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GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO – SUD AFRICA: La speranza in una valigia

JOHANNESBURG, 20 Giugno 2006 (IPS) – Il conflitto nel suo paese, la Repubblica democratica del Congo (RDC), ha reso impossibile a Rachael Mukoma restare lì. Ma altrettanto difficile è stato per lei lasciare la sua terra.

“Volevamo disperatamente arrivare in Sud Africa, eravamo giovani e senza un soldo”, ha detto Mukoma all’IPS, raccontando come lei e i suoi amici divennero rifugiati.

Le persone che guidavano lungo le strade tra RDC, Zambia, Zimbabwe e Sud Africa erano indifferenti, si rifiutavano di offrire gratuitamente un passaggio, o chiedevano prestazioni sessuali in cambio del trasporto.

Una volta in Sud Africa, Mukoma si è trovata ad affrontare nuove difficoltà.

“Una notte sono stata stuprata; la mattina successiva sono andata alla stazione di polizia e mi hanno detto che era troppo tardi per la denuncia”, ha raccontato.

La vita nel centro finanziario di Johannesburg era squallida anche da altri punti di vista.

“Alla fine andavo in giro e dormivo ovunque, a casa di amici o di conoscenti. Non avevo scelta, dovevo sopravvivere”, riferisce Mukoma.

“Sono stata arrestata e trattenuta tre volte a Lindela (un centro di deportazione)”. A quell’epoca era ancora un’adolescente.

“In famiglia eravamo in dieci. Gli altri sono stati uccisi in guerra, ora siamo rimasti in tre: io e i miei due fratelli più piccoli”, racconta Mukoma, che ha appena compiuto 21 anni.

Ha trascorso un mese in Zambia prima di arrivare in Zimbabwe, e infine in Sud Africa.

Sfortunatamente, la sua non è un’esperienza isolata tra i giovani rifugiati, afferma Glynis Clacherty, ricercatrice sudafricana che cinque anni fa ha avviato un programma di terapia dell’arte per bambini rifugiati non accompagnati, il “Progetto valigia”.

Bambini provenienti da Etiopia, RDC, Rwanda, Burundi e Angola hanno partecipato al programma, durante il quale decoravano delle valigie con disegni che riflettessero le singole esperienze. Le valigie sono state scelte anche come simbolo del viaggio, che accomuna tutti i bambini rifugiati.

Le esperienze di molti bambini, tra cui quella di Mukoma, sono raccontate in un libro, “The Suitcase Stories: Refugee Children Reclaim Their Identities”, presentato recentemente a Johannesburg in vista del 20 giugno, Giornata mondiale dei rifugiati.

Una rifugiata del Burundi, mentre leggeva la sua storia, è scoppiata a piangere, obbligando Clacherty a intervenire e finire la lettura.

“In Sud Africa non sono tanti i bambini rifugiati non accompagnati, ma sono molto vulnerabili; sono soli”, ha detto all’IPS Clacherty.

“Molti dei loro bisogni fondamentali non vengono soddisfatti. Non hanno denaro per il cibo o per le tasse scolastiche. Le ragazze sono considerate più deboli, perché sono giovani e vivono da sole”.

Clacherty userà i guadagni del libro per aiutare i bambini rifugiati in Sud Africa, ma spera anche di riuscire a far sì che quelle esperienze non rimangano sconosciute all’opinione pubblica.

“Ho capito che questi bambini sono emarginati: non hanno voce, sono una comunità senza voce. Ho pensato che fosse importante registrare le loro voci; alcune delle storie sono state raccontate in un giorno, per altre c’è voluto più tempo perché troppo dolorose da raccontare”.

Queste parole sono state confermate da Eder Katende, una ragazza di 18 anni della RDC. “I rifugiati hanno qualcosa nel cuore che desiderano esprimere. Nel libro, vogliamo mostrare i nostri sentimenti e raccontare che tipo di persone siamo”, ha dichiarato.

I bambini costituiscono circa il 49 per cento dei rifugiati nei paesi dell’Africa meridionale, come Botswana, Namibia, Zimbabwe, Zambia, Malawi, Angola, Mozambico e Sud Africa, ha riferito all’IPS un portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).

Secondo l’UNHCR, alla fine del 2005 i rifugiati erano in totale 8,4 milioni.

I rifugiati adulti, che cercano di guadagnarsi da vivere, si trovano spesso a competere in un mercato del lavoro impenetrabile, e a convivere con l’ostilità della gente del posto.

“In Sud Africa c'è molto odio e xenofobia nei confronti degli stranieri”, ha detto Katende all’IPS.

“La discriminazione e la xenofobia sono un grosso problema, ha aggiunto Clacherty, così come procurarsi dei documenti… e anche quando riescono ad averli, sono comunque perseguitati dalla polizia”. “E vengono discriminati anche a scuola e nelle comunità”, ha aggiunto.

Questi pregiudizi hanno delle conseguenze. “Quando cammino per strada sono timida. Ci chiamano in tutti i modi, come 'makwerekwere' (termine dispregiativo usato per gli stranieri in Sud Africa)”, ha raccontato Mukoma.

Però, osserva Clatcherty, “loro (i locali) dovrebbero considerarli persone, non rifugiati. Sono dei sopravvissuti”.

Nonostante tutto quello che hanno passato, i bambini protagonisti di “The Suitcase Stories: Refugee Children Reclaim Their Identities” conservano la speranze nel futuro.

“Io voglio andare in Australia, e porterò questa valigia…perché racconta la mia storia”, dice un bambino nel libro.

Mukoma vorrebbe lavorare con i bambini: “Voglio diventare un’insegnante …Mi piace molto”.(FINE/2006)