BANGKOK, 10 marzo 2006 (IPS) – Chiudendo le porte a un’organizzazione svizzera specializzata nella risoluzione dei conflitti, i capi militari del Burma hanno posto fine ad ogni speranza di aiuto internazionale per trasformare quel paese oppresso in una società aperta e libera.
Entro la fine di marzo il Centro per il dialogo umanitario (CHD) con sede a Ginevra dovrà sgomberare il suo ufficio, dal quale nell’agosto 2000 aveva avviato un programma di riconciliazione politica. Già partito a fine febbraio il rappresentante del centro indipendente a Rangoon, Leon de Riedmatten, che si è visto negare dalla giunta un nuovo visto.
”Siamo stati informati della decisione verbalmente”, ha detto all’IPS in un’intervista telefonica da Ginevra Andrew Andrea, responsabile della comunicazione per il CHD. “Non siamo sorpresi, ma arrabbiati. Questo renderà il nostro lavoro più difficile”.
Al momento il CHD, che vanta un record nell’aiuto per la risoluzione dei conflitti in Indonesia, Filippine e Nepal, tra gli altri, non ha avuto altra scelta che chiudere il proprio ufficio nella capitale birmana e considerare di lavorare da Bangkok.
La decisione della giunta, tuttavia, ha portato alla luce l’importante opera realizzata da de Riedmatten e dal suo staff, che hanno creato le condizioni favorevoli perché gli alti funzionari del governo militare dialogassero con gli altri importanti attori nel fallito percorso di pace della Birmania. Questi ultimi includono il Premio Nobel Aung San Suu Kyi, liberata dagli arresti domiciliari, alcuni membri del suo partito politico, la Lega nazionale per la democrazia (NLD), e leader delle comunità etniche del paese.
Il ruolo del CHD ha consentito all’inviato Onu Razali Ismail, di lavorare da intermediario tra il generale birmano Than Shwe, l’ex primo ministro Khin Nyunt e Suu Kyi, durante il suo mandato terminato a maggio del 2003. Suu kyi è stata nuovamente costretta agli arresti domiciliari, e ad oggi ha trascorso più di 10 degli ultimi 16 anni da prigioniera politica.
”Prima del CHD, non c’erano importanti organizzazioni straniere pronte a favorire il processo di riconciliazione in Birmania. Leon aveva inoltre ottimi contatti con gli alti livelli del governo militare”, ha dichiarato Soe Aung, portavoce del National Council of the Union of Burma (NCUB), organizzazione che riunisce 30 gruppi di esuli politici birmani. Non dovrebbe meravigliare che la comunità internazionale, compresi Stati Uniti, Gran Bretagna e i governi dell’Unione europea, abbiano consultato il CHD prima di stabilire le nuove strategie per la Birmania. “Molti governi avevano un dialogo costante con noi, grazie alla nostra capacità di interagire con tutti”, ha dichiarato Andrea.
Il successo dello scorso agosto in Indonesia – con la firma dell’accordo di pace tra Giakarta e i ribelli in lotta per l’indipendenza della provincia settentrionale di Aceh – è stato un punto a favore del CHD. Questo risultato, anticipato dall’avvio del dialogo tra il CHD e le due parti in guerra dal 1999, ha messo fine a un conflitto etnico che durava da 25 anni e conta 10.000 vittime.
”Grazie all’approccio del CHD, si sono create le giuste condizioni per le successive consultazioni di pace”, ha detto all’IPS Surin Pitsuwan, ex ministro degli esteri tailandese, coinvolto in quello sforzo di riconciliazione. “Si è presentato come protagonista non-minaccioso dall’inizio e ha lavorato per creare le condizioni psicologiche ad accettare la pace come opzione possibile”.
Le probabilità di successo nel Burma sono state ridotte dalla dura posizione della giunta nei confronti dell’ente svizzero. È una decisione che trasmette il messaggio inequivocabile che il Consiglio di stato per la pace e sviluppo (SPDC, State Peace and Development Council), come viene chiamato ufficialmente il regime militare, non è disposto ad ospitare alcuna organizzazione straniera che ostacoli il suo rigido controllo del potere.
A gennaio, l’atteggiamento del SPDC si è tradotto nella sospensione da parte del Comitato internazionale della Croce Rossa delle visite regolari alle circa 90 prigioni birmane, dove è detenuta la maggior parte degli oltre 1.100 prigionieri politici.
Ad agosto dello scorso anno, sono state imposte da Rangoon limitazioni negli spostamenti su strada alle organizzazioni internazionali umanitarie che lavoravano in Birmania, costringendo il Fondo globale per la lotta all’Aids, la malaria e la tubercolosi a sospendere le proprie attività.
La notizia dell’espulsione del CHD non fa che peggiorare la posizione della Birmania all’interno dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN), un raggruppamento regionale che, malgrado le critiche della comunità internazionale, è stato per anni di grande supporto, e che lo scorso anno ha avuto dei ripensamenti.
Questo mese, il ministro degli esteri di Singapore George Yeo, ha riportato la crescente difficoltà dei membri ASEAN in Birmania, riferendo al parlamento di Singapore che l’intransigenza di Rangoon non lasciava altra scelta che “distanziarsi” dal regime militare.
L’ASEAN – che comprende Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Filippine, Tailandia e Vietnam — ha visto negli ultimi anni precipitare il suo ruolo politico a causa dell’imbarazzo provocato dal regime sempre più repressivo di Rangoon.
Recentemente, il ministro degli esteri malese Syed Hamid Albar ha dichiarato ai giornalisti a Kuala Lumpur che il viaggio in Birmania finalizzato a monitorare il progresso democratico, previsto per questo mese, è stato fermato dalla giunta. Il viaggio era programmato per gennaio.
”Fermare l’operato del CHD testimonia ulteriormente la volontà dell’SPDC di giocare duro“, sostiene Surin. “Stanno comunicando al mondo che non vogliono aiuto dall’esterno”.