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GUATEMALA: Divorati dalla fame

JOCOTAN, Guatemala, 23 ottobre 2006 (IPS) – L’ambulanza si ferma lungo la strada, proprio dove comincia un sentiero ripido e pietroso che sale verso il remoto villaggio guatemalteco di Shumpá. L’obiettivo degli operatori sanitari è salvare la vita di una bambina di due anni che soffre di grave malnutrizione.

Celi Aldana è solo una fra tanti. In Guatemala quasi la metà dei bambini al di sotto dei cinque anni soffre di malnutrizione cronica, il che mette a rischio la loro crescita fisica e mentale, e compromette il futuro stesso del paese, che registra i peggiori indicatori nutrizionali in America Latina, pur non essendo il paese più povero della regione.

L’ambulanza, che è stata donata dal Giappone, proviene da Camotán, una cittadina a maggioranza indigena Chorti, nella provincia orientale di Chiquimula.

María Santos, abitante del villaggio e supervisore per l’Ufficio nazionale della donna di Camotán, esce dal veicolo e si incammina verso l’ultima casa del villaggio, in cima alla collina. Era stata informata che Celi, una degli 11 figli della 42enne Cornelia Gutiérrez, mostrava segni di malnutrizione.

Giunta a destinazione, Santos trova Celi con un volto inespressivo accanto al fratellino Bibiano di tre anni, tutto coperto di fango, e alla sorella di sette anni Elisa, che bada agli altri due. Due mucche, diverse galline e una scrofa con la cucciolata, allevati per essere venduti al mercato, scorrazzano tra i bambini ed alcuni cani famelici nel patio della casa.

Dentro la casa fatta di paglia e fango, senza elettricità, Cornelia sta accudendo l'undicesimo figlio, nato appena nove giorni fa.

Cornelia, preoccupata per Celi, dice che è la prima volta che uno dei suoi figli si trova in queste condizioni: “È malata da tre mesi. Ma l’ultima volta che sono andata all'ospedale di Camotán, il dottore mi ha detto soltanto che avevamo molti figli, e per questo erano malnutriti”.

Santos spiega alla madre che l’ambulanza le sta aspettando, e le chiede di lasciare che Celi venga portata al centro di recupero nutrizionale di Jocotán, un villaggio vicino a Camotán. Ma Cornelia dice di dover chiedere il permesso al marito, che adesso è fuori a raccogliere il mais.

Dopo aver aspettato il marito fino alle 5 del pomeriggio, Santos deve andare a casa ad occuparsi dei suoi sei figli, ma promette di ritornare il mattino seguente.

L’ambulanza ritorna a Camotán, e si ripresenta il giorno successivo. Ma il padre di Celi rifiuta di far portare la figlia al centro sanitario.

Purtroppo, è una situazione comune, racconta Juan Manuel Mejía, l’unico medico del centro di recupero del Ministero della sanità a Jocotán. La maggior parte delle madri, ha spiegato all'IPS, non possono lasciare la loro casa, il marito e gli altri figli per accompagnare una figlia malata al centro.

Per di più, il “machismo” o sciovinismo maschile prevalente non permette alle donne di prendere delle decisioni da sole, come nel caso di Cornelia.

Mejía sostiene che il machismo si può facilmente osservare quando la famiglia si riunisce a tavola: “Prima viene servito il padre, che è tornato stanco dal lavoro, poi i bambini, e solo alla fine mangiano anche le bambine e la madre”.

Ciononostante, il centro sanitario statale non è vuoto: in agosto ha assistito 159 casi di malnutrizione acuta, e ciò vuol dire che il totale di quest’anno supererà i 197 accessi registrati lo scorso anno.

E nell’ospedale per l’infanzia di Belén gestito dalla chiesa parrocchiale a Jocotán, nel 2005 sono stati trattati 214 casi di malnutrizione acuta, anche se tre dei pazienti sono morti, ha segnalato il personale all’IPS.

La malnutrizione a Chiquimula finì sulle prime pagine della stampa internazionale nel 2002, quando una grave crisi alimentare aggravò il problema già esistente. Nei villaggi vicini a Camotán e Jocotán, addirittura il 25 per cento dei bambini soffriva di malnutrizione.

Le cause furono diverse: quando i prezzi del caffè precipitarono ai minimi storici a livello mondiale, le esportazioni dal Guatemala crollarono, nel 2001. Questo, insieme alla siccità, alla cattiva qualità del suolo e alla fragile economia contadina, portò alla carestia.

La grave siccità che colpì il Guatemala orientale e il calo nella produzione di caffè portarono alla perdita di 190.000 posti di lavoro tra il 2000 e il 2001, secondo quanto registrato da Anacafe, l’Associazione nazionale del caffè del Guatemala. E anche i salari subirono un brusco crollo.

Dal 2000 al 2001, i prezzi del caffè crollarono da 90,60 dollari al quintale a 56,80 dollari, e i profitti dalle esportazioni di caffè, principale prodotto da esportazione del paese, nel 2001 registrarono il 46,7 per cento in meno rispetto al totale del 2000.

La crisi ha accentuato il problema della malnutrizione. Secondo l’Indice dello sviluppo umano del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) il 49 per cento dei bambini guatemaltechi al di sotto dei cinque anni è sottopeso rispetto all’età.

E secondo l’Organizzazione Onu per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), il 22 per cento della popolazione è denutrita.

Il problema è ancora più grave tra le popolazioni indigene: poco meno del 70 per cento dei bambini indigeni è malnutrito.

In Guatemala, i popoli indigeni rappresentano ufficialmente il 40 per cento della popolazione. Ma organizzazioni non governative (Ong) come Refugees International parlano addirittura del 65 per cento. Il resto della popolazione è prevalentemente meticcia (indigena ed europea), con una piccola minoranza di origine europea.

Il Fondo dell’Onu per l’infanzia (Unicef) riferisce che il Guatemala è il paese con il più alto tasso di malnutrizione in tutta l’America Latina, persino maggiore della media del 35,2 per cento registrata in Africa.

Secondo le statistiche ufficiali, il 56 per cento della popolazione del Guatemala, di 13 milioni di persone, vive nella povertà. Ma le Ong stimano che i poveri arrivano a rappresentare fino all’80 per cento della popolazione.

Il rappresentante dell’Unicef in Guatemala Manuel Manrique, osserva che gli effetti della malnutrizione sullo sviluppo di un bambino sono come una “sentenza di morte”, poiché essa “compromette la loro salute, la loro capacità di apprendere, e la loro crescita”.

Quanto alle cause, Manrique sostiene che più del 60 per cento delle famiglie del Guatemala non può permettersi una dieta adeguata; le popolazioni delle aree rurali hanno un accesso limitato ai servizi sanitari, ad acqua pulita e igiene, e gli adulti di queste aree hanno una scarsa o nessuna formazione scolastica.

La malnutrizione è anche il risultato di “fattori strutturali, come una spesa sociale limitata, povertà estrema e emarginazione sociale”, ha aggiunto.

Manrique ha segnalato che alcuni progetti efficaci, come l’aggiunta di vitamina A allo zucchero di produzione nazionale, sono attualmente minacciati dall’accordo di libero commercio dell’America Centrale firmato con gli Stati Uniti, che consente l’accesso nel paese di zucchero senza integratori proveniente dall’estero a costi inferiori.

Tuttavia, negli ultimi anni, la Gran Alianza Nacional, il partito conservatore al governo, ha incominciato ad introdurre il problema della malnutrizione nella propria agenda di politica pubblica.

Nel 2005 è stata creata la Secretaría de Seguridad Alimentaria y Nutricional (Sesan), per pianificare nuove strategie rispetto al problema alimentare, e coordinare azioni tra istituzioni pubbliche, Ong e donatori internazionali.

Andrés Botrán, a capo di Sesan, ha detto all’IPS che la malnutrizione è “una sfida per lo stato”, e che “perché le politiche pubbliche siano efficaci, è necessario coinvolgere la società”. A tale scopo, è stato creato il Consiglio nazionale per la sicurezza alimentare e nutrizionale, che comprende sette rappresentanti della società civile.

A luglio, Sesan ha presentato un programma per la riduzione della malnutrizione cronica, che comprende 41 comuni, ed è centrato sull’educazione sanitaria e sulla salute riproduttiva. Secondo Botrán il programma dimezzerà il livello della malnutrizione entro i prossimi 15 anni.

Attualmente viene distribuito gratuitamente un integratore alimentare, il Vitacereal, a più di 40.000 neonati e bambini tra i 6 e i 36 mesi, e a 13.000 donne incinte e madri nel periodo di allattamento.

Ma, secondo Manrique, per ridurre in modo significativo il tasso di malnutrizione cronica, questi programmi dovrebbero raggiungere oltre 170 comuni e più di un milione di bambini, ecco perché sarebbero necessari più fondi.

* Inviato speciale IPS