TORONTO, 8 novembre 2006 (IPS) – “Non ho paura di essere uccisa”, ha dichiarato la giornalista egiziana Abeer al-Askary, che è stata più volte minacciata e malmenata dalle forze di sicurezza del governo egiziano.
“Il cammino verso la piena libertà d’espressione è lungo e difficile”, ha detto Al-Askary all’IPS.
Al-Askary era a Toronto la settimana scorsa per ritirare uno dei tre Premi internazionali per la libertà di stampa assegnato dalla CFJE (Canadian Journalists for Free Expression).
Gli altri due vincitori sono il giornalista colombiano della stampa e della televisione Hollman Morris, e lo scrittore e fotografo pakistano Hayat Ullah Khan.
Sarà la famiglia di Khan a ricevere il premio, di 3.000 dollari, dato che Khan fu sequestrato il 5 dicembre 2005 e il suo corpo ritrovato senza vita nel Nord Waziristan, vicino all’Afghanistan, il 16 giugno di quest’anno, incappucciato e ucciso da un colpo sparato alla testa. Sarebbero sospettati i servizi speciali pakistani, poiché Khan è stato rapito quattro giorni dopo la pubblicazione di notizie e foto su un attacco missilistico sul Nord Waziristan presumibilmente per mano di un “drone” (un aereo telecomandato) statunitense.
“Quest’anno, i vincitori provengono da alcune delle regioni più difficili per il mestiere di giornalista”, ha dichiarato Carol Off, presidente della commissione per l’assegnazione del premio. “Si tratta di figure di massimo rilievo, impegnate nel denunciare apertamente e raccontare le storie delle persone più vulnerabili nel mondo”.
La CJFE promuove e difende la libera espressione e la libertà di stampa, e assegna migliaia di dollari per aiutare i giornalisti perseguitati in America Latina, Africa, Asia e Europa dell’Est.
I giornalisti sono spesso l’unica via attraverso cui indigeni, contadini e persone oppresse possono far sentire la loro voce, ha affermato Hollman Morris in un’intervista.
“Dobbiamo andare dalle persone più umili, affinché possano esercitare il loro diritto di parlare”, ha detto all’IPS.
Morris è stato scrittore e editore di un quotidiano e, più recentemente, direttore e produttore di Contravia, un notiziario televisivo che ha girato il paese indagando sulle atrocità commesse in Colombia dai paramilitari di destra e dalle guerriglie di sinistra.
“È molto difficile praticare questo tipo di giornalismo”, ha spiegato. “Si incorre nell’intolleranza, nell’intimidazione e nelle minacce”
Morris è stato costretto a nascondersi in Spagna, ha ricevuto minacce di morte, e persino delle critiche da parte del presidente colombiano Alvaro Uribe, il quale avrebbe dichiarato, a torto, che l’uomo sapeva in anticipo di un attacco della guerriglia contro le truppe del governo. Uribe ha poi ritrattato la sua affermazione.
Ma queste paure personali non sono niente, rispetto ai timori di non rivelare ciò che sta realmente accadendo alla gente in questo paese, ha aggiunto.
Contravia non è più in onda, per mancanza di fondi e di spazi. Le reti televisive colombiane sono controllate da due grandi imprese private che trasmettono solo soap opera e reality, ha segnalato.
“Non riesco a capire come in un paese che vive la situazione più drammatica riguardo ai diritti umani, con 25 milioni di persone povere e 3 milioni di sfollati, possa non esserci spazio per opinioni, dibattiti o documentari sui media”, lamenta Morris.
L’immagine diffusa dai media sulla Colombia è leggermente migliore in Nord America, dove è centrata quasi unicamente sulle guerre legate alla droga.
”Mi chiedono sempre dei signori della droga”, ha osservato Morris. “Ci sono notizie molto più straordinarie – e più belle – di cui parlare in Colombia”.
Abeer Al-Askary ha documentato coraggiosamente gli abusi dei diritti umani in Egitto, di cui normalmente non si parla. Negli ultimi cinque anni, per conto di quotidiani e siti web indipendenti, ha raccontato di funzionari della pubblica sicurezza del Ministero degli interni che avrebbero coordinato azioni di tortura contro attivisti e prigionieri. I suoi articoli hanno contribuito a rivelare una frode commessa durante le elezioni egiziane, che coinvolgerebbe in particolare il figlio del presidente Hosni Mubarak e la questione della sua eredità per la presidenza.
La giornalista ha subito delle minacce l’11 maggio scorso, dopo aver riferito delle proteste organizzate per solidarietà con i giudici egiziani. Al-Askary stava preparando un’intervista a diversi avvocati e giudici quando alcuni funzionari la avrebbero costretta a seguirli alla stazione di polizia. È stata accusata di adulterio e aggredita, le hanno confiscato il telefono cellulare, e intimato di smettere di scrivere. È stata infine rilasciata dopo tre ore, con diversi lividi e un occhio nero.
La donna si è anche occupata dei diritti dei Bahai egiziani oppressi in un’epoca in cui l’estremismo islamico è assai diffuso.
Al-Askary sa che le autorità egiziane stanno forse aspettando il suo ritorno.
”Il mestiere del giornalista è denso di difficoltà”, ha detto. “È il mestiere di dire la verità. Questo è il mio compito, e vorrei continuare a svolgerlo”.
Secondo Reporter Senza Frontiere, quest’anno sono stati uccisi 65 giornalisti e imprigionati 131. A settembre, la Federazione internazionale dei giornalisti, insieme ad altri gruppi per la libertà di stampa e per i diritti umani, ha lanciato una nuova iniziativa globale volta a intensificare gli sforzi internazionali per un giornalismo più sicuro nel mondo.