KARACHI, 29 ottobre 2007 (IPS) – Il cameraman televisivo Arif Khan è uno degli oltre 140 morti negli attacchi terroristici che il 18 ottobre hanno colpito la cerimonia di benvenuto per l’ex Primo Ministro Benazir Bhutto. La sua morte riporta sotto i riflettori i tanti rischi che anche i giornalisti corrono oggi in Pakistan.
Bus di giornalisti all’arrivo di Bhutto poco prima dell’esplosione
Beena Sarwar/IPS
Bhutto ha ricordato Khan in conferenza stampa il giorno successivo all’attentato, mentre rendeva omaggio agli “shuhada” (martiri), esprimendo la sua solidarietà alle famiglie: “Ho visto il cameraman che ha perso la vita, si trovava su un mezzo della polizia vicino a noi, e ho visto quanto si desse da fare”.
L’entusiasmo per il suo lavoro e la sua inclinazione a stare sempre al centro degli eventi sono costati la vita a Khan, come hanno ricordato alcuni colleghi in un incontro al Karachi Press Club. “Arif Khan è diventato un simbolo della libertà di espressione, per la quale ha sacrificato la sua vita”, ha detto Javed Chowdhry, segretario generale della Karachi Union of Journalists.
Arrampicato sul furgone della polizia vicino al veicolo blindato del leader del Partito popolare del Pakistan, Khan, padre di sei figli, rappresenta tutti i giornalisti uccisi nell’adempimento del proprio dovere, in un paese sempre più prigioniero della violenza. “La maggior parte degli avvenimenti comportano oggi una certa quantità di rischio; diversi soggetti (pericolosi) possono provocare giocando con la telecamera oppure romperla”, ha detto Syed Talat Hussain, direttore esecutivo di notizie e attualità della Aaj TV.
Hussain ha sperimentato personalmente questo genere di violenza. Bande armate si aggiravano per le strade per inibire l’arrivo a Karachi – successivamente sospeso – del Responsabile della giustizia, e il 12 maggio di quest’anno avevano attaccato l’ufficio della Aaj, che riprendeva dal vivo la situazione. I telespettatori rimasero scioccati nel vedere Hussain che continuava a parlare con il presentatore, mentre lui e i suoi colleghi dovevano rifugiarsi dietro le scrivanie per salvarsi da un’interminabile pioggia di proiettili.
Si erano già verificati simili attacchi, ma per la prima volta succedeva in una trasmissione dal vivo. Tra gli aggressori vi erano poliziotti, penetrati all’inizio di quest’anno fino agli uffici di Geo TV a Islamabad, così come altre bande armate con affiliati vari. Gli uffici dei media sono stati incendiati, e come se non bastasse, una folla inferocita ha frantumato i finestrini delle auto dei giornalisti parcheggiate all’esterno, agendo indisturbata.
Negli ultimi anni i rischi si sono moltiplicati. In un rapporto del settimanale Usa “Newsweek” del 20 ottobre 2007, il Pakistan viene definito come il paese più pericoloso del pianeta – malgrado l’Iraq – e viene elencata una serie di cause, come l’instabilità politica, una rete di islamici radicali, una diffusa rabbia anti-occidente e il fatto di disporre di armi nucleari.
I giornalisti devono affrontare gli stessi pericoli degli altri cittadini – anche di più – perché la loro professione li porta in situazioni ad alto rischio. Sono come poliziotti o guardie, con la differenza che non portano armi, attrezzatura di sicurezza e operano senza alcuna formazione specifica, il che li rende particolarmente vulnerabili nel caso di esplosioni, per esempio, di cui non sono obiettivo diretto, ma di cui possono diventare vittime.
”Le esplosioni ci sono, ma siamo professionisti, dobbiamo uscire e fare il nostro lavoro”, ha detto Munizae Jahangir, di NDTV, canale televisivo indiano. La giornalista stava salendo sul veicolo blindato di Bhutto al momento della prima esplosione. Prevedendone una seconda, lei e il suo cameraman sono scappati e dopo pochi secondi l’altra esplosione è arrivata proprio dove si trovavano loro poco prima.
Illesi, ma scossi e coperti da schizzi di sangue e pezzi di carne umana, hanno dichiarato all’IPS: “Conosci i rischi, sai che puoi morire, ma che succede se perdi un arto o diventi in qualche modo disabile? Quello è il pensiero peggiore”.
Oltre ad uccidere Arif Khan, le esplosioni hanno colpito in modo grave altri due giornalisti, entrambi di CNBC Pakistan. Salman Farooq, un cameraman, è rimasto gravemente ferito a una gamba, e un reporter, Shehzad, è ricoverato in condizioni critiche all’ospedale di Karachi.
”Se le esplosioni si fossero verificate quando il mezzo di Benazir era vicino al camion dei media, sarebbe stato molto più alto il numero dei giornalisti feriti o uccisi”, ipotizza Mazhar Abbas, segretario generale dell’Unione federale dei giornalisti del Pakistan (PFUJ) e tra i destinatari dell’International Press Freedom Award 2007, annunciato dal Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), organizzazione per la libertà di stampa con sede a New York.
In una conversazione telefonica con l’IPS da Islamabad, Abbas ha riferito che l’incredibile crescita dei media elettronici in Pakistan ha reso più vulnerabili cameraman e reporter. Innanzitutto, il loro numero è drasticamente aumentato; ad ogni evento sono presenti dai 100 ai 150 giornalisti. Inoltre, la pressione per avere un’esclusiva spinge cameraman e reporter della TV sempre più vicino al centro della storia da raccontare.
Questa vulnerabilità è diventata assolutamente evidente nell’aprile 2006, quando una bomba ha squarciato un palco di legno allestito per un incontro di preghiera al Nishtar Park di Karachi. Oltre 50 i morti, tra cui molti dei capi supremi dell’organizzazione religiosa Jamaat-e-Ahle Sunnat, che aveva organizzato l’incontro.
Tra i tanti feriti, una decina di giornalisti. Shoaib Khan, fotografo di un quotidiano locale in lingua urdu, ha perso un occhio, è rimasto parzialmente paralizzato, e ha perso l’uso della parola. La sua condizione ha messo in luce la questione dell’assicurazione per giornalisti che seguono eventi a rischio, tutela praticamente inesistente.
”La sua organizzazione lo ha messo da parte. Non gli hanno nemmeno pagato lo stipendio di quel mese”, ha raccontato Abbas. “Le cure mediche sono costose, e anche l’operazione all’occhio di cui aveva bisogno è stata rimandata per problemi economici”.
”Ci dobbiamo svegliare di fronte alla realtà che il Pakistan è un luogo pericoloso, e non finirà presto”, ha detto Tahir Ikram, direttore dei programmi della CNBC Pakistan. “Dobbiamo garantire la formazione ai nostri giornalisti”.
In Pakistan mancano le basi per occuparsi di giornalisti come Shoaib Khan, o delle loro famiglie. Alcuni grandi gruppi in Pakistan offrono un’assicurazione sulla vita o per gli incidenti, ma la maggior parte non garantisce una formazione specifica né attrezzature di sicurezza ai propri corrispondenti.
Circa 21 giornalisti sono stati uccisi da quando il Presidente Gen. Pervez Musharraf è salito al potere, nel 1999. “La diffusione di tanti canali televisivi indipendenti ha incoraggiato il pluralismo e la qualità dell’informazione”, fa notare Reporter senza frontiere (RSF) nel suo rapporto annuale del 2007. “Ma le forze di sicurezza hanno inasprito i loro metodi di repressione: molti sono i giornalisti rapiti e torturati dai militari, e la situazione è anche peggiore nelle aree tribali (lungo il confine con l’Afghanistan)”.
L’omicidio del reporter Hayatullah Khan nel giugno 2006, rapito e fatto prigioniero per sei mesi da “sconosciuti”, ha dolorosamente acceso i riflettori sulla situazione dei media in Pakistan, innescando proteste nel paese e nel mondo. “Il caso ha posto l'accento sulla brutalità delle forze di sicurezza nei confronti dei giornalisti che si avvicinano troppo a quanto accade nelle aree tribali e nel Baluchistan”, fa notare RSF.
Il cameraman Munir Sangi, è stato assassinato nel maggio 2006 mentre riportava gli scontri tribali nella provincia meridionale di Sindh. A luglio, altri due cameraman televisivi sono stati gravemente feriti nel primo giorno dell’offensiva militare alla Moschea Rossa di Islamabad, dove si erano rifugiati i miliziani. Dopo una corsa all’ospedale, uno di loro, Javed Khan, è morto durante l’operazione. L’altro, Israr Ahmed, è stato ricoverato in condizioni critiche con ferite al cordone spinale.
Data la situazione, Talat Hussain, di Aaj TV, ha detto all’IPS che i giornalisti dovranno modificare le loro tecniche di ripresa e registrazione. “Dovremo usare lenti a distanza, microfoni senza fili, e il reporter dovrà entrare, riprendere e uscire subito”, ha riferito Hussain.
Avvicinandosi alle elezioni, la situazione non può che peggiorare. “Ci saranno palchi, discorsi, incontri… e i giornalisti dovranno essere presenti”; ha detto Mazhar Abbas, ribadendo le richieste del PFUJ ai proprietari dei media: fornire un’assicurazione sulla vita, attrezzature di sicurezza e formazione specializzata per le riprese durante i conflitti. “Dato che investono già molto, le organizzazioni dei media dovrebbero spendere qualcosa in più e garantire anche questi termini”.