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SCIENZA-SUDAFRICA: Da ‘pubblica o perisci’ a ‘pubblica e svanisci’

CITTA’ DEL CAPO, 17 maggio 2006 (IPS) – “Pubblica o muori” è l’avvertimento che molti accademici ricevono all’inizio della loro carriera. Ma è un tipo di pubblicazione molto particolare, quella a cui i ricercatori si riferiscono.

Quello a cui ambiscono è conquistare l’immortalità per le loro scoperte, con testi difficili da reperire tra gli scaffali della libreria sotto casa: riviste accademiche specializzate, fitte di note a piè di pagina e di terminologia tecnica.

Agli accademici ambiziosi, queste riviste offrono l’opportunità di vedere riconosciuto il proprio lavoro dai luminari del settore, e di strappare inviti per le conferenze all’estero. Nonostante la loro tiratura limitata, le riviste specializzate possono anche nel tempo influenzare i governi e modellare le economie.

O almeno, così dovrebbe essere.

Tuttavia, una ricerca appena pubblicata da sei membri dell’Accademia delle scienze del Sudafrica ha concluso che il sistema locale delle pubblicazioni è fortemente incrinato. (L’accademia è un ente indipendente con sede nella capitale, Pretoria, che riunisce i più eminenti ricercatori del paese).

Pudicamente intitolato “Un approccio strategico alle pubblicazioni scientifiche in Sudafrica”, il documento, di 180 pagine, indica che oggi le pubblicazioni sono principalmente motivate dagli incentivi finanziari, invece che dal desiderio di dare respiro ad importanti scoperte.

Sono appena una ventina le riviste sudafricane accreditate a livello internazionale, un fattore che dipende dalla misura in cui il materiale pubblicato è in grado di influenzare, o di essere citato dai ricercatori oltreconfine.

Ma molte di più, 255 in totale, sono le pubblicazioni riconosciute dal Ministero dell’educazione “Alcune… non valgono nemmeno la carta su cui sono stampate”, secondo Anastassios Pouris, direttore dell’Istituto per l’innovazione scientifica all’Università di Pretoria, e uno degli autori del rapporto.

Perciò, che un articolo accademico venga pubblicato su una rivista di alto livello, o su un periodico considerato mediocre, in entrambi i casi esso frutta all’università da cui proviene l’autore un sussidio statale di ben 13.000 dollari. Ciò sembra aver incoraggiato le istituzioni del terziario con problemi di liquidità a pubblicare, con scarsa considerazione per il valore reale di una ricerca o la sua adeguatezza.

E con scarsa considerazione anche del fatto che l’articolo venga letto o meno. Circa un terzo delle riviste sudafricane non ha mai pubblicato nessun articolo che sia stato citato da qualche ricercatore all’estero, assicura il professor Johann Mouton, direttore del Centro ricerche di scienza e tecnologia all’Università di Stellenbosch, nella Provincia del Capo occidentale, e fra gli autori del rapporto.

La proliferazione delle riviste è dovuta in parte agli ostacoli che gli accademici dei paesi in via di sviluppo devono superare per vedere riconosciute le proprie pubblicazioni nelle pochissime testate di rilievo.

Queste difficoltà si manifestano in diverse forme e misure, da computer decrepiti e problemi linguistici, a telecomunicazioni lentissime, all’afflusso di studenti in villaggi troppo piccoli per contenerli.

Oltre a questo, dichiara il professor Dan Ncayiyana, editor del South African Medical Journal, c’è “la percezione che la ricerca nel Sud non goda della stessa reputazione o accettazione della ricerca nel Nord” (La sua è tra le pubblicazioni locali dichiarate di prim’ordine dall’Accademia delle scienze del Sudafrica).

Il risultato è che gli accademici cercano fortuna con altre riviste, alcune delle quali lasciano davvero a desiderare.

Ma Isaac Mazonde, vicedirettore ricerca e sviluppo all’Università del Botswana, si dice contrario all’uso degli stessi criteri per valutare pubblicazioni diverse.

“Non serve a niente confrontare le mele con le arance”, osserva.

“Le riviste devono essere giudicate sulla base degli obiettivi che loro stesse si sono preposti. Le pubblicazioni che coprono una regione geografica specifica non hanno necessariamente uno sbocco di minore qualità; hanno un mandato che in genere è legato ai bisogni di sviluppo specifici di quella regione”.

Spostando l’attenzione sul ristretto numero di lettori di molte pubblicazioni sudafricane, il rapporto dell’accademia evidenzia anche la difficoltà di far sì che la più ampia comunità possa beneficiare della ricerca scientifica.

Se gli scienziati non comunicano con i ricercatori di altre istituzioni attraverso il canale riconosciuto delle riviste accademiche, ci sono forse scarse speranze che il loro lavoro sulla malaria, la tubercolosi o l’educazione venga preso in considerazione dai politici al governo.

“Che senso ha passare il tempo a fare una cosa inutile?”, chiede Pouris.

Per risolvere queste questioni complesse, l’accademia ha proposto che le università che ricevono sussidi statali per le pubblicazioni assegnino un contributo fisso alle riviste locali, per dare loro la possibilità di pubblicare le loro ricerche scientifiche su Internet. Cosa che molte non possono ancora permettersi.

La speranza è che questo permetta alla ricerca “povera” di esporsi, di non rimanere sepolta sotto pile di libri nelle università. Rendere accessibile il contenuto di riviste meno note con un semplice click, può aumentare il numero di lettori e, ancora più importante, le opportunità che un buon articolo venga citato.

“Internet ha cambiato radicalmente ogni cosa”, conclude Wieland Gevers, dirigente dell’accademia. “Possiamo andare in rete affinché tutto il mondo veda”.

Alcuni aspetti chiave del rapporto, pubblicato questo mese, sono stati discussi alla conferenza dei responsabili per la ricerca e l’innovazione in Sudafrica, tenutasi a Pretoria la settimana scorsa. I ricercatori dell’accademia hanno risposto alle richieste del Dipartimento di scienza e tecnologia, reperendo tutte le pubblicazioni valide degli ultimi 15 anni.

“Le riviste sono la linfa vitale della scienza che vive e si evolve”, ha detto Xola Mati, capo progetto all’Accademia delle scienze del Sudafrica.