GAZA, 8 aprile 2008 (IPS) – Ayman Eid è rimasto fermo, come il suo taxi Hyundai arancione. Il problema non è portare un passeggero da qualche parte, ma piuttosto capire come riuscire a tornare a casa.
In coda per la benzina a Gaza
Mohammed Omer
La coda al distributore sembra infinita. Gli automobilisti hanno finito il carburante anche per poter fare la fila nella loro auto; perciò si mettono in coda a piedi, ciascuno con la sua tanica vuota. Solo i più fortunati potranno tornare a casa con la benzina a fine giornata.
Qualcun altro parcheggia vicino al distributore e dorme nell'auto, nella speranza che prima o poi arrivi il camion con il petrolio. Le strade sono deserte, senza trasporti né vita.
Gaza avrebbe bisogno di 850mila litri di carburante ogni settimana, segnala Mahmoud al-Khozendar, vicepresidente dell'Associazione dei proprietari di stazioni di servizio (Petrol Station Owners Association) a Gaza, oltre che di 2,5 milioni di litri di gas di carbone la settimana. Ma quelli che arrivano sono appena 800mila litri a settimana.
Israele ha tagliato i rifornimenti di carburante e elettricità da quando Hamas ha preso il controllo della striscia di Gaza dal partito di Fatah lo scorso giugno. E questo dopo la vittoria alle elezioni democratiche del 2006. I tagli sono stati inaspriti dopo un attacco di missili artigianali lanciati da Gaza contro Israele.
Secondo Eid, l’attesa è durata più a lungo del nuovo assedio israeliano. “Ci stiamo appellando al mondo da 40 anni, e da 40 anni le nostre sofferenze quotidiane non si fermano. Sono infinite”.
Ma adesso la situazione è ancora più difficile. “In questi giorni, mentre il prezzo di ogni singolo prodotto aumenta a causa dell’assedio di Israele, i tagli sul gas ci feriscono ancora di più”.
E ci feriscono in tutti i sensi. Gli studenti sono scomparsi da al-Talatini Street, nei pressi dell’università. Adesso è difficile raggiungere il campus universitario, e quando ci si riesce, può essere ancora più difficile tornare a casa. Migliaia di studenti non frequentano le lezioni da settimane, soprattutto quelli che abitano più lontano, a sud o a nord.
Poi, a casa, non è facile studiare al buio e nel fetore. Senza carburante per alimentarlo, il sistema fognario ha smesso di funzionare. I liquami continuano ad accumularsi per le strade. Il cattivo odore è sempre più insostenibile, e aumentano le preoccupazioni per la salute e per l’ambiente.
“Abbiamo incontrato gli israeliani, che ci hanno detto che Gaza è un’entità ostile”, ha segnalato al-Khozendar. La sua organizzazione, riferisce, ha detto ai funzionari israeliani che la loro politica di embargo di carburante viola la Convenzione Ginevra (in cui l’articolo 4 garantisce i diritti dei popoli vittime dell’occupazione); ma gli è stato fatto notare che la loro situazione è migliore di quella degli iracheni sotto l’occupazione Usa.
I membri della Petrol Station Owners Association stanno organizzando uno sciopero, ha detto al-Khozendar. Nel frattempo, lui si è appellato alla comunità internazionale perché convinca Israele a cambiare la sua politica.
Un possibile segno di speranza è arrivato dal quotidiano egiziano al-Ahram, secondo cui il ministro egiziano del petrolio Sameh Fahmi avrebbe emesso direttive urgenti per rifornire Gaza di gas egiziano.
Dopo un incontro con Omar Kittaneh, funzionario dell’Autorità palestinese responsabile dell’energia e delle risorse naturali, il ministro Fahmi avrebbe anche promesso l’aiuto dell’Egitto per sviluppare le zone ricche di gas scoperte al largo delle coste di Gaza. Ma pochi a Gaza credono che Israele lo permetterà, nei tempi brevi. È da due anni che se ne parla, senza che a questo sia mai seguita nessuna azione.
Pochi sembrano non cogliere l’ironia della situazione. Non di certo un uomo che si avvicina a Ayman Eid mentre è lì fermo in attesa: “Israele prende il petrolio arabo”, gli dice. “E poi si rifiuta di venderlo agli arabi”.