IPS Inter Press Service Agenzia Stampa

MEDIA: Cosa significa essere musulmani in Italia

ROMA, 8 giugno 2007 (IPS) – Con l’aiuto di una nuova rivista mensile, “Yalla Italia” (Vai Italia), un gruppo di giovani immigrati di seconda generazione egiziani, marocchini e tunisini ha deciso di affrontare di petto, ma con ironia, gli stereotipi considerati un ostacolo alla loro piena integrazione.

Credit:Yalla Italia – Vita

Non c’è un solo Islam in Italia ma molti, così come ci sono molti modi di essere musulmani, spiegano i giovani giornalisti, tutti nati in Italia da genitori immigrati.

Formata da due ragazzi e sei ragazze, la redazione smentisce gli stereotipi musulmani a partire dalla sua composizione. Buthaina Bussy Ibrahim, Karim Bruneo, Hassan Bruneo, Lubna Ammoune, Rassmea Salah, Sarah Sayed, Lubna Ammoune e Buthaina Ibrahim compongono lo staff editoriale di “Yalla Italia”, inserto mensile del settimanale Vita.

Lo staff è composto soprattutto da studenti universitari e da altri giovani che partecipano al “programma di integrazione” lanciato nelle scuole di Milano, dove vivono 23.000 giovani musulmani, secondo gli ultimi dati del Comune.

Sin dalla prima uscita “Yalla Italia” va dritto al punto, affrontando il tema critico dello humour e delle vignette nel mondo musulmano. “Sorridete, per favore. Otto pagine contro gli stereotipi”, il titolo di copertina.

Dopo le settimane di proteste spesso violente in tutto il mondo scatenate l’anno scorso dalla pubblicazione delle vignette sul profeta Maometto su un quotidiano danese, “Ricordo di essermi sentita offesa dal fatto che i media rappresentavano gli arabi come persone senza senso dell’umorismo”, ha detto la 24enne Rassmea Salah, nata in Italia da madre cattolica e padre egiziano di fede musulmana. A Milano, insegna arabo ai figli degli immigrati.

”I dibattiti pubblici spesso semplificano i temi legati all’Islam, come se i musulmani fossero un blocco monolitico, mentre in realtà la fede musulmana abbraccia molte culture diverse”, ha detto. “Sì, anche gli arabi possono ridere, senza sentirsi insultati”.

Le vignette pubblicate da “Yalla Italia” parlano di religione (“Cosa leggi, papà?”. “Il Corano, figlio mio, lo leggo da quando ero bambino”. “E non l’hai ancora finito?”); dei valori tradizionali (“No, caro, questo non è un velo”, spiega una ragazza egiziana riferendosi ai suoi lunghi capelli avvolti intorno al capo come un hijab, il velo indossato dalle donne musulmane, “è una nuova pettinatura chiamata ‘tradizione e modernità’”).

”Il gruppo era composto inizialmente da 200 persone, da cui è stato selezionato un team di otto giovani con buone capacità di scrittura e creatività”, ha spiegato all’IPS Martino Pillitteri, coordinatore editoriale di “Yalla Italia”. ”Questi ragazzi hanno tutti la carta d’identità italiana, e si sentono uguali ai loro coetanei italiani. Ma soprattutto, rappresentano quella maggioranza silenziosa di musulmani che cercano l’integrazione pacifica all’interno della comunità di accoglienza, senza rinunciare ai propri valori”, ha commentato.

L'uscita della rivista, ha proseguito Pillitteri, può diventare un appuntamento mensile per i giovani, per condividere le cose della vita di tutti i giorni che hanno in comune, in modo divertente e ironico.

L’obiettivo è rafforzare il processo di integrazione. “La cosa difficile per questi ragazzi è far parte di una comunità che viene percepita come problematica”, ha detto Paolo Branca, professore di arabo e studi islamici all’Università Cattolica di Milano.

“Non possono bere alcol, non possono mangiare carne di maiale, e non possono andare al mare (senza abiti adeguati). L’idea più diffusa è che i musulmani siano persone per le quali ogni cosa è vietata, ma questo non è vero”, ha spiegato.

Salah racconta che sta cercando una nuova identità, basata su una fede islamica più “aperta” e meno radicale di quella del padre. “La vera integrazione”, sostiene, “richiede un studio approfondito della cultura d'accoglienza e della nostra religione così come del Corano, con un approccio storico-critico. Non dobbiamo essere tanto presuntosi da ritenerci i portatori della verità; l'unico a deterere la verità è Dio”.

Ma le prime reazioni all’uscita di “Yalla Italia” fanno pensare che il dialogo non sia necessario solo tra persone di culture diverse.

”Di ritorno dalla moschea, Rassmea ci ha spiegato che alcuni suoi amici non hanno apprezzato le vignette umoristiche che abbiamo pubblicato; le trovano irrispettose”, ha detto Pillitteri. “Questo conferma la teoria che talvolta è più difficile il dialogo tra musulmani moderati e fondamentalisti, che tra cattolici e musulmani”. Ma i prossimi numeri saranno ancora più espliciti nel trattare tutti gli argomenti che riguardano le seconde generazioni: il gap generazionale, l’uso del velo, i matrimoni misti, il rispetto del Ramadan – il mese sacro di digiuno dei musulmani – gli attacchi terroristici di New York e Washington dell'11 settembre 2001, e l’equilibrio tra libertà e religione.

L’obiettivo della rivista è offrire un’opportunità per parlare di quegli aspetti dell’immigrazione che vengono comunemente ignorati, o che difficilmente vengono trattati dai principali media italiani, proprio grazie alle voci persone coinvolte in quel processo.

”In arabo, Yalla è un’esortazione ad essere dinamici, e a lasciarsi alle spalle atteggiamenti vittimistici”, ha spiegato Pillitteri.

”A volte i membri più anziani della nostra comunità ci vedono come persone che hanno smarrito la strada”, ha detto Sarah Sayed, un’altra giovane componente dello staff editoriale. “Non abbiamo paura di dire che siamo contro la violenza che deriva dal fondamentalismo. La democrazia e la libertà non sono assolutamente in contrasto con la nostra religione”.