WASHINGTON, 31 marzo 2008 (IPS) – L’aumento dei prezzi alimentari in tutto il mondo invita a
riconsiderare le prassi di aiuto allo sviluppo, che molti analisti
considerano inefficienti e, in alcuni casi, controproducenti.
E mentre molti sperano che l’aumento dei prezzi apporterà dei cambiamenti alle modalità di gestione degli aiuti alimentari, si teme che le pratiche attuali si possano ulteriormente radicare.
Almeno due dei principali donatori alimentari, il Programma alimentare mondiale (PAM) delle Nazioni Unite e l’Agenzia USA per lo sviluppo internazionale (USAID), sostengono che gli attuali fondi non sono adeguati all’aumento dei costi. Il PAM si dichiara a corto di oltre 500 milioni di dollari e lancia un appello ai donatori, facendo notare che da giugno 2007 il costo dei generi alimentari è salito del 55 per cento.
La questione si riferisce a due fattori, sostiene Sophia Murphy, consulente dell’Istituto per le politiche agricole e commerciali. Il primo è “minore eccedenza, quindi meno provviste in natura da spedire”. Paesi come gli Stati Uniti non riescono a donare molti prodotti coltivati a livello nazionale data l’incalzante crescita della domanda di riso e grano in Asia e l’espansione nella produzione di biocombustibile in Occidente.
L’elevata domanda e le scarse riserve hanno portato all’aumento dei prezzi, che a loro volta hanno ridotto la quantità di cibo che gli organismi umanitari sono in grado di acquistare. Secondo Murphy, questo secondo fattore è particolarmente problematico per coloro che acquistano cibo con il dollaro Usa, dato il costante calo di questa valuta. “Ne segue la crisi del PAM, che riceve dagli Usa circa il 50 per cento delle proprie risorse, e con il denaro disponibile non può comprare cibo a sufficienza”, ha spiegato Murphy all’IPS.
Secondo gli esperti, le difficoltà imposte dalle attuali pressioni inflazionarie sono solo parte delle avversità per gli aiuti alimentari, ma uno dei più gravi in relazione alla modalità con cui questi aiuti vengono amministrati.
L’aiuto alimentare si divide in pagamento in contanti o in natura. Questa seconda tipologia è utilizzata quasi esclusivamente dagli Stati Uniti.
La maggior parte dei governi donatori preferisce infatti pagare in contanti, e utilizza il denaro per acquistare il cibo direttamente nei paesi destinatari, o nella regione circostante, secondo modalità che vantano diversi benefici. Per il paese donatore è l’opzione meno costosa, perché si riducono i costi logistici e di trasporto associati con la spedizione del cibo, coltivato invece su scala nazionale. Per le nazioni destinatarie, il cibo arriva più velocemente ed è una manna per la produzione locale, perché viene acquistato per lo stesso paese o per paesi vicini.
L’altra metà di aiuti alimentari arriva da spedizioni in natura, la maggior parte proveniente dagli Stati Uniti. Questa modalità risulta problematica per diverse ragioni: innanzitutto, il costo per il paese donatore, che paga di più a causa del lungo trasporto e della necessità di una organizzazione logistica più estesa.
Inoltre, gli agricoltori delle nazioni riceventi sono svantaggiati, perché in questo caso gli aiuti alimentari spesso vengono venduti a prezzi inferiori rispetto al tasso in vigore, costituendo un disincentivo per la produzione locale e creando dipendenza da importazioni commerciali snaturate.
Nell’attuale periodo di inflazione alimentare, entrambi questi tipi di aiuti hanno dovuto lottare per stare al passo con la domanda, poiché entrambi contano sugli acquisti alimentari, a casa o all’estero. Tuttavia, se è vero che il primo incoraggia la produzione locale, secondo Christopher Barrett, della Cornell University, e Daniel Maxwell, della Tufts University, il secondo potrebbe “minacciare la produzione agricola, lo sviluppo del mercato, e il commercio internazionale, impedendo così lo sviluppo economico”.
Istituiti a metà degli anni ‘50, gli aiuti alimentari Usa erano considerati inizialmente un modo per disfarsi delle scorte agricole in eccesso e mantenere la marina mercantile nazionale. Il cibo veniva direttamente donato dal governo Usa ai governi stranieri, intervento che, durante la Guerra Fredda, era considerato strategico per raccogliere consensi nelle nazioni in via di sviluppo.
Oggi invece sono pochi gli aiuti alimentari che gli Usa forniscono direttamente ai governi stranieri; al contrario, acquistano cibo dalle grandi produzioni agricole nazionali a prezzi superiori al tasso di mercato, per poi donarlo gratuitamente alle varie Ong. Queste organizzazioni successivamente vendono il cibo ai paesi riceventi, spesso a tassi inferiori rispetto al prezzo di mercato, secondo il cosiddetto processo della monetizzazione. Il denaro così accumulato dalle Ong viene poi utilizzato per finanziare le attività dell’organizzazione.
La maggior parte degli esperti è d’accordo nel definire questa strategia limitata e inefficiente. Secondo i calcoli di Barrett e Maxwell, con una simile pratica, i contribuenti Usa pagano due dollari per ogni dollaro di aiuto che realmente arriverà a destinazione. L’altro dollaro si perde nella differenza tra l’importo pagato dal governo e quello ricevuto dalle Ong, con i costi di trasporto e gestione.
Una ricerca dell’Ufficio contabile del Governo degli Stati Uniti (GAO) offre una stima leggermente peggiore: circa due terzi delle spese di trasferimento degli aiuti alimentari in natura finisce in spese di trasporto, gestione e amministrazione prima di raggiungere i destinatari finali.
Chi trae maggiormente vantaggio da questo genere di aiuti? Secondo un rapporto di Murphy del 2005, il guadagno si riduce a tre gruppi di interesse negli Stati Uniti, detto “il triangolo di ferro”: grandi aziende agricole, compagnie di trasporto, e Ong, che contano sulla monetizzazione per finanziare gli interventi umanitari.
La legge federale richiede che il 75 per cento degli aiuti alimentari venga spedito attraverso trasportatori Usa, e con la garanzia di grandi quantità di aiuti in natura, le aziende agricole nazionali e le compagnie di spedizione sono quasi sempre solidali.
Gli aiuti alimentari comprendono una piccolissima porzione di vendite agricole Usa, che ammonta a circa il 65 per cento degli aiuti alimentari globali. Anche se è uno dei pochi paesi che utilizza il trasferimento di aiuti in natura, l’impatto risulta decisivo. Per esempio, secondo il GAO, i trasferimenti di cibo in natura dagli Usa costituiscono “circa il 43 per cento dei contributi totali del PAM”. Dunque, malgrado il PAM preferisca i pagamenti in contanti, quasi la metà delle sue donazioni sono in natura, per soddisfare la percentuale di contributi Usa.
Gli esperti speravano in un cambiamento della politica Usa negli ultimi anni. Ad agosto 2007, un importante gruppo umanitario, CARE International, si è ribellato annunciando un taglio di 46 milioni di dollari in aiuti alimentari dal governo Usa per protestare contro la monetizzazione.
Secondo Maxwell, ci sono stati segni positivi nel dibattito dello scorso anno sul progetto di legge per l’orientamento agricolo (Farm Bill). Il presidente Bush, per esempio, ha proposto una disponibilità del 25 per cento di aiuti alimentari con pagamento in contanti (oggi tutti gli aiuti alimentari Usa sono in natura). Tuttavia, date le continue pressioni del “triangolo di ferro”, il Congresso ha deciso di non includere la proposta nella versione finale del progetto di legge.
Se non si vedrà alcun cambiamento nella politica ufficiale, con l’aumento dei prezzi, diminuirà la percentuale di prodotti agricoli Usa che andrà all’estero sotto forma di aiuto alimentare. Per alcuni, questa è una benedizione. Nei marcati stranieri, se la quantità di alimenti Usa sovvenzionati sarà minore – in corrispondenza all’aumento dei prezzi -questo rappresenterà un incentivo per la produzione locale. A medio e lungo termine, vi sarebbe un incremento nei profitti agricoli, ma a breve termine non sarebbe certo vantaggioso per le organizzazioni di aiuti alimentari.
Anche se gli agricoltori sarebbero molto incentivati nella produzione, per i consumatori i benefici non sarebbero immediati, perché il costo della merce aumenterebbe notevolmente. Con l’aumento degli investimenti agricoli, comunque, si dovrebbe avere anche una crescita occupazionale nel settore, accompagnata da un aumento dei salari.
Secondo le previsioni, in futuro l’inflazione alimentare potrebbe continuare, come conseguenza di un aumento della popolazione, del cambiamento dei pattern di consumo in Asia, della produzione di biocombustibile, delle pause climatiche, e delle scarse riserve di grano e riso. Maxwell avverte anche sulle possibili conseguenze nel mondo dell’uragano la Niña, che potrebbe ulteriormente compromettere i raccolti di quest’anno.
”Alla fine”, aggiunge Murphy, “gli aiuti alimentari sono uno strumento necessario, ma insufficiente. Si dovrebbero costruire sistemi alimentari elastici, produttivi e giusti che limitino il ruolo degli aiuti alimentari alle emergenze, e garantiscano una copertura locale e regionale sempre relativa alle emergenze, e non dipendente dal Congresso Usa”.