MONTEPORZIO CATONE, Roma, 10 novembre 2007 (IPS) – Se è vero che le priorità dell’agenda politica mondiale sono dettate dall’economia, allora “è necessario che il capitale naturale e sociale entri a far parte del mercato”, sostiene Robert Costanza.
Robert Costanza
Greenaccord
Costanza è direttore del Gund Institute for Ecological Economics, della University of Vermont. L’istituto riunisce esperti, educatori, studenti, e altri rappresentanti mondiali di diverse università e discipline ambientali.
Secondo l’accademico, bisogna rivedere il concetto stesso di economia e come questa si debba usare.
“Secondo la visione comune, l’economia è il mercato, e se c’è qualcosa che non riguarda il mercato, che non sia un bene o un servizio privato, allora viene ignorato. Invece esistono molte cose al di fuori del mercato che sono molto importanti per il nostro benessere. Il capitale naturale è una di queste, insieme al capitale sociale, altra grande categoria spesso dimenticata”.
Robert Costanza ha partecipato al V Forum internazionale dell’informazione per la salvaguardia della natura (7-10 novembre), organizzato da Greenaccord, associazione culturale di giornalisti ambientalisti di ispirazione cristiana. Focus di Greenaccord sono il ruolo e la responsabilità dei giornalisti riguardo temi ecologici. Il tema di quest’anno era “Capitalizzare l’ambiente”.
L’obiettivo dei Forum di Greenaccord è creare opportunità di contatto diretto tra accademici ed esperti di tutto il mondo e una consistente comunità internazionale di giornalisti ambientalisti, perchè “questioni come il cambiamento climatico e l’ambiente possano essere affrontate il più possibile scientificamente”, come ha ricordato Andrea Masullo, presidente del comitato scientifico di Greenaccord.
La corrispondente dell'IPS Sabina Zaccaro ha incontrato il professor Costanza in occasione del Forum di Greenaccord.
IPS: Perchè il capitale naturale dovrebbe essere incluso nel mercato?
RC: Dobbiamo superare la concezione attuale di mercato. Non credo che la soluzione sia privatizzare e includere tutto nel mercato in maniera automatica, bisognerebbe piuttosto riconoscere molte di queste risorse come beni pubblici, che i mercati privati non gestiscono correttamente.
Il mercato impone la proprietà privata, ma molti di questi capitali naturali sono beni pubblici, e di fatto non si prestano a trasformarsi in proprietà privata. Pertanto abbiamo bisogno di questo nuovo settore dell’economia per la proprietà comune del patrimonio comune.
Penso che si arriverà a ridisegnare il mercato, se ci sarà la volontà, oppure alla sua espansione, o anche a inserire un elemento completamente diverso nel sistema.
IPS: Concretamente, quali effetti avrebbe questo sistema?
RC: Potrebbe mandare i segnali e gli incentivi giusti al resto del mercato, che potrebbe così operare in maniera coerente con la direzione nella quale vogliamo andare. Dobbiamo portare il mercato a dichiarare il vero su queste risorse; ci stanno dicendo solo una piccolissima parte di verità.
IPS: Il mercato è pronto a fare questo?
RC: Non vedo perché non dovrebbe esserlo. Se i segnali sono quelli giusti, il resto del mercato sarà sicuramente in grado di elaborarli. Se il prezzo per il rilascio di carbonio nell’atmosfera fosse stato in qualche modo vicino al suo costo reale, sarebbe stato incorporato nel mercato attraverso l’intero sistema e questo avrebbe cambiato tutto, qualunque decisione presa nel mondo sarebbe stata influenzata da quel processo in modo positivo.
IPS: Crede che il mercato sia politicamente pronto a cambiare le sue regole?
RC: Questo è diverso…Ritengo che siamo vicini al punto decisivo, che ci siano le possibilità di scelta per un accordo in cui si riconosca che bisogna agire, e bisogna farlo molto rapidamente. Credo che la cosa più importante sia comprendere che in seguito i vantaggi andrebbero a tutta la società, che diventerà globalmente più ricca.
IPS: I cittadini ne sono consapevoli?
RC: Credo che le cose stiano cambiando …c’è stata una grande cambiamento nell’opinione pubblica degli Usa, in parte dopo Katrina (l’uragano atlantico che nel 2005 ha colpito la Costa del Golfo negli Usa), e il film di Al Gore (“Una verità scomoda”, il recente documentario sul riscaldamento globale), e anche in seguito a eventi meteorologici come i recenti incendi in California.
Tutto conferma che il clima sta cambiando, e la gente si chiede cosa fare; molte delle soluzioni proposte – come cambiare le lampadine o azioni analoghe – non possono bastare, sicuramente no, se ci si limiterà a iniziative volontarie del singolo. Abbiamo bisogno di interventi più sistematici che possano davvero modificare tutti i segnali e i comportamenti in modo corretto.
Credo sia cruciale trasmettere un messaggio nel quale si affermi come attuare questi cambiamenti non costituisca un sacrificio, perché il vero sacrificio sarebbe non attuarli.
Anche la Stern Review (rivista economica sul cambiamento climatico lanciata nel 2006 dall’economista Nicholas Stern per il governo britannico) è stata estremamente chiara sull’argomento, dichiarando che realizzare subito questi cambiamenti ci costerebbe l’uno per cento del prodotto interno lordo (PIL), mentre non realizzarli potrebbe costarci dal 5 al 20 per cento del PIL.
In quest’ottica, la decisione sembra scontata, ma è completamente diverso riuscire a tradurre concretamente la questione in termini politici. Tuttavia, man mano che emergono ulteriori prove sull’argomento da fonti diverse, in futuro sarà possibile scegliere come operare per realizzare i cambiamenti fondamentali.