LONDRA, 22 marzo 2007 (IPS) – I nuovi accordi di libero commercio tra nazioni ricche e nazioni povere si stanno dimostrando molto più dannosi per i paesi poveri rispetto alle previsioni dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), denuncia Oxfam in un rapporto pubblicato martedì scorso.
”I paesi poveri sono costretti a tagli tariffari molto forti”, ha spiegato all’IPS Emily Jones, autrice del rapporto Oxfam “Una firma di rinuncia al futuro”. “E spesso vengono addirittura azzerati, in virtù dei cosiddetti accordi di libero scambio reciproci che sono costretti a firmare con i paesi ricchi”.
Ciò significa, ha fatto notare l’esperta, che i paesi poveri devono aprire i loro mercati ai prodotti agricoli sovvenzionati provenienti da regioni come l’Unione europea (Ue).
Esistono già più di 250 accordi regionali e bilaterali, riferisce lo studio, e molti altri ancora in fase di negoziazione. Oggi, gli accordi regionali e bilaterali regolano più del 30 per cento del commercio mondiale, e 25 paesi in via di sviluppo hanno firmato accordi di libero scambio con i paesi sviluppati.
”Ogni settimana vengono firmati in media due trattati di investimento bilaterali, secondo il dossier. “Quasi nessun paese, per quanto povero, è stato lasciato fuori”.
Gli accordi compromettono il cammino verso lo sviluppo, si legge.
“In un mondo sempre più globalizzato, questi accordi cercano di beneficiare gli esportatori e le compagnie dei paesi ricchi, a spese di agricoltori e lavoratori poveri, con gravi implicazioni per l’ambiente e lo sviluppo”, si dice ancora.
Stati Uniti e Ue, prosegue il rapporto, cercano di far passare delle norme sulla proprietà intellettuale che limitano l’accesso delle popolazioni povere ai farmaci salvavita, e rendono più difficile l’accesso delle imprese dei paesi in via di sviluppo alle nuove tecnologie.
I governi si rivelano talvolta impotenti di fronte a simili mosse.
”Alcuni paesi in via di sviluppo si ritrovano tra l’incudine e il martello”, sostiene Jones. “Molti stanno firmando questi cosiddetti accordi di partenariato economico, per paura di perdere i canali preferenziali”, ha detto Jones. A molte di queste nazioni sono stati infatti offerti dei canali di esportazione preferenziali, in cambio dell’annullamento delle tariffe sulle importazioni provenienti dai paesi sviluppati.
Gli Accordi di libero commercio del Nord America (Nafta) hanno provocato la perdita di 1,3 milioni di posti di lavoro in Messico in dieci anni, segnala Jones, aggiungendo che l’aumento delle esportazioni verso gli Usa non avrebbe generato crescita, e che alcuni studi dimostrano che i salari reali nel 2004 erano inferiori a quelli del 1994.
Le regole previste da questi accordi sulla liberalizzazione dei servizi, prosegue ancora il documento, minacciano di escludere le imprese locali dal mercato, ridurre la concorrenza, ed estendere il potere di monopolio delle grandi imprese.
”Quando il Messico ha liberalizzato i servizi finanziari nel 1993, per prepararsi al Nafta, la proprietà straniera del sistema bancario è aumentata dell’85 per cento in sette anni, ma i prestiti alle imprese messicane sono crollati dal 10 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) allo 0,3 per cento, privando le popolazioni povere delle aree rurali di fonti di credito vitali”.
I governi dei paesi in via di sviluppo vengono generalmente sottoposti a forti pressioni politiche per firmare questi trattati, ha detto all’IPS Simon Ticehurst, di Oxfam Bolivia. “Ma molto dipende anche dai modelli di sviluppo che i governi presentano alle loro popolazioni”, ha aggiunto.
“Colombia e Perù hanno già firmato gli accordi. Altri sono più riluttanti. “Adesso, un paese piccolo come la Bolivia e molti nuovi governi in tutta l’America Latina cominciano a sfidare la logica degli accordi di libero scambio”.
Oxfam ha esplicitamente chiesto di:
– Riconoscere il trattamento speciale e differenziale di cui i paesi in via di sviluppo hanno bisogno per poter salire nella scala dello sviluppo
– Permettere ai pesi in via di sviluppo di adottare una legislazione sulla proprietà intellettuale flessibile, così da assicurare il primato della salute pubblica e del sostentamento agricolo, e proteggere i saperi tradizionali e la biodiversità
– Escludere i servizi pubblici come educazione, salute, acqua e sanità dagli impegni di liberalizzazione
– Riconoscere il diritto dei governi di regolamentare l’entrata di investitori stranieri per promuovere lo sviluppo e la creazione di un’occupazione decente, e prevedere precisi impegni per migliorare gli standard lavorativi fondamentali per tutti i lavoratori
– Assicurare meccanismi per l’ampia partecipazione di tutti gli stakeholder nel processo di negoziazione, con una completa divulgazione delle informazioni alla popolazione, compresi i risultati delle valutazioni indipendenti di impatto.