WASHINGTON, 18 aprile 2007 (IPS) – Dall’invasione americana dell’Iraq nel 2003, circa quattro milioni di iracheni sono stati sfollati dentro e fuori il paese: l'esodo più massiccio in Medio Oriente dopo la creazione di Israele, nel 1948.
L’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) ha organizzato una due giorni a Ginevra, per discutere la profonda crisi umanitaria che affligge l’Iraq.
”Non dobbiamo pensare che questa conferenza sia una medicina miracolosa, una risposta magica alla difficile crisi umanitaria che molti iracheni stanno affrontando”, ha detto Radhouane Nouicer, direttore della sezione Medio Oriente e Nord Africa dell’Unhcr. “Ma certamente desideriamo e speriamo che questo incontro contribuisca a migliorare la consapevolezza del mondo verso la crisi umanitaria che colpisce l’Iraq e i profughi iracheni”.
La conferenza ha riunito 450 partecipanti provenienti da oltre 60 nazioni, tra cui i rappresentanti di organizzazioni internazionali e non governative. La delegazione Usa è guidata da Paula J. Dobriansky, sottosegretario per gli affari internazionali al Dipartimento di Stato, e comprende anche i rappresentanti delle organizzazioni umanitarie Episcopal Migration Ministries e Relief International.
Quattro anni dopo la caduta del governo di Saddam Hussein, si registrano circa 1.9 milioni di iracheni sfollati dentro il paese, e più di due milioni fuggiti all’estero. Tra i vicini dell’Iraq, Siria e Giordania hanno ospitato la maggioranza dei rifugiati: rispettivamente 1,2 milioni e 750.000. L’Unhcr stima inoltre la presenza di 100.000 sfollati in Egitto, 54.000 in Iran, 40.000 in Libano e 10.000 in Turchia. La popolazione irachena è di 26 milioni di persone.
Molti iracheni erano partiti prima della caduta di Saddam nel 2003, ma di questi, 300.000 sono rientrati nei due anni seguenti. La tendenza si è poi invertita, soprattutto dopo il bombardamento, 14 mesi fa, della moschea venerata dagli sciiti di Al-Askari, a Samarra, e il conseguente intensificarsi delle violenze nel paese: da allora, sono fuggiti 800.000 iracheni.
Gli spostamenti continuano al ritmo di 50.000 persone al mese, secondo l’Unhcr. Un altro rapporto dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), con sede a Ginevra, registra più di 1.000 iracheni sfollati ogni giorno a causa delle violenze settarie.
Circa 160.000 iracheni sarebbero fuggiti verso nord in Kurdistan, dove c’è una scarsa disponibilità di aiuti, visto che il governo Usa, quello iracheno e l’Onu non hanno “riconosciuto le dimensioni della crisi”, secondo l’organizzazione internazionale di aiuti Refugees International, come riportato dal New York Times. Il numero fornito dall’organizzazione, di 160.000 iracheni sfollati in Kurdistan, si basa sulle stime della irachena Red Crescent Society.
Sul successo del tanto propagandato “nuovo flusso” di 21.000 soldati Usa in Iraq, e del piano di sicurezza per Baghdad ad esso legato – intesi a calmare la capitale irachena proteggendo i residenti dalla violenza settaria – rimangono forti dubbi.
Secondo un recente rapporto del Miami Herald, i membri delle milizie musulmane sciite starebbero ancora sfollando i musulmani sunniti dai quartieri misti di Baghdad, senza nessuna reazione da parte dei soldati del governo iracheno. Gli abitanti in fuga continuano a subire maltrattamenti anche molto tempo dopo aver abbandonato le loro case, secondo la stessa fonte. A loro volta, le famiglie sciite subiscono le stesse minacce e soprusi per mano di sedicenti ribelli sunniti.
La risposta Usa alla crisi dei profughi è stata caratterizzata dal continuo rifiuto dell’amministrazione di George W. Bush di riconoscere le dimensioni del conflitto civile nel paese, e dalla palese mancanza di preparazione nell’escalation della guerra, per l’instabilità causata dal massiccio flusso di rifugiati.
Sul lungo termine, l’unica alternativa stabile per i quasi quattro milioni di profughi sarebbe il rimpatrio: una scelta poco realistica, considerato il deterioramento dello stato della sicurezza nel paese. Una parte dei rifugiati verrà reinsediata in un paese terzo, ma l’amministrazione Bush sta affrontando le critiche sempre più aspre dei suoi connazionali, per un’azione troppo lenta e per la ricollocazione di un numero troppo esiguo di iracheni.
”È pazzesco”, ha dichiarato Richard Holbrooke, ex ambasciatore Usa presso l’Onu, secondo un rapporto dell’Associated Press. “Persino gli iracheni che erano stati autorizzati a lavorare con le truppe Usa nelle zone di combattimento in Iraq, ma che avrebbero potuto tradire gli americani in un’imboscata, stanno aspettando da anni di ottenere l’autorizzazione”.
Dal 2003, gli Usa hanno permesso solo a 466 iracheni di immigrare con lo status di rifugiati, di cui 202 su 70.000 slot i rifugiati lo scorso anno.
”Non conosco nessuno all’interno dell’amministrazione che la consideri una priorità”, ha dichiarato al New York Times Lavinia Limon, presidente della Commissione Usa per rifugiati e immigrati, un’agenzia governativa per il reinsediamento dei profughi.
L’Iraq Study Group (ISG), il comitato nominato dal Congresso e co-presieduto dall’ex segretario di Stato repubblicano James Baker, ha concluso lo scorso anno che se il problema dei rifugiati non verrà affrontato, l’Iraq e la regione potrebbero destabilizzarsi ulteriormente.
Per fronteggiare la crisi, l’amministrazione Bush ha annunciato a febbraio che quest’anno permetterà il rimpatrio di 7.000 rifugiati iracheni, come parte di un programma di reinsediamento permanente. L’amministrazione ha contribuito con 18 milioni di dollari ad un programma globale di reinsediamento e di assistenza ai profughi iracheni. Per il 2007, l’Onu ha chiesto ai suoi membri altri 60 milioni di dollari per integrare gli aiuti ai rifugiati in Iraq.
Gli Stati Uniti spendono circa otto miliardi di dollari al mese nelle operazioni militari in Iraq. Per contro, nel 2006, il Dipartimento di Stato aveva speso 35 milioni di dollari per i rifugiati iracheni in Iraq e nella regione, e spenderà 20 milioni di dollari nell’anno fiscale in corso per i problemi umanitari dei rifugiati in fuga dalla guerra.