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DIRITTI: Gli Usa fissano gli standard, e poi non li rispettano

LONDRA, 29 maggio 2008 (IPS) – Il rapporto annuale di Amnesty International (AI) pubblicato mercoledì attribuisce agli Stati Uniti la responsabilità di aver fissato degli standard mondiali sui diritti umani – e di aver poi fallito nel rispettarli.

“In quanto stato più potente del mondo, gli Usa stabiliscono gli standard di comportamento dei governi a livello globale, ma a loro volta negli ultimi anni si sono distinti per le violazioni del diritto internazionale”.

Come lo scorso anno, l’attenzione era puntata sulle detenzioni americane a Guantanamo Bay. Secondo il rapporto, centinaia di persone sarebbero ancora recluse nel centro Usa, mentre l’anno scorso oltre 100 persone erano state trasferite fuori dal centro.

Il dossier regista anche un fallimento degli Usa a livello nazionale. “I soldati che si sono rifiutati di prestare servizio in Iraq per motivi di coscienza sono stati arrestati. I detenuti hanno continuato a subire maltrattamenti per mano dei funzionari di polizia e delle guardie carcerarie. Decine di persone sono morte dopo essere state colpite dai ‘taser’ (armi elettroniche a elettroshock), utilizzati dalla polizia contro di loro”:

Ma oltre a criticare l’atteggiamento Usa su accuse specifiche, AI ritiene che gli Stati Uniti rappresenterebbero un esempio per il resto del mondo.

Dal rapporto emergono soprattutto alcuni episodi riguardanti i diritti umani nel 2007 riportati in diversi studi nazionali. Amnesty evidenzia in particolare la situazione di Usa, Cina, Russia e Unione europea (Ue).

E avanza alcune richieste in particolare:

– La Cina deve rispettare le promesse sui diritti umani fatte in vista delle Olimpiadi e concedere la libertà di espressione e di stampa, oltre ad abolire la “rieducazione attraverso il lavoro”. – Gli Usa devono chiudere il campo di detenzione di Guantanamo e i centri di detenzione segreti, rispettare il principio del giusto processo per i detenuti oppure rilasciarli, e rifiutare in modo inequivocabile l’uso della tortura e dei maltrattamenti.

– La Russia deve mostrare maggiore tolleranza per il dissenso politico, e tolleranza zero verso l’impunità per gli abusi dei diritti umani in Cecenia.

– l’Unione europea deve indagare sulle complicità dei suoi stati membri nei casi di “rendition” (i trasferimenti illegali) dei presunti terroristi e stabilire per i propri stati membri gli stessi requisiti sui diritti umani imposti ad altri paesi. “Il più forte deve servire da esempio”, ha affermato la segretaria generale Irene Khan al lancio del rapporto.

Ma il dossier punta il dito anche sulle gravi violazioni commesse in altre regioni. “I focolai di minaccia ai diritti umani in Darfur, Zimbabwe, Gaza, Iraq e Myanmar richiedono un’azione immediata”, sostiene Khan.

Secondo il rapporto di Amnesty, a 60 anni dall’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani da parte delle Nazioni Unite, si pratica ancora la tortura in almeno 81 paesi, processi arbitrari in almeno 54 paesi, e limitazioni alla libertà di espressione in almeno 77 paesi.

Il documento sottolinea i trend del 2007: – Civili presi di mira impunemente da gruppi armati e forze di governo; – Violenza dilagante contro le donne; – Incoraggiamento alla tortura e ai maltrattamenti come sistemi accettati di raccolta informazioni; – Repressione del dissenso e attacchi contro giornalisti e attivisti; – Mancanza di protezione per i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti; – Negazione dei diritti economici e sociali; e – Elusione delle responsabilità delle aziende nei casi di abuso dei diritti umani.

Come in passato, gran parte del rapporto di Amnesty è ancora basato sulle notizie di stampa e altri rapporti. È il caso in particolare della Cina.

”Stando alle cifre ufficiali, Amnesty International stima che nel 2007 almeno 470 persone siano state giustiziate e 1.860 persone condannate a morte (in Cina), ma si ritiene che le cifre reali siano molto più alte”, si legge nel rapporto, che segnala anche la situazione del Tibet, e altri casi di violazioni denunciati pubblicamente.

Nella sezione dedicata all’Iraq emergono sostanzialmente i limiti nelle sue indagini sul campo. Il rapporto è di fatto un compendio delle opinioni più diffuse, e di quelle riportate solo dai media principali.

Il rapporto osserva che “migliaia di civili, compresi bambini, sono stati uccisi o feriti dalle continue violenze settarie e di altro tipo. Tutte le parti coinvolte nei combattimenti hanno commesso evidenti violazioni dei diritti umani, in alcuni casi equivalenti a veri e propri crimini di guerra contro l’umanità”.

Sul Pakistan, il rapporto parla dei fatti politici riguardanti gli attriti con il presidente Pervez Musharraf, ma accusa anche gli Usa di sostenerlo. “Le falsità degli appelli dell’amministrazione Usa per la democrazia e la libertà fuori dal paese si è rivelata attraverso il continuo sostegno al presidente Pervez Musharraf negli arresti di migliaia di avvocati, giornalisti, difensori dei diritti umani e attivisti politici”, dice Khan. Ma oltre a mettere in luce gli abusi dei diritti umani, il rapporto parla anche delle crescenti proteste contro queste violazioni.

“Avvocati in abito scuro in Pakistan, monaci dalle tuniche color zafferano in Myanmar, 43,7 milioni di individui che si sono alzati in piedi il 17 ottobre 2007 per chiedere più azione contro la povertà, sono stati tutti esempi forti di una cittadinanza globale determinata a manifestare per i diritti umani e richiamare al dovere i propri leader”.