BEIRUT, 26 novembre 2007 (IPS) – Quattro mesi fa, Eric e sua moglie Karen hanno lasciato le Filippine per trasferirsi in Libano, in cerca di una vita migliore per la loro famiglia. Mentre era autista di autobus nelle Filippine, Eric ha conseguito il diploma di elettricista, per avere più possibilità di trovare lavoro all’estero.
“Il lavoro è duro ma ho bisogno di soldi per i nostri figli”, ha detto Eric. “Abbiamo fatto un sacrificio, lasciando nostro figlio nelle Filippine, a causa della povertà. Lì alle volte il salario di un mese non basta neanche per pagare l’affitto”.
Secondo un recente studio delle Nazioni Unite (Onu), “Mandare i soldi a casa”, l’Asia riceve annualmente quasi 114 miliardi di dollari in rimesse. Dallo studio è poi emerso che l’anno scorso, i lavoratori filippini all’estero (overseas Filipino workers, OFW) hanno inviato 14,6 miliardi di dollari.
Gli OWF rappresentano in tutto il mondo circa il 23 per cento della forza lavoro del paese. Le rimesse straniere attualmente ammontano a circa il 13 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) totale delle Filippine, secondo l’agenzia statale per il lavoro delle Filippine (Philippine Overseas Employment Administration, POEA).
Secondo i dati di POEA, in Libano ci sono più di 30mila lavoratori filippini. Lo scorso anno, sempre POEA parlava di uno spiegamento di oltre 8mila nuovi lavoratori. “Stiamo dando soldi ai nostri governi”, ha aggiunto Eric.
Il 18 novembre, il ministero del lavoro e lo sviluppo (DOLE) ha annunciato che le procedure per l'ingresso di lavoratori filippini sarebbero state riaperte, dopo l'eliminazione delle restrizioni imposte dal Libano l’anno scorso a causa delle tensioni nel paese.
Secondo le nuove norme, i lavoratori filippini migranti possono andare in Libano solo se il loro salario raggiunge i 400 dollari al mese. Attualmente le tariffe fissate sono di 200 dollari per i filippini, 100 dollari per gli africani e 150 dollari al mese per i lavoratori dello Sri Lanka.
Lo Sri Lanka prevede meno tutele per i propri lavoratori migranti rispetto ad altri paesi asiatici che inviano manodopera, come le Filippine.
L’ufficio per il lavoro all’estero dello Sri Lanka calcola la presenza di oltre 86mila donne srilankesi impiegate come lavoratrici domestiche in Libano. Rappresentano la percentuale di lavoratori migranti più ampia nel paese.
Bernadette, una mamma single di 32 anni dello Sri Lanka, cercava un modo per provvedere alla figlia. La possibilità di lavorare all’estero sembrava molto promettente, e da quasi 3 anni lavora in Libano come domestica. Ogni giorno, Bernadette di sveglia alle 6 del mattino per affrontare 18 ore di lavoro estenuante.
”In Sri Lanka si trova lavoro, ma viene pagato pochissimo, e a me servivano i soldi per prendermi cura di mia figlia”, racconta Bernadette. “150 dollari sono quasi 20mila rupie dello Sri Lanka, che è molto poco. Ho un po’ di terra, ma ora voglio costruire la mia casa”.
Lo scorso anno, lo Sri Lanka ha ricevuto 3,4 miliardi di dollari in rimesse provenienti dai lavoratori migranti all’estero. La Banca centrale del paese ha riportato una crescita economica del 7,4 per cento nel 2006, in gran parte dovuta al denaro dall’estero, che è andato in servizi legati a tecnologia, edilizia e abbigliamento.
All’inizio di questo mese, Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato “Esportati ed esposti” (Exported and Exposed), un rapporto sui lavoratori espatriati. Lo studio, di 131 pagine, critica diversi Stati del Golfo, il Libano e lo Sri Lanka, per la scarsa tutela nei confronti delle donne lavoratrici migranti dello Sri Lanka.
”Da parte sua, il governo dello Sri Lanka è soddisfatto del denaro che queste donne mandano a casa, ma fa così poco per proteggerle dai capi o dagli agenti che le sfruttano”, spiega Jennifer Turner, ricercatrice nella divisione per i diritti delle donne di HRW.
I datori di lavoro del Libano pagano fino a 3mila dollari ad un’agenzia di reclutamento. L’agenzia sostituisce il contratto firmato nel paese d’origine del lavoratore con un nuovo contratto che è in arabo, una lingua incomprensibile per il migrante.
“Adesso stiamo lavorando per creare un contratto unificato che sia chiaro per entrambi, impiegato e datore di lavoro, e firmato da entrambe le parti. Uno è in arabo e l’altro nella lingua del lavoratore”, segnala l’avvocato per i migranti Roland Tawk. “Abbiamo queste agenzie che prendono denaro, ed è proprio questo denaro a creare il problema delle scarse condizioni di vita e di lavoro”.
Secondo Tawk, che ha rappresentato i lavoratori domestici per oltre 10 anni, le leggi sul lavoro in Libano sono obsolete. Le leggi in genere non comprendono i lavoratori migranti perché questi sono considerati servi, non impiegati.
Sono invece coperti dal sistema di tutela di Kafala, secondo cui i lavoratori devono avere un garante legale, o kafil, fornito da un datore di lavoro libanese per tutta la durata del loro contratto. Il datore di lavoro confisca il passaporto del lavoratore e i suoi documenti d’identità, che gli vengono restituiti al termine del contratto.
Le agenzie di reclutamento dello Sri Lanka preparano le donne per viaggiare all’estero. Nel documentario “Giovani domestiche in Libano”, del regista Carol Mansour, la sedicenne Sureika si prepara a lasciare lo Sri Lanka per il Libano. Nel suo villaggio manca l’elettricità.
”In 12 giorni devono imparare l’arabo e l’inglese, e a conoscere le apparecchiature elettriche come l’aspirapolvere e la lavatrice, e la cucina libanese”, racconta Mansour. “Arrivano qua e restano traumatizzate. Credo sia un problema molto grave”.
Secondo HRW, benché il governo dello Sri Lanka abbia creato un sistema di regolamentazione per le agenzie di reclutamento, ci sono ancora molte lacune e le norme devono essere migliorate.