ROMA, 26 ottobre 2007 (IPS) – I paesi dei Caraibi hanno confermato il loro impegno a firmare gli Accordi di Partnership Economica (EPA) con l’Unione Europea entro fine anno, ma restano alcuni ostacoli, che riguardano i “già gravi problemi sociali, economici e fiscali di queste piccole e vulnerabili economie, dovute al graduale ritiro delle agevolazioni”, sostiene Colin Granderson, vice segretario generale della Comunità Caraibica (Caricom).
Colin Granderson
PBS
Secondo Caricom, ha affermato Granderson, “è necessario rispettare la dimensione dello sviluppo negli EPA, se si vuole perseguire l’obiettivo di sviluppo sostenibile di quegli accordi”.
Di Caricom fanno parte Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados, Belize, Dominica, Grenada, Guyana, Haiti, Giamaica, Montserrat, St. Kitts e Nevis, St. Lucia, St. Vincent e Grenadine, Suriname, e Trinidad e Tobago.
Le discussioni si sono svolte tra negoziatori di entrambe le parti durante l’incontro ministeriale del Cariforum, la settimana scorsa ad Haiti. Il Forum caraibico dei paesi di Africa, Carabi e del Pacifico (Cariforum), cui partecipano Haiti, la Repubblica Domenicana e tutti gli stati Caricom escluso Montserrat, è un forum consultivo per la cooperazione regionale, creato per monitorare le risorse del Fondo europeo di sviluppo (EDF) per il finanziamento di progetti regionali.
Cariforum è uno dei firmatari dell’Accordo ACP-Unione Europea (Ue) di Cotonou. Questo accordo tra i 79 paesi ACP regola le relazioni commerciali e di aiuto tra i due gruppi. Cuba, membro del Cariforum, non ha sottoscritto l’accordo, che prende il nome da Cotonou, capitale del Benin, dove era stato firmato nel giugno del 2000.
A partire da gennaio 2008, i nuovi EPA dovrebbero sostituire gli accordi preferenziali basati sul concetto di non reciprocità attualmente in vigore, che l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) giudica non conformi alle norme globali di libero scambio.
Molti paesi ACP – in particolare gli stati dell’Africa occidentale – hanno più volte chiesto all’Ue di rimandare la scadenza di fine anno per concludere gli accordi di libero commercio, e di mantenere le attuali agevolazioni sulle importazioni delle loro merci per un periodo di tempo da definirsi. La loro preoccupazione è che le loro industrie e aziende agricole siano impreparate a competere con merci più economiche provenienti dall’Europa.
La corrispondente dell'IPS Sabina Zaccaro ha incontrato Granderson a Roma, in occasione della conferenza nazionale sulle relazioni tra Europa e paesi di America Latina e Caraibi.
IPS: Perché circolano così poche informazioni in Europa sulla posizione dei paesi caraibici sugli EPA?
CG: Innanzitutto, i Caraibi sono un gruppo più piccolo rispetto all’Africa – il Forum caraibico degli stati ACP comprende 14-15 paesi con una popolazione totale di 20 milioni. Inoltre, rispetto all’Africa, i paesi dei Caraibi hanno uno standard di vita più elevato. Forse per queste ragioni – stati piccoli con migliore tenore di vita – non viene prestata sufficiente attenzione a Caricom e Cariforum.
IPS: Eppure anche per i Caraibi ci sono dei problemi legati alle relazioni economiche con l’Ue. Quali sono i più importanti?
CG: Ci sono alcuni problemi fondamentali. Nel Caricom, per esempio, abbiamo avuto accordi commerciali su prodotti di base, come zucchero e banane. Negli ultimi quattro anni, gli accordi preferenziali sulle banane sono terminati, e l’impatto economico e sociale è stato estremamente negativo.
In alcuni dei nostri paesi più piccoli, come ad esempio St. Vincent, dove le banane costituiscono la principale attività economica, la riduzione dell’accesso al mercato europeo ha avuto un impatto enorme sia dal punto di vista sociale che economico. Questo è un problema fondamentale.
IPS: Lo zucchero è stato recentemente oggetto di un provvedimento da parte dell'Ue…
CG: Poco tempo fa, l’Unione Europea ha posto fine al cosiddetto “protocollo dello zucchero” (un particolare regime di esportazione per lo zucchero di canna in vigore dalla metà degli anni ’70, che garantiva quote e prezzi fissi per le spedizioni dai paesi ACP, chiuso unilateralmente dall’Ue il mese scorso). Le conseguenze sulla nostra economia saranno molto gravi. Inoltre, alcuni dei nostri paesi sono estremamente piccoli; in molti di loro la maggior parte dei profitti provengono dalle tasse sulle importazioni.
Secondo gli EPA proposti, la maggior parte di queste tasse dovranno essere eliminate, e quindi dovremo trovare altre fonti di profitto. Nei paesi (caraibici) più piccoli le tasse dei privati sono molto basse, e questo comporterà l’introduzione di maggiori imposte. Come può immaginare, è molto difficile dire alla popolazione di un paese che le tasse – fin'ora molto ridotte – devono essere aumentate del 15 o 18 per cento.
Politicamente per i governi non sarà facile, ma molto probabilmente non avranno scelta.
IPS: Questi problemi hanno trovato spazio nei negoziati in corso con l’Ue?
CG: Abbiamo chiesto all’Ue di tenere conto delle disparità in dimensioni e risorse tra l’Ue e paesi con una popolazione di un milione, o 600 mila abitanti. Se si parla di libero commercio, noi siamo d’accordo, però devono aiutarci a costruire la capacità, a essere concorrenziali e a rinnovare le nostre industrie, per diventare più competitivi. Questi sono alcuni dei problemi che stiamo discutendo.
IPS: Qual è la risposta dell’Europa? CG: L’Europa sostiene che il libero commercio sia la strada da intraprendere. Noi diciamo che non esiste una misura unica, perché se sei un grande paese, come Usa, Giappone o Unione Europea, allora ce la puoi fare, ma quando hai una popolazione di 600 mila abitanti, è molto difficile essere competitivi con paesi tanto più grandi.
Bisogna prevedere un trattamento differenziato per i paesi più piccoli e meno avanzati del mondo. Se si vuole essere giusti, bisogna aiutare i più deboli. Questo è il nostro punto di discussione con l’Unione Europea.
IPS: Quali sono le sfide più importanti dei piccoli stati nel mondo globalizzato?
CG: Esistono diverse sfide, ma la più importante è il commercio. Con la globalizzazione e la liberalizzazione del mercato ci hanno detto: “Se volete, potete sviluppare il vostro libero commercio”, e la nostra risposta è stata: “Sì, vogliamo commerciare, ma abbiamo bisogno di tempo prima di raggiungere gli standard”. La situazione è diventata molto più complessa. Ci sono standard da mantenere, norme che devono essere rispettate, e il prezzo è molto alto. Per le economie piccole, costa molto reggere gli standard globali. Questo fa parte del problema.
IPS: Di quanto tempo avreste bisogno?
CG: È difficile dirlo, ma durante i negoziati abbiamo chiesto all’Europa un periodo di transizione più lungo. Fa parte delle trattative: non possiamo trasformare la nostra economia in quattro-cinque anni, ci vuole molto di più.