ROMA, 3 agosto 2007 (IPS) – Il fondamentalismo crescente in tutto il mondo mette a dura prova i diritti umani, e in particolare i diritti delle donne, secondo i gruppi femministi. Ma non è un problema legato solo all’Islam, e isolare il fondamentalismo di matrice islamica non aiuta le donne musulmane.
Aisha Lee Shaheed
Sabina Zaccaro
Le reti femministe hanno sistematicamente incluso il fondamentalismo tra i temi in agenda nei “Dialoghi Femministi”, (FD), cominciati a Mumbai nel 2004 nel corso del quarto Forum sociale mondiale. I dialoghi sono coordinati da un gruppo di 12 reti femministe di America Latina, Africa, Asia e Europa.
Invitati dalla Society for International Development (SID) con sede a Roma, e dal CeSPI, Centro Studi di Politica Internazionale, membri di FD e alcune note femministe italiane si sono incontrati a Roma a metà luglio per discutere la profonda crisi dei paesi democratici, attraversati da forze fondamentaliste, militariste e della globalizzazione.
“Il fondamentalismo è uno dei temi chiave individuati dai dialoghi femministi, che hanno sottolineato come nello stesso Forum sociale mondiale, così come nei dibattiti pubblici sui media e tra i politici, non si parli abbastanza del fondamentalismo in tutte le sue forme”, ha detto Aisha Lee Shaheed in un’intervista con la corrispondente dell'IPS Sabina Zaccaro.
Aisha Lee Shaheed è una scrittrice e ricercatrice cresciuta fra Canada rurale, Gran Bretagna e Pakistan. Negli ultimi tre anni ha fatto parte della rete femminista internazionale Women Living Under Muslim Laws (WLUML), una rete che crea ponti tra donne e gruppi di donne di paesi e comunità musulmane.
IPS: Il fondamentalismo riguarda solo i musulmani?
Aisha Lee Shaheed (ALS): Non credo sia necessariamente solo un problema legato all'Islam. Ho parlato con molte donne sudamericane, latinoamericane e indiane presenti ai DF, che mi hanno raccontato le loro esperienze con il fondamentalismo cattolico, il fondamentalismo hindu, e quello protestante in Nord America. Per me, queste forme di fondamentalismo sono tutte legate alle nostre lotte contro i fondamentalismi islamici e musulmani.
IPS: Quali sono i possibili effetti dell’isolamento?
ALS: Isolare il fondamentalismo musulmano come un problema a sé è un vero e proprio passo indietro, poiché la conseguenza di questo, una delle possibili conseguenze, è un radicalismo ancora maggiore e la politicizzazione della religione, il che è assolutamente inopportuno.
Credo che la violenza, anche politica, dei soggetti islamici, dipenda dalla loro agenda politica, non certo dalla religione. Mi sembra che troppe cose si facciano in nome della religione.
Isolare l’Islam è come dire che si tratta di un problema musulmano, che solo i musulmani vogliano spostare la loro agenda politica in quella direzione. Ma secondo me questo rischia di occultare il fatto che anche altre istituzioni, come il Vaticano o il BJP (Bharatiya Janata Party, il principale partito politico nazionalista indiano) in India, possano esercitare lo stesso tipo di influenza, con gli stessi effetti sulle minoranze, sulla loro vita quotidiana e la vita delle donne in particolare.
I nostri sforzi di includere il fondamentalismo nei dialoghi femministi significa che a livello transnazionale possiamo condividere le nostre esperienze dirette e le nostre strategie per lavorare su questo.
IPS: Come affrontate questo problema nella vostra organizzazione? ALS: WLUML è una rete, più che un’organizzazione. Abbiamo cominciato in modo molto informale nel 1984, con una manciata di donne provenienti da diversi paesi – Algeria, Sri Lanka, India e Indonesia – che si sono riunite e hanno detto: nei nostri ambienti sta succedendo qualcosa; le forze di destra stanno prendendo piede; le forze militari stanno prendendo piede; noi stiamo lottando con loro a livello nazionale e locale, ma ci deve essere un modo per lavorare insieme superando le nostre differenze, e le distanze.
Negli ultimi 20 anni questo network è cresciuto, e oggi lavoriamo in 90 paesi, con diverse lingue e religioni. Non lavoriamo solo nei paesi che hanno leggi musulmane – come Pakistan, Iran, Arabia Saudita – ma anche nelle aree a maggioranza musulmana con ordinamenti laici, come la Turchia, e anche paesi regolati da leggi laiche con minoranze musulmane, come per esempio molti paesi dell’Europa occidentale, e anche il Nord America.
Ci rivolgiamo anche a donne alle quali viene attribuita un’identità musulmana. Essendo in Italia, faccio questo esempio: noi non diamo per scontato che ogni donna con la quale parliamo qui sia cattolica, o religiosa. Non le identifichiamo come donne cristiane, perché non possiamo conoscere le convinzioni intime di una persona. A me sembra che… dovremmo anche dare alle donne musulmane la possibilità di stabilire da sole la propria identità.
IPS: Non crede che identificare una donna con la sua fede religiosa sia un pò riduttivo?
ALS: Soprattutto in un contesto transnazionale, laddove molte di noi hanno un patrimonio misto, come nel mio caso, anche per le donne migranti che si muovono al di là dei confini e delle identità, è incredibilmente limitativo essere ridotte a una religione, che ha tante diverse manifestazioni. Per esempio, sentirsi musulmana per una donna nata e cresciuta in Algeria può essere molto diverso dal sentirsi musulmana in Indonesia, e così anche in ogni altro contesto.
IPS: In questa battaglia specifica, c’è spazio per un’alleanza con gli uomini? Anche gli uomini possono essere in qualche modo femministi?
ALS: È una mia opinione personale, ma credo che in una certa misura sia possibile. C’è sempre spazio per le alleanze. Non credo che gli uomini debbano necessariamente essere in prima fila nel movimento, ma essere i nostri sostenitori, i nostri alleati, in quanto esseri umani, sì. Se intendiamo la tutela dei diritti delle donne come tutela dei diritti umani, funziona anche nell’altro senso. Le persone che si interessano ai diritti umani, certamente si dedicano anche ai diritti delle donne. Non credo che le questioni riguardanti le donne debbano essere riguardare solo le donne, così come non credo che i diritti di una minoranza debbano riguardare solo quella minoranza. Penso di poter parlare con – non a nome di – molti altri gruppi con i quali sono alleata, che potrebbero non appartenere alla mia stessa religione, o avere lo stesso background… IPS: Le donne musulmane di paesi diversi devono affrontare sfide diverse? ASL: Nei diversi contesti nel mondo si possono trovare sfide diverse per le donne. In un ambiente globalizzato, è difficile capire quali sfide sono locali, e quali più transnazionali.
In generale, credo che la militarizzazione colpisca le donne a diversi livelli, e al di là della religione. Anche se si fanno passi avanti sul tema dei codici di abbigliamento o sulla questione del velo, e su questa dicotomia pubblico-privato, avrei paura ad attribuirle troppa importanza. Temo che questo sia solo il sintomo di tante altre cose.
Le donne in Iran che fanno parte del movimento delle donne iraniane, raccontano che la gente chiede sempre: “Come vi sentite a dover sempre indossare il chador, coprirvi il capo..”. E loro rispondono, sai, per me non è tanto questo che conta: la mia libertà di parola, la mia libertà di espressione, la mia libertà di partecipare alla politica, questo conta. Mi piace? No, non mi piace, ma non è certo questo il mio principale motivo di contestazione. Perciò, dobbiamo ascoltare dalle donne che cosa loro stesse identificano come sfide.
In Afghanistan, i miei colleghi chiedono alle donne quale sia il loro problema più grosso: la talebanizzazione, il conservatorismo? E loro rispondono “la sicurezza; sai, i miei figli non sono al sicuro, vorrei poter mandare le mie figlie a scuola, ma non credo proprio che sarebbero al sicuro là fuori. Occupiamoci della sicurezza, poi potremo parlare dei nostri diritti, e della costituzione, e della politica. Non ci siamo ancora”.