RIO DE JANEIRO, 30 dicembre 2007 (IPS) – Ancora una volta, l’umanità rischia la catastrofe. Dal terrore della distruzione con missili nucleari pronti per essere lanciati semplicemente premendo un bottone, si è passati all’inquietante scenario che il riscaldamento globale arrivi al punto di non ritorno, sconvolgendo le coalizioni tra i governi e l’ordine geopolitico tradizionale.
Benché la gravità della minaccia posta alla sopravvivenza umana sia stata riconosciuta nella retorica diplomatica, i poteri internazionali non hanno ancora dato alla crisi climatica la priorità assoluta che merita. Continuano a prevalere le vecchie dispute e divisioni sulle questioni strategiche, economiche, commerciali e ideologiche.
Il Brasile, ad esempio, dovrebbe unirsi all’Unione europea (Ue), per “formare un’alleanza virtuosa e responsabile”, e prendere le distanze dalla Cina, il paese che oggi emette il maggior volume di gas serra ed ha un atteggiamento “irresponsabile” verso il clima, ha dichiarato all’IPS Eduardo Viola, professore di relazioni internazionali presso l’Università di Brasilia.
Secondo questo pioniere negli studi sulla sicurezza climatica globale, solo la cooperazione tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra potrà creare le condizioni per evitare un cambiamento climatico pericoloso, che si verificherà se la temperatura del pianeta aumenterà di oltre due gradi nel corso di questo secolo.
Questo dipenderà in larga misura dalla possibilità che, a novembre 2008, gli elettori americani scelgano un presidente che sia in grado di assumere un ruolo di leadership di fronte a questa sfida.
Il Brasile, il sesto maggiore responsabile delle emissioni nel mondo dopo Cina, Stati Uniti, Unione europea, India e Russia, potrebbe accelerare questo processo di attenzione al clima alleandosi con i governi europei e il Giappone, per “una transizione verso un’economia a bassa intensità di carbonio”, assumendosi impegni seri e recuperando il livello di leadership ambientale che aveva negli anni ’90, secondo Viola.
Il fatto che il 60 per cento dei gas emessi in Brasle derivino dalla deforestazione, significa che questo paese potrebbe ridurre le emissioni a un costo minore rispetto ai maggiori responsabili delle emissioni, ha segnalato.
Le sue emissioni di un miliardo di tonnellate metriche di carbonio nel 2004 sono già scese di oltre il 30 per cento, dal momento che il tasso di deforestazione dell’Amazzonia ha rallentato di oltre la metà negli ultimi tre anni.
Ma l’atteggiamento ambiguo del governo brasiliano di Luiz Inácio Lula da Silva gli impedisce persino di approfittare di questo risultato per rafforzare la sua posizione nei negoziati sul clima, ha lamentato Rubens Born, coordinatore dell’istituto non governativo Vitae Civilis.
“Un Brasile più indipendente dal Gruppo dei 77 (G-77) più la Cina, potrebbe fare la differenza nel futuro del cambiamento climatico”, ha commentato Born all’IPS.
Il G-77, composto oggi da 130 paesi, fu creato nel 1964 per difendere gli interessi economici comuni dei paesi in via di sviluppo. Ma non è funzionale rispetto al problema climatico, a causa della presenza della Cina e dei paesi esportatori di petrolio, che hanno interessi in conflitto, ha osservato l’attivista.
Born è tornato “deluso” dalla Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (UNFCC) tenutasi a Bali, Indonesia (3-15 dicembre). Il “gioco politico” ha impedito l’adozione dello specifico obiettivo di ridurre dal 25 al 40 per cento le emissioni entro il 2020, e ha relegato le conclusioni della Commissione intergovernativa di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) ad una nota a pié di pagina, “indebolendo l’obiettivo” dell’incontro, ha spiegato.
(La Commissione, insignita del Premio Nobel e composta da 2.500 scienziati, ha riferito nel rapporto finale di quest’anno che questo traguardo di riduzione delle emissioni rispetto ai livelli del 1990 è necessario per evitare la peggiore delle catastrofi climatiche).
A Bali sono stati fatti alcuni passi avanti, come includere la deforestazione nella “roadmap” sul clima, l’approvazione di un fondo per l’adattamento al cambiamento climatico per aiutare i paesi poveri a proteggere le loro popolazioni dai disastri del clima, e la richiesta che il G-.77 adotti iniziative nazionali “misurabili, comunicabili e verificabili” per mitigare il cambiamento climatico, anche se i paesi in via di sviluppo non sono obbligati a farlo sotto il Protocollo di Kyoto.
Ma questi progressi sono comunque insufficienti per assicurare che i negoziati procedano al ritmo necessario, e “abbiamo solo due anni” per concludere un accordo difficile, ha segnalato Born.
La nuova realtà esige “altre forme di raggruppare i paesi”, con criteri distinti da quelli tradizionali, economici o militari. Le questioni ambientali e climatiche devono passare in cima alle agende politiche nazionali e internazionali, ha sostenuto.
Il Brasile si sta battendo per ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma ampliare la composizione di questo organismo non risolverà niente, ha osservato. Sarebbe piuttosto necessario “aggiornare le sue funzioni e la sua agenda, per includervi la sicurezza alimentare e climatica”.
La diplomazia brasiliana si trova a dover affrontare un crescente movimento che unisce ambientalisti e oppositori politici nella critica ai “rinvii” delle loro istanze ambientali e commerciali. La ragione di questa rabbia è la “scelta ideologica a favore del Terzo mondo” del governo brasiliano, secondo Viola.
Una posizione condivisa da diplomatici e imprenditori che si oppongono all’avvicinamento di Brasilia all’Africa, Medio Oriente e Asia, nell’intento di creare legami commerciali che, ritengono, potrebbero andare a discapito degli scambi con i mercati ricchi. Queste alleanze hanno dato al Brasile un ruolo di leadership nel negoziare un nuovo accordo nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).
Ma nel quadro del cambiamento climatico, queste alleanze fanno sì che il Brasile continui a “togliere le castagne dal fuoco alla Cina”, secondo José Goldemberg, ministro dell’ambiente nel 1992, quando il Brasile ospitò il Vertice mondiale di Rio de Janeiro, dove vennero approvate le Convenzioni Onu sul Clima e la Biodiversità.
È assurdo paragonare la Cina, oggi potenza economica e tecnologica, a paesi africani come il Burundi, in termini di bisogni di aiuti finanziari e trasferimento di tecnologie per aiutare i paesi in via di sviluppo a mitigare il cambiamento climatico e ad adattarsi ad esso, ha commentato il fisico, esperto di energia, in un dibattito televisivo.
La crisi richiede la cooperazione di tutti, perché altrimenti la nave affonderà comunque, e poco importa chi sarà storicamente responsabile dei buchi, ha proclamato.
La Cina ha emesso 5.700 milioni di tonnellate di anidride carbonica nel 2006, superando i 5,6 miliardi di tonnellate emessi dagli Stati Uniti; ma è più allarmante la differenza nella crescita annuale delle loro emissioni, dell’8 e dell’1 per cento rispettivamente, ha spiegato Viola, in base ai dati di diversi organismi istituzionali e indipendenti.
Insieme, i due paesi sono responsabili del 43 per cento delle emissioni globali. La Cina ha adottato una crescita economica “ad alto impatto ambientale e climatico”, ha avvertito, collocando entrambi nel “gruppo degli irresponsabili”.
La sicurezza climatica del pianeta dipende da un “Grande accordo” tra i 13 grandi responsabili delle emissioni, che emettono più dell’1,5 per cento del totale mondiale ciascuno, per una riduzione sostanziale delle emissioni globali di carbonio, ha segnalato Viola.
L’accademico ha disegnato altri due possibili scenari futuri: quello “hobbesiano”, in cui gli Stati-nazione controllano le loro popolazioni, mentre nello scenario internazionale la nazione più potente controlla l’ordine mondiale, che sarebbe catastrofico, date le attuali tendenze; e quello del “Kyoto approfondito”, più mitigato, ma insufficiente ad impedire l’aumento delle temperature globali di oltre due gradi entro il 2100.
Il Grande accordo prevederebbe “una volontà di cooperazione profonda e a lungo termine”, ma l’impegno di alcuni paesi leader aiuterebbe a persuadere gli altri ad aderire, ha sostenuto Viola. L’Ue si è già impegnata, e anche gli Usa potrebbero diventare partner dopo le elezioni del prossimo anno.
Il “primo circolo” si completerebbe con la Cina e l’India (responsabile per quasi l’11 per cento delle emissioni), ma sarebbe difficile per questi due paesi invertire la forte crescita delle loro emissioni, data la loro dipendenza dai combustibili fossili.
Nel “secondo circolo” dei maggiori responsabili, composto da Russia, Brasile, Giappone e Indonesia, la principale difficoltà potrebbe venire dalla Russia, grande esportatrice di petrolio e gas, e la cui élite spera di guadagnare più terre coltivabili con il riscaldamento globale. Il Giappone è tra le economie a minore intensità di carbonio, emettendo solo 0,15 tonnellate di anidride carbonica per ogni mille dollari di prodotto interno lordo (PIL), rispetto alle 0,40 tonnellate degli Usa. Ma non è confrontabile con gli Stati Uniti quanto al cambiamento climatico, dal momento che dipende dalla protezione militare Usa. Un fattore che invece non vincola più l’Europa, dopo la dissoluzione dell’ex-Unione sovietica.
Si tratta di un’equazione complessa, con molti ostacoli, ma l’alleanza tra Usa, Unione europea e Giappone, con la possibile adesione del Brasile, potrebbe rappresentare una combinazione molto convincente, e offrire un maggiore contributo nel mitigare il cambiamento climatico rispetto a tutti gli altri paesi messi insieme, ha detto Viola in uno slancio di ottimismo.