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MEDIA: Come si dice Al Jazeera in inglese?

LONDRA, 25 settembre 2006 (IPS) – L’apertura di un servizio in lingua inglese della TV araba Al Jazeera è molto di più che l’espansione di un’impresa: secondo alcuni accademici, rappresenta una delle maggiori sfide al predominio delle agenzie di notizie occidentali.

“L’imminente lancio di Al Jazeera International, l’edizione in inglese del network di news pan-arabo, potrebbe influenzare il modo in cui le notizie televisive vengono recepite nelle sale stampa di tutto il mondo”, ha spiegato all’IPS il prof. Daya Thusu, dell’Università di Westminster di Londra. “Potrebbe costituire una sfida al dominio dei network di news anglo-americani”.

Dal momento che il mondo arabo di cui Al Jazeera si interessa è tra le aree con più informazioni nel mondo, ed è probabile che continui ad esserlo ancora a lungo, si tratta di uno sviluppo molto importante, ha detto Thusu.

“Una prospettiva araba su ciò che avviene in un’area del mondo strategica dal punto di vista geo-politico ed economico diventa molto importante per la nostra comprensione delle questioni internazionali”, ha detto alla chiusura di un seminario sull’internazionalizzazione dei media tenuto a metà settembre presso l’Università di Westminster.

“Gli Stati Uniti hanno definito la ‘guerra al terrorismo’ una ‘guerra lunga’, che potrebbe anche riflettersi in una guerra nell’etere”, ha detto Thusu. “Questo può non essere necessariamente negativo, dopotutto”.

La conferenza, che ha riunito esperti di media e accademici provenienti da almeno 50 paesi, ha affrontato diverse questioni politiche legate all’internazionalizzazione dei media, nell’ambito di tematiche che interessano sia i lavoratori del settore che gli studiosi dei media.

“L’idea di organizzare una conferenza internazionale sul modo di studiare i media è emersa da un diffuso sentimento di insoddisfazione per il predominio dei modelli anglo-americani nello studio dei media in un momento in cui i media stessi sono diventati globali”, ha osservato Thusu. “La conferenza è riuscita a creare una maggiore consapevolezza della necessità di essere più cosmopoliti quando si parla di media”.

L’internazionalizzazione dei media è una questione profondamente politica, e di conseguenza inevitabilmente controversa. E la stessa Al Jazeera rimane tra le agenzie di notizie più controverse.

Ma non è la prima volta che viene lanciata una simile sfida ai media costituiti. “Storicamente, sono sempre esistiti i media alternativi, che hanno sempre sfidato quelli tradizionali”, ha detto all’IPS Robin Mansell, presidente della International Association for Media and Communication Research, con sede negli Usa. “Ciò che è cambiato è la dimensione globale dei nuovi media”.

Ma la vera sfida non è nella nascita di nuovi media, sostiene Mansell. “In quale misura questa nuova sfida opera parallelamente ai media esistenti, e in che misura presenta un punto di vista alternativo riconosciuto in tutto il mondo: questa è la scommessa”.

Ma è dunque una questione di credibilità? “Penso che la credibilità sia sempre stata una questione centrale per i media”, afferma Mansell. “Nel caso dei nuovi media, il problema è sempre quello di verificare la fonte delle notizie”.

E i background politici divergenti delle diverse agenzie di notizie implicherebbero diversi valori giornalistici? “Credo che in ogni cultura si discuta su che cos’è una notizia”, ha detto Mansell. “Anche se è una specie di chimera. I valori sono cambiati nel tempo”.

Il cambiamento non è avvenuto solo con Al Jazeera. Anche le agenzie di news di altri paesi guadagnano terreno. Canali di news come CCTV9 in Cina e NDTV in India stanno conquistando un pubblico crescente, ha segnalato Thusu.

“Pensiamo poi al contro-flusso in aumento di prodotti media dal Sud del mondo al Nord, e nel Sud al suo interno; per esempio Bollywood, il cinema coreano, l’animazione giapponese, i notiziari arabi”, ha detto Thusu ai delegati.

Ma questo spostamento a sud nel dominio dei media non è una novità, ha osservato.

“È importante ricordare che un approccio internazionale nello studio e nella ricerca sui media permetterebbe di riconoscere la loro storia globale: che la stampa fu inventata in Cina e non a Francoforte, che la prima pressa tipografica fu creata nell’Impero ottomano nel 1511, e la prima pressa nelle Americhe non nacque negli Usa ma in Messico, nel 1535”, ha proseguito Thusu.

“Nel 1780 l’India aveva un solo quotidiano, mentre negli anni ’70 dell’800 circolavano più di 140 giornali nelle diverse lingue dell’India. Il primo quotidiano arabo fu lanciato nel 1789, mentre il primo giornale cinese all’estero fu fondato a San Francisco nel 1854. I media hanno una lunga storia, che va ben oltre le classiche versioni anglo-americane o europee”.

L’India e la Cina avranno un crescente impatto sui media e sugli studi dei media.

“La crescita economica in India e la ‘rivolta pacifica' della Cina – le due antiche civiltà con enormi potenzialità di influenza sull’emergente società ‘della conoscenza’ globale – è probabile che influiranno sul modo di concepire gli studi sui media”, ha detto Thusu.

“La versione cinese della commercializzazione dei media – laddove lo stato ha avuto un ruolo centrale nella globalizzazione – offre spunti interessanti per la futura ricerca sui media e la comunicazione”.

“Se non vogliamo – ha aggiunto Thusu – che le fratture culturali emerse nel ‘villaggio globale’ sulla scia dell’11 settembre si traducano in un abisso, bisognerà attivare una comunicazione interculturale molto efficace. E cioè orientarsi verso una prospettiva di ricerca innovativa, più inclusiva e cosmopolita, che passi attraverso i confini disciplinari, etnici, nazionali e religiosi, per abbracciare i flussi multivocali, multidirezionali e multimediali che costituiscono il panorama della comunicazione globale”.