BERLINO, 4 giugno 2007 (IPS) – I cinque emergenti fra i paesi in via di sviluppo – Brasile, Cina, India, Messico, e Sudafrica – avranno un posto al vertice del Gruppo degli Otto paesi più ricchi del mondo che si terrà dal 6 all’8 giugno a Heiligendamm, in Germania, in qualità di alleati e concorrenti del mondo industrializzato.
Il G8 (Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, e Stati Uniti) si costituì per far fronte all’emergenza legata alla crisi economica degli anni ‘70. Oggi, il “G5” del mondo in via di sviluppo ha dimostrato che la sua crescente autorità economica e politica nell’equilibrio globale del potere non può essere ignorata ancora a lungo.
Mentre si espandono le loro imprese mondiali, questi paesi in via di sviluppo emergono come competitori dei G8, anche per l’accesso alle risorse naturali e per trarre profitto da opportunità commerciali e industriali.
Cina e India – data la loro rapida crescita economica e il vertiginoso consumo di energia associato all’inefficiente utilizzo delle risorse energetiche – si sono rapidamente distinte tra i peggiori inquinatori del pianeta, soprattutto nelle emissioni di biossido di carbonio e altri gas serra (GHG), responsabili del riscaldamento globale e del cambiamento climatico.
Nel 2004, con 4,7 miliardi di tonnellate metriche in emissioni di GHG, la Cina si è aggiudicata il secondo posto, dopo gli Stati Uniti; e si prevede che nel 2008 superi gli Usa.
L’India è ancora molto lontana da quei livelli, malgrado nel 2004 abbia emesso 1,1 miliardo di tonnellate di GHG, circa 300 milioni in più della Germania. La tendenza indiana mostra una preoccupante spirale in crescita.
Fino al 2012, entrambi i paesi, in quanto economie in via di sviluppo, non saranno obbligati a rispettare le direttive del Protocollo adottato nella Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici per ridurre le emissioni di GHG. Tuttavia, con la scadenza del Protocollo nel 2012, e un nuovo accordo globale necessario a frenare le emissioni, Cina e India saranno sotto pressione per l’adozione di risorse energetiche più pulite.
Circostanza verificatasi già all’ottavo Vertice Asia Europa (ASEM) tenutosi nella città tedesca di Amburgo il 29 maggio, dove l’Unione Europea ha chiesto che entrambi i paesi riducessero le emissioni. I delegati cinesi e indiani si sono difesi bene.
Ad Amburgo, il ministro degli esteri indiano Pranab Mukherjee ha avvisato che “tentativi di strappare impegni di abbattimento dei GHG non compensati nei paesi in via di sviluppo non è il modo giusto per proseguire”. Ha invece spinto per “una risposta costruttiva, riconoscendo responsabilità comuni, ma diverse per i paesi sviluppati e in via di sviluppo”.
Mukherjee ha aggiunto che “il regime di contenimento (dei GHG) non deve ridurre le prospettive di crescita economica e sradicamento della povertà” nei paesi in via di sviluppo.
Tuttavia, la sostituzione del Protocollo di Kyoto è inevitabile, e Cina e India saranno coinvolte nel prossimo turno di negoziati in programma per dicembre a Bali, Indonesia.
Nel frattempo, a Heiligendamm, la discussione sulla politica internazionale di protezione ambientale sarà in cima all’agenda.
A parte la Cina, anche gli altri quattro paesi in via di sviluppo invitati a partecipare al vertice di giugno sono membri del G20, nato nel 2003 durante la fallita conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) a Cancun, Messico. Le consultazioni sono precipitate alla richiesta, ancora oggi disattesa, che Ue e Stati Uniti riducano i sussidi all'agricoltura.
A Heiligendamm quei paesi saranno concorrenti e alleati, e offriranno al G8 opportunità di investimento, oltre ai loro mercati potenzialmente enormi.
Il G8, soprattutto gli Stati Uniti, è preoccupato dei crescenti investimenti asiatici, e dei legami commerciali e finanziari con l’Africa.
Durante la prima metà di questo decennio, il commercio tra Africa e Cina è raddoppiato raggiungendo i 120 miliardi di dollari. La Cina è diventata il terzo partner commerciale dell’Africa, con commercio bilaterale che nel 2006 ammontava a 55,5 miliardi di dollari.
Si prevede un ulteriore intensificarsi delle relazioni commerciali Cina-Africa, che raggiungeranno i 100 miliardi di dollari entro il 2020. Nel 2006 gli investimenti cinesi in quel continente sono ulteriormente aumentati, arrivando a 11,7 miliardi di dollari, mentre i contratto di lavoro dalla Cina all’Africa ha raggiunto i 9,5 miliardi di dollari.
Inoltre, Pechino ha esteso prestiti preferenziali del valore di svariati miliardi all’Africa. Sono stati cancellati debiti per circa 1,4 miliardi di dollari a 11 paesi, e nel 2007 dovranno essere cancellati ulteriori debiti per oltre un miliardo di dollari con altri 22 paesi. La Cina costituirà inoltre un Fondo per lo sviluppo dell’Africa del valore di cinque miliardi di dollari Usa entro il 2009, per sostenere lo sviluppo di quel continente.
Il 19 maggio, durante un incontro preparatorio dei ministri della finanza del G8 tenutosi a Potsdam, vicino Berlino, i delegati hanno rilasciato un dichiarazione congiunta nella quale esprimevano il loro sostegno per “la realizzazione di uno 'statuto per il prestito responsabile’, che coinvolga anche le altre parti interessate, compreso il G20”.
Malgrado la Cina non sia stata esplicitamente citata nel comunicato, il richiamo al “prestito responsabile” era ovviamente rivolto a Pechino. La Cina è anche uno dei più importanti membri del G20.
I leader europei, risentiti, hanno risposto all’espansione economica della Cina sollevando dubbi sui diritti umani, e su altre questioni ambientali, di lavoro e di democrazia negli investimenti in Africa, ma Pechino non si è scomposta.
Axel Berkofsky, analista politico dell’European Policy Centre con sede a Bruxelles, ha osservato: “I leader politici cinesi sono straordinariamente trasparenti e franchi circa le loro ambizioni politiche ed economiche globali, e sembrano poco interessati alle critiche internazionali rivolte a Pechino, circa rapporti diplomatici economici ed energetici “privi di valori”, a favore di dittature ricche di energia in… Africa”.
In una dichiarazione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), gli economisti Andrea Goldstein, Nicolas Pinaud e Helmut Reisen nel maggio 2006 avevano concluso che, a seguito degli investimenti e delle relazioni commerciali cinesi e indiane in Africa, “i produttori sub-sahariani godranno di una più ampia domanda globale per le loro esportazioni e di migliori termini commerciali“. Secondo gli autori, ”questo ha favorito prestazioni in crescita per l’Africa sub-sahariana nel periodo 2001-2004 (4,2 per cento sulla media annuale) in confronto al periodo 1996-2000 (con il 3,3 per cento)”, e hanno aggiunto: “La crescente domanda di Cina e India li ha trasformati in grandi punti vendita per merci africane, e ha collaborato a diversificare le destinazioni di esportazione dell’Africa”.
”Anche le importazioni dell’Africa sub-sahariana dalla Cina (e in minor quantità dall’India) sono cresciute velocemente, a vantaggio dei consumatori urbani (ai quali conviene avere prodotti a costo inferiore) e delle imprese (che possono usufruire di merci più economiche)”.