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ALIMENTAZIONE-CUBA: L’ansia del pane quotidiano

L’AVANA, 6 marzo 2007 (IPS) – Una delle principali preoccupazioni della famiglia media cubana è il cibo, per il quale, secondo diversi studi, si spendono circa due terzi del reddito.

“Da quando mi sveglio ed esco per andare al lavoro tutte le mattine, penso a cosa farò da mangiare per cena”, ha raccontato un’insegnante di 40 anni, sposata, con due figli, e che assiste il padre anziano.

I suoi problemi oggi sono diversi rispetto ai primi anni di matrimonio, nel ’90, quando c’era la recessione economica e una penuria generalizzata. Secondo i critici del blocco Usa contro Cuba, durato quarant’anni, l’embargo ha avuto ripercussioni profondamente negative sull’economia dell’isola.

“Oggi si trovano molti prodotti nei negozi e nell’agromercado (il mercato di frutta e verdura), ma non possiamo permetterceli”, ha detto la donna, che ha parlato con l’IPS nell'anonimato.

Il reddito mensile della sua famiglia, compresa la pensione del padre, è di circa 1000 pesos cubani, equivalenti a 40 pesos convertibili (CUC). Sono entrambe monete in corso a Cuba, ma per alcuni acquisti è necessario avere i CUC, che possono essere comprati negli uffici di cambio statali, per 25 pesos o 80 centesimi di dollaro.

La donna riconosce che la sua situazione non è delle peggiori: vive infatti in una casa di sua proprietà, non paga la scuola della figlia minore (il figlio maggiore già lavora), e neanche le spese mediche per il padre, perché “di questo si occupa lo stato”. Tuttavia, aggiunge, “ciò che riceviamo con la tessera di razionamento [la ‘libreta’] non è sufficiente, non com’era prima”.

Le tessere annonarie familiari vengono consegnate annualmente, e il razionamento viene usato dal governo cubano per assicurare che ogni cittadino abbia accesso ad un paniere di alimenti di base a un prezzo sovvenzionato, che copre “non meno della metà del fabbisogno nutrizionale”, secondo le stime ufficiali.

Il sistema dovrebbe garantire un’equa distribuzione di riso, fagioli, zucchero, caffè, olio, uova, sale, pasta, pane e biscotti, pesce, pollo, altre carni come salsicce, e latte e yogurt per i bambini.

La spesa mensile per persona nei prodotti sovvenzionati e razionati oscilla tra 26 e 38 pesos, secondo uno studio del Centro de Estudios de la Economia Cubana (CEEC), presso l’Università dell’Avana, al quale l’IPS ha potuto accedere.

I beni razionati hanno soddisfatto adeguatamente i bisogni basilari delle famiglie fino agli anni ’80, ma adesso coprono appena i loro bisogni per 10 o 12 giorni al mese, secondo ricercatori e consumatori.

Per completare la loro dieta, i consumatori devono recarsi agli agromercado, alcuni molto forniti e con prodotti di migliore qualità, ma dove i prezzi vengono fissati in base alla domanda e all’offerta.

Per il manzo, l’olio o il burro, servono i CUC. “Alle volte compriamo un panetto di burro da 250 grammi nella rete di negozi che accettano solo i CUC, che al cambio ci costa più di 30 pesos”, ha riferito l’insegnante.

“Il lavoratore che vive del proprio stipendio si trova in una situazione difficile, perché con ciò che riceve può comprare moltissimi prodotti sovvenzionati, ma non può permettersi altri articoli, anch’essi necessari, che vengono venduti a prezzo di mercato”, ha ammesso il presidente della Banca centrale Francisco Soberón alla fine del 2005.

Da un sondaggio sulla situazione economica delle famiglie realizzata dall’Ufficio nazionale di statistica nel 2001, era emerso che oltre il 66,3 per cento della spesa dei residenti all’Avana finiva in cibo e bevande, mentre solo il 33,7 per cento in altri consumi.

“È evidente che la situazione è rimasta praticamente invariata negli ultimi anni, e ciò dimostra la scarsa elasticità della struttura delle spese di consumo”, indica lo studio del CEEC. In confronto, le famiglie in Costa Rica e Spagna spendono in cibo solo il 33 per cento e il 26 per cento rispettivamente del loro reddito.

Benché le razioni alimentari non coprano tutti i bisogni nutrizionali della popolazione, tra il 2001 e il 2005 si è visto qualche lieve miglioramento, si legge nello studio, grazie alle misure adottate “per migliorare l’alimentazione dei cubani sia quantitativamente che qualitativamente”

L’analisi segnala un incremento delle quote per la produzione di riso nelle province orientali, maggiori tonnellate di riso e fagioli raccolti, una più frequente distribuzione di prodotti della carne, consegne più ampie e regolari di yogurt di soia, e un aumento nella distribuzione di olio vegetale.

L’insieme di questi approvvigionamenti, conclude lo studio, ha permesso un “miglioramento apprezzabile nel consumo di elementi nutritivi” tra il 2000 e il 2005, con aumenti del 31 per cento in termini di energia; del 34 per cento per le proteine e del 46 per cento dei grassi

Al di là delle statistiche, l’insegnante deve portare con sé molto denaro contante quando va a fare la spesa: “Nell’agromercado più vicino a casa – racconta – la carne di maiale costa tra i 20 e i 25 pesos; una testa d’aglio, tre o quattro pesos; un mazzo di lattuga dai tre ai cinque pesos, e le cipolle tra 4.50 e 10 pesos la libbra. Questa settimana ho trovato la malanga [un tubero molto apprezzato a Cuba] a due pesos”.

Un economista, che ha preferito rimanere anonimo, ha raccontato all’IPS che i prezzi dei prodotti sul mercato libero erano aumentati del 4,3 per cento nel 2006 rispetto al 2005; ed erano già cresciuti del 7,1 per cento rispetto al 2004.

A suo parere, i prezzi non scenderanno finché non aumenterà la produzione alimentare, che nel 2006 è retrocessa per il secondo anno consecutivo, con un calo del 10 per cento nella raccolta di tuberi e ortaggi. Nel 2005, la produzione era scesa del 20 per cento, a causa soprattutto di una persistente siccità.

Secondo l’economista, neanche la produzione di bestiame, in particolare di bovini, è riuscita a recuperare i livelli e gli indicatori di efficienza degli anni ’80.

“Nel 2006 – ha spiegato – ci sono state buone precipitazioni in tutto il paese e non si sono visti uragani, e questo dimostra che il continuo calo della produzione alimentare non può essere attribuito esclusivamente alle condizioni del tempo”.

Questo tema è stato al centro del dibattito negli incontri dell’Assemblea nazionale del potere popolare (parlamento unicamerale) lo scorso dicembre, dove si è evidenziato che uno dei principali motivi sarebbe la morosità dello stato nel pagare i prodotti che acquista dai contadini.

“Come possiamo avere cibo se non paghiamo i nostri maggiori produttori, che forniscono il 65 per cento di ciò che mangiamo?”, ha chiesto Raúl Castro, presidente cubano ad interim, oltre che deputato.

La discussione verrà ripresa nelle sessioni dell’Assemblea di giugno, quando le autorità agricole dovranno consegnare un “rapporto ufficiale breve e concreto, e senza giustificazioni” sulla questione.

Secondo gli esperti economisti, Cuba dovrà aumentare la propria produzione alimentare agricola e industriale, non solo abbassando i prezzi, ma anche riducendo la dipendenza di questo settore dalle importazioni, che negli ultimi due anni sono aumentate del 35 per cento.

Secondo i dati ufficiali, nel 2006 il paese ha speso 948 milioni di dollari nella distribuzione razionata degli alimenti di base per i suoi 11,2 milioni di abitanti.