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LAVORO: ‘Drammaticamente aggravato’ lo strazio dei lavoratori nei territori palestinesi

GINEVRA, 31 maggio 2007 (IPS) – I lavoratori nei territori palestinesi occupati da Israele sono stati colpiti da un altro anno di terribile declino degli standard di vita, e da crescente povertà, disoccupazione, disintegrazione sociale e caos politico. Lo denuncia l’ultimo rapporto dell’OIL.

Il tasso di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà è aumentato del 26 per cento tra marzo 2006 e marzo 2007, secondo il rapporto presentato lunedì, che si basa sui risultati delle missioni inviate ad aprile dall’OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) in Israele e nei territori arabi occupati. In quelle aree, il prodotto interno lordo (PIL) pro capite è sceso del 40 per cento tra il 1999 e il 2006.

Nei territori occupati sette famiglie su 10, per un totale di circa 2,4 milioni di persone, vivono in povertà, denuncia il rapporto, che verrà analizzato durante le sessioni che si terranno dal 30 maggio al 15 giugno alla Conferenza internazionale del lavoro, che si tiene a ogni anno Ginevra.

Nei territori solo una persona su tre lavora, mentre “due su tre sono disoccupate, perché senza lavoro, oppure perché non appartengono alla forza lavoro”, prosegue il rapporto. I disoccupati sono circa 206.000, l’equivalente del 24 per cento della forza lavoro.

Juan Somavía, direttore generale dell’OIL, ha dichiarato che la situazione nei territori occupati è “disperata”. La violenza non è cessata, e continua a colpire civili palestinesi e israeliani, anche se a diversi livelli di intensità, ha aggiunto.

Somavía sostiene che l’attività economica nelle zone occupate si è drasticamente ridotta, portando povertà e disoccupazione, e rendendo il lavoro sempre più precario o difficile da trovare. Allo stesso tempo, per le aziende è sempre più complicato operare a causa dell’aumento dei costi logistici, e gli stipendi sono diventati instabili, ha proseguito.

Il capo dell’OIL ha evidenziato tre aspetti: il fatto che i permessi di viaggio e i posti di controllo governano la vita quotidiana delle popolazioni che vivono nei territori occupati; che l’Autorità Palestinese ha dovuto affrontare una dura riduzione di fondi; e che lotte e scontri tra partiti politici hanno ulteriormente complicato la situazione.

L’occupazione israeliana durata 40 anni nella West Bank, nella striscia di Gaza e nelle alture del Golan non è l’unica causa dell’attuale deterioramento nella regione, riferisce il rapporto, che cita anche una serie di misure prese dopo le elezioni che nel marzo 2006 hanno portato a un cambiamento di governo nei territori palestinesi.

Le elezioni di gennaio 2006 sono state vinte dal Partito di Hamas, il Movimento di resistenza islamica, il più radicale nella sua opposizione a Israele e ai governi occidentali che lo sostengono. Il partito più moderato di Fatah aveva controllato l’Autorità nazionale palestinese dal 1994. L’embargo finanziario al governo guidato da Hamas attivato dopo le elezioni ha avuto effetti devastanti sulla popolazione e sull’economia palestinese, sostiene l’OIL.

La circostanza è aggravata dalla sospensione israeliana dei trasferimenti delle tasse verso i territori, che ha provocato una perdita mensile media delle entrate per 60 milioni di dollari.

In totale, le sanzioni hanno portato a una perdita del 50 per cento dei proventi dell’Autorità palestinese.

A questo si aggiunge l’imposizione di restrizioni anche più rigide sul movimento di persone e merci, che hanno ridotto al minimo il funzionamento dell‘economia dei territori occupati.

L’accesso al mercato palestinese, sia dentro che fuori dai territori, è strettamente controllato dalle Forze di difesa israeliane (IDF).

Somavía ha detto che la causa immediata della difficile situazione sociale ed economica è il sistema di chiusure e controlli, compreso il muro di separazione costruito da Israele.

Le barriere provocano insicurezza economica e sociale per gli abitanti dei territori, ha detto, osservando che una situazione di prosperità e sicurezza da una parte e di occupazione militare, povertà e insicurezza dall’altra è estremamente pericolosa ed insostenibile per entrambi.

Secondo l’OIL, l’Autorità palestinese, i donatori internazionali e Israele dovrebbero sostenere imprenditori e lavoratori a consolidare imprese, incoraggiare nuovi investimenti e diversificare l’economia.

”Questo potrebbe contribuire ad alimentare la sicurezza e ad avvicinare una soluzione negoziata a lungo termine del conflitto”; prosegue il rapporto.

”Ridurre e rimuovere le barriere alla mobilità di persone e merci dentro i territori, tra Gaza e la West Bank e con il mondo esterno, pur assicurando la sicurezza in Israele, è la prima delle misure che potrebbero allontanare la crescente crisi economica e sociale nei territori occupati”, denuncia iI rapporto.

L’OIL avverte che il tessuto sociale nei territori occupati è sottoposto alla tensione di un elevato e continuo livello di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, e di livelli di povertà e violenza senza precedenti, compreso il deterioramento dello stato di diritto.

Circa la metà – il 46 per cento – dei 2,4 milioni di persone che abitano nei territori palestinesi occupati sono sotto i 14 anni d’età, e il tasso di nascita arriva al 2,8 per cento annuo.