BANGKOK, 7 maggio 2008 (IPS) – I notiziari della radio di stato birmana parlano di almeno 22 mila morti e 41 mila dispersi nel ciclone che ha devastato il paese sabato scorso.
azmil77/flickr
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Circa 20mila abitazioni sono state distrutte solo su una delle isole, hanno riferito i media di stato del paese dopo che il ciclone Nargis – una tempesta con venti fino a 200 chilometri orari – ha distrutto la costa della Birmania sabato scorso.
Nell’occhio del ciclone, l’ex capitale Rangoon e il delta del fiume Irrawaddy ad est. Il numero delle vittime sembra destinato ad aumentare, vista la difficoltà delle autorità birmane e le Nazioni Unite di entrare in contatto con le isole e con i villaggi lungo il delta, le risaie del pianeta.
”Abbiamo tutti delle difficoltà a fare valutazioni rapide e accurate dei danni e dei bisogni, e ovviamente il governo potrebbe dover affrontare gli stessi impedimenti”, ha detto all’IPS Richard Horsey, portavoce dell’Ufficio regionale Onu per il coordinamento degli aiuti umanitari (Unocha) a Bangkok.
”Le linee di comunicazione sono interrotte, le strade inaccessibili, e ci vorrà del tempo per raggiungere molti dei piccoli villaggi rimasti più colpiti”, ha segnalato Horsey.
A Rangoon, gli alberi sono stati sradicati finendo sulla strada, e rendendo impossibile la guida. I tetti di molte case e edifici sono stati strappati via dalla tempesta e le macerie sono sparse per le strade, secondo dei testimoni oculari. Gli ospedali sono rimasti gravemente danneggiati; i telefoni e le linee elettriche fuori uso. “Sembra una zona di guerra”, dice un diplomatico occidentale.
Gli operatori umanitari stranieri stanno cercando di valutare i danni e i bisogni per organizzare gli aiuti, ma la loro capacità di accesso e di movimento è seriamente limitata dalle autorità militari.
Qualsiasi informazione esca dal paese arriva dalle diverse agenzie dell’Onu che hanno operatori sul campo nelle aree più colpite. “I bisogni più urgenti sono senza dubbio di rifugi e acqua pulita”, dice Horsey. “Teli di plastica, tende, zanzariere, attrezzature da cucina e pastiglie per depurare l’acqua sono necessità urgenti”.
La Croce Rossa riferisce che la sua squadra sta già distribuendo rifornimenti d’emergenza, come acqua pulita e coperte nella regione più colpita dell’Irrawaddy. Ma per operare appieno le principali squadre di emergenza dell’Onu aspettano ancora aspettando la luce verde del governo militare birmano.
Gli operatori umanitari a Rangoon e i funzionari del governo birmano sono rimasti regolarmente in contatto dopo che il ciclone ha colpito il paese sabato, e il governo ha infine aperto agli aiuti e l’assistenza dalla comunità internazionale, ma la riserva permane verso gli Usa.
”Le indicazioni sono che il governo è ricettivo verso gli aiuti internazionali”, dice Horsey. “E riteniamo che presto avremo degli indizi più chiari”.
Il governo ha costituito una commissione di risposta al disastro nella capitale di Naypitdaw sotto il primo ministro, il gen. Thein Sein. Il generale è già stato a Rangoon per verificare di persona i danni prodotti dal ciclone, e la televisione di stato ha trasmesso filmati di soldati che ripuliscono le strade dagli alberi, e Thein Sein che incontra alcuni abitanti rifugiati in una pagoda buddista.
Secondo quasi tutte le stime, i danni sono talmente ingenti che le autorità militari non saranno in grado di affrontarli. “Anche se la giunta potrebbe accettare equipaggiamenti e provviste, gli alti generali saranno meno disposti a lasciare che una folta schiera di stranieri si aggiri per il paese”, sostiene Win Min, un accademico indipendente birmano che vive nella città turistica tailandese di Chiang Mai.
Gli esiliati birmani hanno chiesto l’aiuto internazionale non appena il ciclone ha cominciato ad abbattersi sul paese. “Il regime militare è poco preparato a gestire gli effetti del ciclone”, si legge sul sito web di Naing Aung, del Forum per la democrazia in Birmania, con sede in Tailandia. La Birmania è sempre stata riluttante a riconoscere ed accettare aiuti dalle organizzazioni di aiuti internazionali. Le autorità si rifiutano di concedere agli organismi Onu e alle agenzie umanitarie internazionali il libero accesso alle aree rurali della Birmania, e lo scorso anno le restrizioni verso gli operatori internazionali si sono più che mai inasprite.
”Le operazioni di ripulitura (da parte del governo) sono cominciate, ma ci vorrà molto tempo per portarle a termine”, ha detto all’IPS un diplomatico di Rangoon. “I danni in tutto il paese sono incredibilmente estesi”.
Secondo il quotidiano Irrawaddy, pubblicato dagli esiliati birmani in Tailandia, i prezzi del cibo si sono impennati dopo l’arrivo del ciclone. Un uovo costa adesso circa 250 kyat (20 centesimi di dollaro Usa) a Rangoon, o circa tre volte il prezzo che aveva prima di sabato, dice il giornale.
”Le impennate dei prezzi ci stanno strangolando”, sostiene un economista birmano che non vuole essere identificato. “La gente si ridurrà presto a chiedere l’elemosina. Se il governo non comincerà a mobilitarsi velocemente, ciò che ora è frustrazione sfocerà presto in rabbia, e quasi certamente seguiranno nuove proteste di piazza”, ha osservato.
“A Rangoon la gente sente di aver perso tutto e di non avere nient’altro da perdere”, dice un giovane studente attivista intervistato al telefono.
Intanto, la TV di stato ha annunciato che il referendum per una nuova costituzione si terrà come previsto il 10 maggio, in tutto il paese eccetto Rangoon, dove il voto si terrà il 25 maggio. “Il referendum è tra pochi giorni, e la gente è impaziente di votare”, ha dichiarato in video il governo.
Il programma fa parte della “roadmap per la democrazia” della giunta, che porterà alle elezioni multipartitiche nel 2010. Ma il governo impedisce il dibattito pubblico sulla costituzione. Sono consentiti solo gli argomenti a favore della costituzione, e ai media locali è stato proibito di parlare di qualsiasi iniziativa avversa.
“La costituzione è intesa a consolidare l’esercito al potere. Un referendum senza nessuna libertà di base – diritto di assemblea, partiti politici e libertà di parola – è una farsa. Ciò che il governo del Myanmar (nome ufficiale della Birmania) chiama processo di democratizzazione è in realtà un processo di consolidamento del regime autoritario”, ha detto di recente all’IPS Paulo Sergio Pinheiro, rapporteur dell’Onu per la Birmania.