ROMA, 15 gennaio 2007 (IPS) – L’appello di Papa Benedetto XVI per arrivare a soluzioni pacifiche in Medio Oriente e nel mondo ha ricevuto numerosi consensi.
Condannando il terrorismo come “perversione morale”, nel suo discorso d'inizio d'anno rivolto la scorsa settimana al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Pontefice ha chiesto libertà e dialogo tra le religioni.
Il Papa ha detto che il perdono è particolarmente necessario in Iraq, “in questi ultimi anni quotidianamente vittima di violente azioni di terrorismo”. Benedetto XVI non ha fatto riferimento all’esecuzione di Saddam Hussein.
Tuttavia, si intravede qualche segnale di speranza per il Medio Oriente, dove, ha ricordato, un “approccio globale” è necessario per soddisfare le priorità di Israele e della Palestina. “Rinnovo il mio pressante appello a tutte le parti in causa nel complesso scacchiere politico della regione, con la speranza che si consolidino i segni positivi tra israeliani e palestinesi registrati nelle ultime settimane”.
“Bisogna procedere attraverso un approccio globale, che non escluda nessuno dalla ricerca di una soluzione negoziata e che tenga conto delle aspirazioni e degli interessi legittimi dei diversi popoli coinvolti. In modo particolare, i libanesi hanno diritto a vedere rispettata l’integrità e la sovranità del loro paese; gli israeliani hanno il diritto di vivere in pace nel loro stato; i palestinesi hanno diritto ad una patria libera e sovrana”. ”Naturalmente, non sta a me dire ciò che il Papa dovrebbe fare”, ha detto Naji Abi Assi, ambasciatore libanese presso la Santa Sede, lo stato indipendente del Vaticano, e sede della fede cattolica. “Tuttavia, ciò che ha fatto è molto importante; ha mandato un grande messaggio di pace a tutte le parti coinvolte, invitandole a riflettere prima di agire. E questo è cruciale”.
All’appello del Papa dovrebbe seguire l’azione di una diplomazia multilaterale, ha detto Assi all’IPS. “Su basi concrete, la Santa Sede sta appoggiando l’idea di una conferenza internazionale per rivedere la situazione in Medio Oriente. Sarebbe un’iniziativa molto importante”.
Secondo Naji Abi Assi, il passaggio chiave nella dichiarazione del Pontefice è stato l’”invito a un approccio globale, non parziale. Il suo discorso ci pone di fronte a una sorta di bivio, si basa su principi che hanno già dimostrato la loro efficacia, e che potrebbero portare alla pace – ci auguriamo nel 2007”.
Il Papa ha espresso anche preoccupazione per alcuni temi 'caldi', fra cui l’”irachizzazione” dell’Afghanistan, che prosegue malgrado la “missione di peacekeeping”, il cui obiettivo era la ricostruzione del paese e il sostegno per la sua rinascita democratica.
In Afghanistan, l’Italia appoggia la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (ISAF) guidata dalla NATO (Organizzazione del trattato Nord-Atlantico), con circa 1.300 soldati. Obiettivi di ISAF sono il mantenimento delle condizioni di sicurezza e l'aiuto allo sviluppo attraverso azioni umanitarie e ricostruzione, ma finora i risultati sono discutibili.
I pareri sulla permanenza dell'Italia nella partecipazione alla missione afgana restano discordanti.
”La guerra in Afghanistan non si è mai davvero conclusa”, ha detto all’IPS il Generale Fabio Mini, ex comandante in capo del contingente italiano in Kosovo. Lo scorso anno la violenza è cresciuta, con l’aumento di attacchi da parte di gruppi talebani e di bombardamenti indiscriminati delle forze NATO.
”Le condizioni del paese sono estremamente instabili, e naturalmente rappresentano un ostacolo all’obiettivo finale del nostro impegno militare, che è la stabilizzazione”, ha proseguito il Generale Mini. “Ma non è una buona ragione per abbandonare l’Afghanistan al suo destino. Il contributo militare non è semplicemente un problema di guerra o pace; è diventato uno strumento necessario di politica estera”.
Il Papa non ha fatto alcun commento sul coinvolgimento militare in Afghanistan, né ha analizzato le prevedibili conseguenze di una ulteriore militarizzazione.
Durante la messa dell'Epifania, il Papa era invece tornato sul tema della globalizzazione, caro al suo predecessore, Giovanni Paolo II.
”I leader religiosi di tutte le confessioni hanno un ruolo fondamentale nel garantire che gli aspetti spirituali e culturali della vita non siano dimenticati, mentre gli uomini affrontano le sfide della globalizzazione”, ha detto il Pontefice, aggiungendo che il centro dell’universo non può più essere l’Europa, o l’occidente.