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SVILUPPO-ARGENTINA: Il nord dimenticato

BUENOS AIRES, 1 marzo 2006 (IPS) – Povertà e disoccupazione perdono terreno in Argentina, e con loro retrocede anche la mortalità infantile. Resistono però al nord, in un’area dove è mancato lo sviluppo, ma ecco le statistiche.

“Dopo la crisi del 2001, la ripresa non è stata equa in tutto il paese. Nel nord argentino continuano ad accumularsi difficoltà che vengono da lontano, e serve uno sforzo politico molto forte e sostenuto nel tempo”, ha detto all’IPS Liliana De Riz, responsabile del team che ha elaborato il Rapporto sullo sviluppo umano 2005.

Lo studio, promosso dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (PNUD) si intitola “L’Argentina dopo la crisi. Un periodo di opportunità” e comprende due capitoli. Il primo, “I territori della sfida”, allude alle nove province più arretrate, del nord, che rappresentano la “regione critica”.

A Jujuy, Salta, Catamarca, Tucumán, Santiago del Estero, Chaco, Misiones, Formosa e Corrientes vivono 7,5 milioni di argentini, il 20,8 per cento della popolazione totale del paese. Nel 2004, la povertà colpiva più del 60 per cento della popolazione della regione, contro il 44 per cento dei poveri sul totale nazionale.

Le condizioni di vita sono migliorate rispetto all’apice della crisi sociale ed economica, nel 2002, quando la percentuale di poveri ha raggiunto l’80 per cento in alcune di queste province, come a Formosa, al confine col Paraguay. “Ma serve molto di più”, ha detto De Riz.

“Il federalismo in Argentina non è cooperativo”, ha lamentato l’esperta riferendosi all’assenza di politiche federali di promozione delle aree depresse.

Così la mortalità infantile si aggira intorno al 16 per mille sul piano nazionale, mentre nella regione critica arriva a 22 morti per ogni mille nati vivi; una cifra che raddoppia nella regione meridionale della Patagonia.

Secondo il rapporto nel nord, “con gli indici più bassi di sviluppo umano e con il maggiore ritardo relativo”, vive il 26 per cento dei minori fino ai quattro anni d’età, un’ipoteca molto pesante per il futuro.

Nella regione critica, il tasso di analfabetismo è del doppio rispetto alla nazione e, per essere una zona col tasso più basso di popolazione urbanizzata, l’accesso alla salute, all’educazione e ad un alloggio dignitoso è molto più scarso che nel resto del paese.

Perché quest’area non ha tratto beneficio dalla ripresa economica cominciata nel 2003 e che si riflette su una crescita annuale del prodotto interno lordo (PIL) del nove per cento?

Le ragioni sono diverse e molte sono strutturali. La crisi ha solo accentuato un isolamento che già esisteva.

“L’attuale dinamica produttiva di questa regione non è sufficiente per il suo sviluppo”, segnala il rapporto. Il nord contribuisce ad appena il 10 per cento del PIL del paese, e se si misura la produzione per persona, il totale al nord ammonta alla metà dell’indicatore sul piano nazionale.

L’investimento destinato a questa zona è di appena il 10 per cento di ciò che viene mobilitato in tutto il paese, e la sua partecipazione al commercio con l’estero è dell’otto per cento (un terzo delle esportazioni è rappresentata dai minerali della provincia di Catamarca), concentrato in poche imprese.

Secondo il dossier “le opportunità di lavoro fuori dall’ambito pubblico sono minime”. Per ogni 1,2 impiegati nel settore privato ce n’è uno nel settore pubblico, mentre in tutta l’Argentina il rapporto è di tre a uno.

Un’alta percentuale di capofamiglia poveri sopravvive con i sussidi del governo nazionale. Quando l’attività economica ha cominciato a rivivere, molte di queste persone sono entrate nel mondo del lavoro. Ma, ancora una volta, questo processo registra cifre quasi nulle nella regione più critica. Mentre oggi nel resto dell’Argentina sono soprattutto le donne a percepire questi sussidi, nel nord sono uomini giovani.

Visto che la regione è caratterizzata da strutture produttive piccole, gli eventuali avanzamenti nello sviluppo dipenderanno dalla capacità di espansione attraverso la connessione tra imprese che oggi sono isolate, per mettere insieme fornitori di tecnologia, servizi di logistica e trasporti, osserva il rapporto del PNUD.

Per quanto riguarda il governo nazionale, lo studio segnala che non c’è nessun ministero con un’area destinata allo sviluppo delle regioni. Questi strumenti sono “dispersi”, non articolati e agiscono con “una forte discontinuità”, in funzione dei cambi di governo e di politica.

“Servono politiche pubbliche concertate e sostenute nel lungo periodo”, suggerisce il documento, che indica alcune strade per sviluppare alternative produttive nei settori agroalimentare, del turismo, minerario e forestale. Per questo, si legge, sono necessari investimenti e formazione delle risorse umane,.

Secondo De Riz, il modello migliore per aiutare il nord a superare il ristagno è quello delle “reti industriali”, che esistono negli Stati Uniti, in India, Messico, Spagna, Gran Bretagna, Tanzania e Brasile. Si tratta di una concentrazione di servizi e fornitori che offre alle imprese e ai suoi dipendenti il beneficio della sinergia.

“L’industrializzazione ‘reticolare’ è lo sforzo di collaborazione di gruppi di comunità e industrie che mettono insieme le loro conoscenze, esperienze e motivazioni per aumentare i vantaggi concorrenziali”, spiega il dossier.

Esistono aree potenziali per lo sviluppo, oggi isolate, soprattutto nel campo agricolo e dell’allevamento. Catamarca potrebbe diversificare la sua produzione con il noce, la paprica e i prodotti biologici. Corrientes dovrebbe svilupparsi nell’allevamento del pesce conosciuto come pacu e di specie ornamentali.

A Jujuy, che confina con la Bolivia, si raccomanda l’attenzione per il turismo rurale e storico e la coltivazione su larga scala di mango, palta (avocado), fico e miele, oltre all’allevamento di camelidi (lama) e all’elaborazione di formaggi che permetterebbe lo sviluppo di un’industria casearia diversa da quella dei bovini, presente nel centro dell’Argentina.

“La grande maggioranza di queste opportunità produttive sono state sperimentate localmente, e molte hanno già esperienza sufficiente per avanzare verso una espansione basata su miglioramenti tecnologici, innovazione e maggiore qualità”, sottolinea il rapporto.

Secondo De Riz, “se si vogliono porre le basi per costruire un paese realmente integrato serve uno sforzo maggiore e continuo del governo nazionale, delle province e del settore privato”.