IPS Inter Press Service Agenzia Stampa

SVILUPPO: La crisi alimentare dilaga come uno tsunami

NAZIONI UNITE, 21 maggio 2008 (IPS) – “Un impetuoso tsunami di malcontento sociale dilaga proprio mentre parliamo – le persone affamate sono persone disperate, e capaci di azioni disperate. Questo tsunami sta sommergendo rapidamente il Sud del mondo, e non ci vorrà molto prima che bussi alla porta anche del Nord”, avverte Vicente Garcia-Delgado, rappresentante Onu di Civicus, l’alleanza mondiale per la cittadinanza attiva.

In un forum sulla crisi alimentare mondiale tenutosi presso le Nazioni Unite venerdì scorso, i gruppi della società civile hanno sottolineato che più di 800 milioni di persone rischiano oggi la fame, mentre 100 milioni hanno raggiunto i livelli della povertà estrema solo negli ultimi mesi, e adesso vivono con meno di un dollaro al giorno.

L’indice dei prezzi alimentari dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) è salito del 9 per cento nel 2006 e del 23 per cento nel 2007. A marzo di quest’anno, i prezzi di grano e mais erano aumentati rispettivamente del 130 e del 30 per cento rispetto all’anno scorso. Quanto ai prezzi del riso, sono più che raddoppiati dalla fine di gennaio.

In un nuovo briefing questa settimana, il Consiglio economico e sociale dell’Onu ha dichiarato che i poveri, soprattutto nelle aree urbane ma anche i senza terra delle aree rurali e i piccoli agricoltori che devono comprare gli alimenti sono più vulnerabili alle impennate dei prezzi, visto che una altissima percentuale del loro reddito familiare finisce negli acquisti alimentari.

Ma “anche nei paesi ricchi, sempre più persone hanno seri problemi nel portare il cibo in tavola e potersi permettere altri bisogni di base”, ha osservato Garcia-Delgado.

Le sfide della pace e della sicurezza, ha sottolineato, poste dalla crisi alimentare e dal cambiamento climatico devono essere lette come sfide globali, che esigono risposte globali rivolte alle preoccupazioni di tutti i paesi e i popoli.

“I governi non devono cedere alla tentazione di cercare soluzioni unilaterali basate su non-soluzioni difensive o militaristiche. Sarebbe estremamente pericoloso guardare all’attuale crisi solo da una prospettiva nazionale. Ricorrere istintivamente alla mentalità di “fortezza America” o “fortezza Europa” non farebbe che aggravare i rischi del caos sociale e politico, e non funzionerebbe”, sostiene Garcia-Delgado.

Secondo Asma Lateef del World Institute, organizzazione cristiana di lobby sui temi della fame e della povertà presente negli Usa e in varie parti del mondo, l’aumento globale dei prezzi alimentari è dovuto almeno a quattro cambiamenti strutturali.

Il primo fattore, sostiene Lateef, è la crescente domanda di cibo e regimi alimentari diversificati, che comprendono la carne, in molti paesi in via di sviluppo dove la popolazione comincia ad uscire dalla povertà e vede aumentare i propri redditi.

In secondo luogo, sottolinea Lateef, la concorrenza per l’uso della terra e la diversificazione delle colture imposta dai biocarburanti; terzo, il dissesto delle colture legate alle condizioni climatiche, come ad esempio il calo nella produzione di grano dovuta ad una estesa siccità in Australia; infine, anche l’aumento dei prezzi del petrolio sembrerebbe contribuire all’inflazione alimentare.

Lateef ha fatto appello ai donatori, tra cui gli Stati Uniti, per cercare di ottenere i massimi benefici dalle risorse degli aiuti alimentari, riducendo le restrizioni sugli approvvigionamenti e le spedizioni degli aiuti alimentari.

L’attuale sistema degli aiuti alimentari, sostiene, deve essere pieno di risorse, efficiente e flessibile, poiché “la capacità del sistema degli aiuti alimentari viene messa a dura prova mentre il mondo cerca di combattere questa crisi, nei disastri del Myanmar e in Cina, e negli attuali sforzi umanitari”.

“Per di più, bisogna incoraggiare i governi ad attenuare o ad evitare le restrizioni sulle esportazioni alimentari. Non fanno che aggravare il problema a livello mondiale. Dobbiamo avere un orientamento globale”, ha detto.

”Bisognerebbe poi rendere accessibili speciali canali di credito e garanzie, per permettere ai paesi importatori di prodotti alimentari di soddisfare i bisogni dei popoli poveri e di continuare a comprare sui mercati internazionali, in modo tale da non aumentare il peso del debito o imporre troppe condizioni”, ha affermato Lateef.

Alan Imai, co-direttore del Shumei International Institute, che ha parlato delle sue esperienze positive di collaborazione con una cooperativa di contadine in Zambia, ha aggiunto che oltre all’azione immediata, la comunità internazionale deve considerare soluzioni a lungo termine che portino a una produzione alimentare sostenibile e allo sviluppo economico. Ha anche sottolineato l’importanza dell’empowerment delle comunità locali e del loro coinvolgimento nei processi decisionali. “Le Nazioni Unite, i governi e altre organizzazioni coinvolte devono consultare, affidarsi e ascoltare gli agricoltori locali per portarli verso l’autosufficienza, invece di dipendere da qualche esperto o azienda le cui motivazioni e prospettive non possono essere le stesse di chi non ha più da mangiare”, ha detto Imai.

Secondo Garcia-Delgado, è forte la tentazione di gridare “Ve l’avevamo detto!”.

“Anni di indugi, promesse non mantenute, negoziati interminabili, una lenta risposta al cambiamento climatico e il rifiuto di mettere un freno alla globalizzazione del mercato – sono tra le ragioni principali che ci hanno portato alla difficile e penosa situazione in cui ci troviamo nel ventunesimo secolo”, ha dichiarato.