ROMA, 11 gennaio 2008 (IPS) – Roberto Savio è membro del Forum Sociale Mondiale (FSM) sin dalla sua creazione nel 2001, e dal 2003 è coordinatore dell’area tematica “media, cultura e contro-egemonia”.
Savio ha fondato l’agenzia giornalistica IPS – Inter Press Service nel 1964, oltre a “other news” e ad altre organizzazioni di informazione, con un'attenzione al mondo in via di sviluppo. Oggi è Presidente emerito dell’IPS. È anche co-fondatore di Media Watch Global, con sede a Parigi, e Presidente della Commissione dell’Alleanza per una Nuova Umanità, una fondazione che promuove la cultura della pace.
Il capo redattore dell’IPS Miren Gutierrez lo ha intervistato sul futuro del FSM.
IPS: Il Forum Sociale Mondiale è un movimento anti-globalizzazione, dove il termine globalizzazione è inteso in senso culturale, non letterale. Ma il FSM è un fenomeno 'globale'.
Roberto Savio: Il FSM non è un movimento contro la globalizzazione; è un movimento contro quel tipo di globalizzazione che si basa solo sui valori del mercato e del profitto. Questa invece è la globalizzazione prodotta dal “Consenso di Washington”, l’appello per un Nuovo ordine mondiale lanciato alla fine degli anni ’80 dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI) e dal Dipartimento del Tesoro Usa.
Ha anche coinciso con la caduta del muro di Berlino, un ritorno senza precedenti all’unilateralismo nelle relazioni internazionali, basato sull’egemonia, sulla forza militare e sull’idea che gli interessi degli Usa erano sistematicamente gli interessi dell’intera umanità, come il presidente (George) Bush ha dichiarato diverse volte. Il risultato di questo tipo di globalizzazione è stato quello di emarginare le Nazioni Unite, il diritto internazionale, e l’appello per la giustizia sociale, lo sviluppo sostenibile e altri valori espressi nella costituzione di quasi tutte le nazioni.
Coloro che si identificano con il FSM vogliono un’altra globalizzazione, dove anche la giustizia sociale, la partecipazione, la democrazia e i popoli rappresentano dei valori. È significativo che quando abbiamo cominciato nel 2001, eravamo considerati un movimento marginale, anche dall’allora presidente del Brasile. Oggi, sette anni dopo, nessuno difende più il Consenso di Washington. I danni che ha provocato in tutto il mondo hanno spinto le IFI ad introdurre delle revisioni importanti, e persino l’amministrazione Bush ha fatto diversi cambiamenti di rotta.
E il prossimo presidente Usa, chiunque sarà, aderirà al Protocollo di Kyoto. E trovo significativo che il Papa Benedetto XVI abbia parlato, nel suo discorso dell’Epifania, dei pericoli di questa globalizzazione.
IPS: Il FSM si tiene generalmente a gennaio, nello stesso periodo in cui il suo “rivale”, il Forum Economico Mondiale (FEM) si riunisce a Davos (Svizzera). Questa data è stata scelta proprio per offuscare il FEM. Fino a che punto pensa che il FSM sia riuscito ad imporre le sue tematiche sull’agenda del FEM?
RS: La coincidenza di date con il FEM non aveva lo scopo di offuscarlo. A Davos si incontrano poche migliaia di persone molto potenti, e nessuno può offuscare una tale concentrazione di poteri. Vogliamo solo esprimere il nostro profondo disaccordo sulla legittimità delle decisioni prese in una sede in cui le persone si riuniscono per il loro ruolo di potere, non perché sono state delegate da qualcuno. E chiarire che ci sono centinaia di migliaia di persone, senza nessun tipo di potere, che sono la vera cittadinanza, che vogliono un mondo diverso.
Se andiamo a guardare le diverse agende del FEM, possiamo vedere chiaramente come, dopo l’istituzione del FSM, il FEM abbia inserito nei propri programmi temi sociali, l’ambiente, la sostenibilità nella crescita economica, che prima semplicemente non c’erano. Sono anche state invitate diverse Ong, ma fondamentalmente per ragioni estetiche. Niente è davvero cambiato nella loro interpretazione del mondo.
IPS: Il primo FSM è stata una scoperta: ha reso possibile che persone di tutto il mondo si riunissero per esprimere la loro visione fuori dal coro. Cosa è rimasto di quel primo incontro?
RS: Ciò che è rimasto del primo FSM è che le persone che vi partecipano ne escono rafforzate nelle loro idee e valori, incontrano decine e decine di migliaia di persone che credono che un mondo diverso è possibile, e poi tornano alle loro attività, gruppi di pressione e campagne sociali, con la consapevolezza di non essere solo una forza locale, ma parte di un movimento molto ampio.
IPS: Anche a Porto Alegre, al secondo e al terzo FSM, erano presenti migliaia di delegati, e relatori come Noam Chomsky… Il quarto forum, però, si è spostato a Mumbai. Ci si aspettava una presenza di 75 mila partecipanti, che poi sono stati molti di più. La diversità culturale è stato uno degli aspetti rilevanti, insieme alla decisione di prendere posizione sul software libero. Poi, nel 2005, il FSM è tornato a Porto Alegre. È stata una buona idea cambiare sede?
RS: È una questione complessa. Restare a Porto Alegre avrebbe reso le cose più facili, per il forte sostegno dei cittadini di quello Stato, che ha fornito migliaia di volontari. Gli avrebbe anche dato un 'nome' più importante, come ha fatto Davos per il FEM. Ma avrebbe limitato la partecipazione internazionale. Non c'erano abbastanza africani e asiatici, a causa dei costi del viaggio. Perciò siamo andati a Mumbai, dove la partecipazione asiatica è stata enorme, con meno latinoamericani. È andata molto meglio di quanto ci si aspettasse, perché ha permesso che la frammentata società civile indiana si sedesse e lavorasse insieme, e questa unità è ancora lì, ed è uno dei grandi retaggi di Mumbai.
IPS: Nel 2006, per la prima volta, il FSM si è tenuto in città diverse, tra cui Caracas (Veneezuela), Bamako (Mali) e Karachi (Pakistan). A gennaio 2007 è stata la volta di Nairobi (Kenya). Quest’anno, le diverse “azioni” previste per il 26 gennaio non verranno organizzate in un posto specifico, ma da migliaia di organizzazioni autonome locali. Questo non rischia di “diluire” il suo impatto globale e la copertura giornalistica?
RS: È proprio per questo che è stato un grosso successo, con oltre 200 mila partecipanti. Non si possono portare questi grandi numeri in un unico posto. La scelta del Mali come una delle tre sedi ha permesso per la prima volta la mobilitazione della società civile africana. Come in Asia con Mumbai, Nairobi ha costretto la società civile africana, che era molto 'locale', ad adottare una visione olistica.
Il FSM è un grande laboratorio di esperienze. La necessità della più ampia partecipazione possibile ci ha portato ad elaborare diverse formule. Quest’anno, ci siamo proposti una cosa mai tentata prima: convogliare un forte flusso di mobilitazioni locali, così che per l’intera giornata, mentre il Sole si sposta sul pianeta, i cittadini si riuniranno pacificamente per discutere, condividere e chiedere un mondo diverso.
Questo evento senza precedenti presentà però un problema: ci hanno già informati di circa 400 eventi in tutto il mondo. Non abbiamo il potere mediatico per mostrarli tutti, e dimostrare che si tratta di un movimento mondiale, e che siamo tanti e diversi, e che siamo ovunque. Cercheremo di farlo, con mezzi molto limitati.
Il nostro budget per la comunicazione per il FSM 2008 è di circa 100mila dollari, che non bastano neanche per aprire una macelleria. Ma sarà interessante vedere come i media parleranno dell’evento. Se non emergerà niente, forse il problema non è se meritiamo o meno di fare notizia, ma che esiste un’evidente faziosità… Vedremo.
IPS: Il sito web del FSM lo definisce “non confessionale, non governativo e non partitico”. A Porto Alegre, però, il forum era sponsorizzato dal governo locale, guidato dal Partito dei lavoratori (PT). Nel 2001, la città ha sperimentato un modello innovativo, che combinava istituzioni rappresentative tradizionali e partecipazione popolare diretta. All’epoca, il Brasile attraversava anche un momento di trasformazione, che avrebbe poi portato alla vittoria elettorale del candidato del PT Luiz Inacio Lula da Silva. Cosa pensa del coinvolgimento dei partiti politici nel FSM?
RS: La nostra carta dei principi esclude deliberatamente i partiti politici dai Forum. In realtà, è un tema molto complesso. I partiti politici hanno un ruolo decisivo nel formare le società. La nostra decisione finale è stata di non accettare finanziamenti dai partiti, ed escludere i relatori che avrebbero parlato per conto di un partito.
A Porto Alegre è stato il sostegno della cittadinanza che ha permesso alle autorità cittadine di offrire un sostegno logistico, non finanziario. A Mumbai e a Nairobi, per esempio, siamo andati in due città guidate da partiti di centro-destra, che tuttavia hanno collaborato, di nuovo grazie all’appoggio dei cittadini. Ma non abbiamo mai ricevuto contributi finanziari da un partito in quanto tale, e spero che continui così.
Il caso più controverso è stato Caracas, dove il governo, attraverso una Ong locale, ha dato un grandissimo appoggio al Forum. Ma è significativo che il FSM abbia ignorato gli appelli del presidente (Hugo) Chavez per una politicizzazione del movimento.
IPS: All’interno del FSM, ci sono diversi gruppi, alcuni che chiedono un approccio più centralizzato e coerente. Malgrado ciò, il sito del FSM dice che “si propone di favorire un coordinamento decentralizzato e di fare rete tra le organizzazioni impegnate in azioni concrete verso la costruzione di un altro mondo. Il Forum Sociale Mondiale non è né un gruppo né un’organizzazione”. Dall’altra parte, alcuni dentro il movimento lo hanno criticato per i suoi intenti di diventare una sede decisionale centrale per i gruppi dissidenti, una sorta di sostituto dell’Internazionale Comunista dei tempi passati.
RS: La questione di una struttura concreta del FSM come istituzione di qualche tipo è un tema centrale dei dibattiti. Alcuni, come me, pensano che non abbiamo bisogno di creare una specie di vecchio sistema partitico. Ma che dobbiamo essere più strutturati, stabilire delle norme di governance, e soprattutto raggiungere il mondo esterno per presentare le nostre idee, e i risultati dei nostri dibattiti e proposte.
Molti altri non vogliono cambiare la formula originaria. Il FSM è uno spazio d’incontro dove la gente di riunisce, discute, scambia. Pensano anche la “tenda” dovrebbe essere più ampia e inclusiva possibile, e che se cominceremo ad adottare una piattaforma non dei partecipanti, ma del FSM in quanto tale, ridurremo lo spazio della tenda.
Io credo che vi siano alcuni temi, come la stupidità della guerra, il bisogno di giustizia sociale, la difesa dell’ambiente, e molti altri, in cui c’è unanimità, e si produrrebbe un forte impatto se il movimento si battesse e lavorasse per la creazione di piattaforme per influenzare governi e istituzioni. Ma molti pensano che le istituzioni politiche siano parte del problema, perché stanno diventando sempre meno inclusive nei confronti della cittadinanza, e sempre più meccanismi di potere e autoreferenziali.
Questo dibattito non è ancora risolto. E ci accompagnerà per molto tempo. A mio parere, il fatto che non possiamo fare pressioni per delle piattaforme, perché dobbiamo rimanere solo uno spazio aperto, indebolisce il nostro potere di attuazione in un mondo in cui c’è urgente bisogno di cambiamento. Ma il FSM è fatto di molte visioni, e dobbiamo accettare anche queste altre.
In ogni caso, resta il fatto straordinario che quando ci incontriamo, ognuno di noi lascia il Forum più felice, più saggio e più forte. Forse è questa l’essenza del FSM, e non dovremmo aspettarci di più.