla morte di ogni singolo civile palestinese, una cosa che di solito non avviene, poiché Israele definisce la situazione attuale un conflitto armato che inevitabilmente comporta “danni collaterali”, ha spiegato all’IPS la direttrice di B’Tselem Jessica Montell.

Anche gli attivisti per i diritti umani accusano Israele di incoraggiare un atteggiamento di impunità verso le sue forze di sicurezza, dove raramente i responsabili israeliani degli abusi contro i palestinesi vengono consegnati alla giustizia, o quando accade, le pene inflitte sono estremamente lievi rispetto a quelle inflitte ai palestinesi che commettono atti di violenza contro gli israeliani.

Negli ultimi due anni, un’altra organizzazione per i diritti umani, Yesh Din, ha aiutato i palestinesi a denunciare il personale militare nella West Bank. I palestinesi vengono accompagnati e scortati agli incontri che la stessa Yesh Din coordina con polizia ed esercito, perché i palestinesi non sono autorizzati a entrare da soli negli insediamenti ebraici, dove ha sede la polizia, né nelle basi militari.

”La percentuale di condanne è intorno al 10 per cento dei casi aperti, in ciò che consideriamo delle indagini poco professionali”, ha detto all’IPS Lior Yavne, responsabile delle indagini per Yesh Din.

”In molti casi, la documentazione viene ‘smarrita’, oppure il personale militare o di polizia coinvolto nelle inchieste sostiene di “non essere in grado di identificare i responsabili”, ha aggiunto.

Il personale della sicurezza israeliano ha piena discrezione nei confronti di chi attraversa i suoi confini, e grazie alle legittime minacce alla sicurezza può abusare di questi poteri nei casi di persone che potrebbero rappresentare una cattiva pubblicità o semplicemente una seccatura, secondo quanto riferiscono alcuni giornalisti stranieri che hanno dovuto subire simili trattamenti.

Il medico che ha in cura Omer gli ha spiegato che le sue ferite alle braccia sono simili a quelle che anche lui aveva riportato quando venne interrogato dallo Shin Bet dieci anni fa, mentre era sotto custodia.

”Gli israeliani volevano punirmi per il mio lavoro e trasmettere questo messaggio”, ha detto Omer all’IPS dal suo letto dell'European Hospital di Gaza. “Ma non mi fermeranno. Appena starò meglio, e le mie braccia torneranno a funzionare bene, riprenderò il mio lavoro per continuare a raccontare ciò che accade. Adesso mi hanno reso più determinato che mai”.